Esercizio (3)_ “Il Falco” di Jlenia adain Rodolfi

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

***

Nel periodo dell’assassinio di Margie ero stato relegato al lavoro d’ufficio: una specie di punizione per certi passaggi poco chiari di contante che erano stati archiviati solo grazie alla mia parentela col Senatore McGillis. Il capitano non aveva digerito il suo tentativo di fare pressioni dall’alto, ma non potendo rifiutargli un favore, contrattò per lo meno di non avermi tra i piedi durante le indagini:

Ti è andata bene, Don. Non posso fare di più”, aveva detto Mc Gillis, e io non avevo insistito, anche se avrei potuto farlo.

A ogni modo mi trovavo in mezzo alle scartoffie quando Righetti prese a raccontare di questa starlette trovata morta e di come fosse praticamente impossibile capire come fosse successo. Avevo ascoltato con poco interesse, restando concentrato su un verbale a cui mancavano le firme degli agenti che lo avevano redatto, quando udii:

“… la Canarina, Smith. Quel gran pezzo di fica, l’ha trovata una certa Gibson, la cameriera. Ma sì, dai, dicevano fosse finita a letto con un cazzo di principe. Dopo che lui l’aveva lasciata era uscito quel servizio in cui era tutta nuda, la cagna. Mia moglie mi aveva sbattuto sul divano per quasi una settimana quando mi aveva beccato con il giornale in mano!”, Danton si fece una grassa risata e continuò, “Non faceva lo stesso effetto, stamattina, stecchita, ma comunque nuda. Una sbirciatina gliel’ho data… Aveva due bombe che dal vivo…”, non volli ascoltare nient’altro, mi alzai di scatto e, cercando di non farmi notare, mi diressi verso il bagno di servizio.

Margie. Morta”, rivolsi queste parole al mio riflesso nello specchio da una distanza che sembrava infinita. La fronte era imperlata di piccole gocce fredde e le gambe sembrava fossero quelle di un altro. Ricordavo i suoi lineamenti perfetti e il leggero strabismo del suo occhio destro alla fine di un amplesso particolarmente soddisfacente. Ricordavo come riusciva a eccitarmi quando mi passava le mani lente sul ventre e, mentre scendeva, mi chiamava scherzando “Falco”. Ricordavo il sottile stridore della sua voce quando parlava della sua famiglia e quando ordinava un gelato. Ricordavo, ricordavo ancora tutto e non mi stava facendo bene. Avevo scrollato la testa tentando di ritornare in me. Era morta. Nessuno sapeva come e io stavo a una scrivania mentre avrei dovuto fare i salti mortali per avere informazioni di prima mano. Non ero molto amato dopo quella faccenda delle mazzette. Feci scorrere l’acqua fino a sentirla gelata e mi lavai il viso per riacquistare una parvenza di normalità prima di uscire da lì.

Ero tornato alla mia scrivania e avevo fatto qualcosa che non credevo di volere fino a quel momento.

Il senatore Mc Gillis, per favore. Dica che sono suo fratello. Attendo”, passò qualche minuto in cui una musica sgraziata mi sfregiò l’orecchio destro, “Henry sono Don. Ho bisogno che tu mi faccia reintegrare nella squadra investigativa. Ho un ottimo motivo: Margie è morta. Non vorrai che venga fuori tutto proprio ora? E poi rispondi a questo: cosa ci faceva lì la Gibson?”.

 

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