Esercizio (2)_ “Philo Vance” di Marcello Rizza

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

***

Conosco bene Philo Vance. Non si era mai annoiato in vita sua, sebbene non avesse mai lavorato molto per mantenersi. Non ne aveva bisogno. Le sue origini nobili, le sue proprietà, e quel lascito ereditato dal padre gli consentivano di dedicarsi all’investigazione solo quando, ed era raro, gli veniva commissionato un caso da una bella donna o se l’indagine presentava particolari difficoltà, così da poter vantare la sua intelligenza e esibirla ai mediocri funzionari della Polizia di New York. Una serie di circostanze, tutto sommato banali, avevano contribuito a fargli spiacevolmente provare di nuovo quella sensazione. Dalla sala della casa di Coney Island, con vista sulla Stillwell Avenue, alle 11.30 ancora in vestaglia da notte, osservava la strada e le bigie nuvole che minacciavano l’imminente pioggia, rammaricato di non aver accettato un incarico sulla sparizione di un portagioie che gli era stato offerto da quel bellimbusto di Carl James, non certo un tipo dalla simpatia spigliata. La mattina precedente Sue Myers l’aveva colto in fragrante in quel caffè del centro mentre raccontava il suo ultimo vanto privato a Barbara Richardson, incidentalmente ex- compagna di scuola e invidiosa amica di Sue, incidentalmente troppo sorridente mentre lui le bisbigliava all’orecchio, ed erano due giorni che incidentalmente quella splendida creatura dai capelli corvini rifiutava di incontrarlo. Io, che oltre a essere un suo collaboratore sono con tutta probabilità l’amico su cui può contare, ero di ritorno da Seattle, ma non sarei giunto a destinazione prima di sera. Per giunta, aveva terminato nottetempo di leggere un trattato sull’origine aristocratica della scherma e nella sua libreria non aveva trovato un titolo che lo invogliasse a rileggerne alcuno. Sul grammofono la puntina usurava per la quarantesima volta i solchi del disco gracchiante della RCA, Rapsodia in Blu di Gershwin. Quando dalla finestra vide fermarsi l’auto della polizia nei pressi dell’uscio della sua casa, e scenderne il Procuratore Distrettuale, quella anomala apatia che stava prendendo il sopravvento si trasformò in curiosità e ciò fu sufficiente a raddrizzargli la giornata.

– Buongiorno Markham. Non ho avuto più il piacere d’incontrarla dopo che, tre settimane fa, l’ho battuta a scherma. Ma s’accomodi e si tolga il cappotto.

Philo Vance, dandy per natura e ispirazione, adottava sempre lo stesso tono canzonatorio nei rapporti con le persone, anche con gli amici come Markham, e si divertiva a marcare le circostanze che gli convenivano. Il funzionario gli rispose masticando un buongiorno di proforma, da alcuni mesi, ovvero da quando due poliziotti impegnati nelle indagini sull’omicidio di Odell Margaret erano stati uccisi, di buoni giorni non ne aveva trascorsi molti. Uomo di poche parole, appese a un gancio dietro la porta il pesante cappotto nero. Teneva tra le mani un dossier di colore giallo che appoggiò sul tavolo in disordine del salotto e, restando in piedi, guardò l’investigatore, poi la sedia, poi con sguardo più severo ancora Philo Vance.

Ma certo, caro Markham… si sieda… si sieda!

Markham si sedette e mentre faceva spazio tra libri, bicchieri e dischi in ceralacca, Philo Vance si scusò:

– La cameriera si è ammalata…

Aprì il fascicolo.

– Vance, l’ho fatta vincere a scherma. È impegnato in qualche indagine?

Sì, questo era Markham, sorrise Philo Vance, intelligente, combattivo e diretto:

Caro amico, ho sempre qualche indagine su cui trascorrere il mio tempo. Sto per scoprire chi ha rubato un portagioie che appartiene a una affascinante donna, ma è un caso dalla banalità talmente avvilente che se le occorresse…

Aveva sempre avuto questo modo di parlare, un misto di teatralità ottocentesca e velata derisione:

Vance, guardi gli atti e le fotografie di questo fascicolo e mi dica cosa ne pensa.

Preferiva restare in piedi, era sempre meglio guardare le persone dall’alto in basso. Prese le fotografie in bianco e nero che ritraevano il corpo abbandonato su un divano, senza vita, di una donna bionda che riconobbe immediatamente. Quell’omicidio aveva campeggiato per molti giorni nelle prime pagine dei quotidiani locali. Osservò più riproduzioni del corpo, della stanza ripresa da angolazioni diverse, e poi lesse i verbali del sopralluogo, celando la curiosità che aveva fatto breccia quando assunse che, per alcune ore, mentre la Polizia faceva i rilievi, aleggiasse un forte odore agliaceo entro quelle quattro mura. L’esame autoptico del coroner ne aveva individuato la ragione nell’avvelenamento da fosforo inalato in forma gassosa, da questo esame emergevano più cause e concause che avevano portato alla morte della Canarina. L’esame del cranio della donna mostrava che la stessa era stata colpita duramente, sebbene i poliziotti giunti per primi sul luogo dell’omicidio non avessero riscontrato ferite evidenti. La causa prima, comunque, causa che da subito è apparsa evidente agli occhi di tutti, era lo strangolamento. Passò ai verbali degli interrogatori delle persone che a diverso titolo erano, o potevano essere, a conoscenza di circostanze utili al caso e, per ultimo, agli atti che riguardavano la tragica morte dei due investigatori, colpiti da un nugolo di proiettili appena usciti dal night “Red Folies” sulla Mulberry Street.

A che punto sono le indagini? Cos’ha dedotto Markham?

Il Procuratore Distrettuale, che nel frattempo si era acceso la pipa, sintetizzò le deduzioni di mesi d’indagine a cui era arrivato solo in mezz’ora l’investigatore dandy. La donna non avrebbe più ballato sulle punte piumata di giallo perché uno o più persone, usando ben tre sistemi diversi, si erano adoperati per toglierle la vita. L’omicidio doveva avere un movente personale, qualcuno che provava del rancore nei suoi confronti, tanto da sollevarla da terra e ricomporla distesa sopra il divano, come addormentata. Per compiere quell’estremo atto, e per difenderne i responsabili fino ad arrivare all’uccisione di due detective impegnati nell’indagine, doveva in qualche modo essere coinvolta la malavita. Philo Vance non sapeva ancora il particolare non scritto sui verbali che avrebbe messo in crisi qualsiasi investigatore.

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