“Il regalo per papà” di Raffaella Tavernini

È maggio, il giorno del settantesimo compleanno di mio padre Giovanni. Uomo autoritario e con la tendenza a imporre la sua volontà alla famiglia, anche oggi non si è smentito: ha deciso lui come festeggiare organizzando ogni dettaglio. Siamo tutti seduti a tavola sotto il pergolato della sua casa di campagna, non così lontano dal mare da non sentirne il profumo nell’aria. È una tavola imperiale dove in bell’ordine siamo sedute tutte noi, le sue cinque figlie, con mariti e nipoti. A un’estremità, a capotavola, è seduta mia madre, di poco più giovane di papà, bella ed elegante come è sempre stata per tutta la sua vita. Anzi, a dire il vero la sua eleganza con il passare degli anni sembra essere più evidente per chiunque la guardi. L’altro capotavola è vuoto, in attesa dell’ingresso di papà.

Le mie sorelle hanno sempre subito il suo carattere, anche oggi: se ne stanno sedute in ordine parlottando a bassa voce con il timore di essere riprese anche se lui non è ancora arrivato. Hanno inculcato questa soggezione persino ai propri figli, seduti e composti più seriamente di quanto non facciano ogni giorno a scuola.

Solo io e la mamma abbiamo uno sguardo diverso.

Lei lo ama da tutta una vita e lo aspetta in questo giorno di festa come si aspetterebbe l’arrivo di Gesù alle nozze di Cana. I suoi occhi sono sorridenti e felici.

Io sono sempre stata la figlia preferita di mio padre forse perché, di tutte, l’unica con un lato maschile decisamente pronunciato, incuriosita fin da bambina dal suo lavoro nell’azienda agricola ereditata di padre in figlio da tempo immemorabile. L’unica che si interessava di come si coltivano i pomodori e le olive, di quali tipi di peperoncino sceglieva di piantare, di quando andavano raccolte le melanzane e i capperi. E in quei pomeriggi trascorsi trotterellando dietro a papà ho imparato a non temerlo, ascoltando tutti i racconti della sua giovinezza e della sua famiglia. Solo con me papà è riuscito a costruire quel tessuto di confidenza e affetto che aveva fatto innamorare la mamma. In questa domenica di festa io sono in fibrillazione e non vedo l’ora di vederlo.

Papà arriva camminando dal sentiero del campo, indossa un abito di lino chiaro e il cappello tipo borsalino che ha portato per tutta la vita. Si avvicina lentamente alla tavola. Si ferma rigido e in posa davanti al suo posto vuoto. Ci guarda tutti negli occhi, uno alla volta, facendo il giro della tavola e soffermandosi su ognuno di noi per un paio di secondi. Solo io e la mamma capiamo che in quei secondi compare nella sua mente un ricordo per ognuno di noi. Probabilmente di mia sorella Anna ricorda quando ha fatto un bruttissimo incidente in moto rischiando la vita; mentre di Cristina immagino stia ricordando quando si è trovata in banca durante una rapina. Solo io e la mamma capiamo che gli si incrina il cuore pensando a tutto questo. Papà, ovviamente, guarda negli occhi per ultima la mamma e in quello sguardo lei, sono sicura, riesce a leggere tutto l’amore che lui non è mai stato capace di dire, ma che non è mai mancato, tanto che di rimando gli scocca un sorriso dolcissimo e innamorato, come solo nei romanzi d’appendice.

Mia figlia Alessandra capisce con tempismo perfetto che alla fine del giro di sguardi del nonno è il momento di entrare in scena: entra dalla porta che dal salotto si apre sul pergolato e con fare solenne gli si avvicina passo dopo passo. L’ho agghindata di tutto punto: un vaporoso abito bianco, i boccoli biondi sciolti sulle spalle e il suo zainetto preferito, quello rosa di cotone pesante che le comprai un paio di anni fa alla fiera di San Nicola. È incredibile come sia brava a sostenere la tensione creata dal nonno: a passi lenti, senza mai distogliere lo sguardo, gli va incontro. Arrivata di fronte a lui si ferma, lo guarda, toglie lo zainetto dalle spalle, lentamente scioglie il nodo che lo chiude ed estrae un rotolo di carta legato con un fiocco. Oltre a lei solo io so di cosa si tratta e dell’entusiasmo con cui ha voluto preparare il regalo al nonno. Con gravità gli consegna il rotolo e gli dice semplicemente: “Aprilo”.

Il nonno, papà, scioglie il fiocco, srotola la carta e la richiude senza mostrarla a nessuno. Sorride, di emozione. Alza nuovamente lo sguardo verso la mamma e batte forte le mani due volte.

È il gesto con cui dà il via alla festa: intorno alla tavola da pranzo cominciano a volteggiare camerieri con vassoi ricchi di ogni ben di Dio e brocche piene di vino. Sembra una danza. Tutto è colore, sapore e profumo: il rosso dei pomodori, la friabilità della crosta del pane, il profumo del salame che sovrasta quello del gelsomino, la corposità del vino rosso delle nostre vigne. Mi gira quasi la testa.

Papà si è seduto, dopo aver accompagnato mia figlia Alessandra al suo posto vicino ai cuginetti. È sempre stato bravo a camuffare la sua preferenza per me e quella successiva per lei. Così bravo che, dopo essere rimasta incinta di lei, senza un marito, non mi ha più parlato per gli ultimi sei anni. Oggi è la prima volta che la vede. Solo per quest’occasione ho sentito che era arrivato il momento di perdonarlo e ho voluto accontentare Alessandra che aveva deciso di preparare un regalo al nonno: un poster con una fotografia di tutti noi. Abbiamo trascorso le nostre serate dell’ultimo mese a spulciare nei miei album per scegliere l’immagine perfetta per ciascuno e infine le abbiamo incollate su una pergamena. Poi Alessandra ha scritto con la sua calligrafia stentata: regalo per il nonno.

 

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