“In vino veritas” di Jlenia adain Rodolfi

Sopra una piccola rampa di scale di terra rossa che gira sul fianco di un basso edificio a due piani, si trova una porta scrostata senza serratura, ma fermata da una corda e un chiodo alla parete. La porta dà accesso a un’altra scala di legno grezzo, sei gradini, delimitata da due pareti color giallo ocra che la accompagnano fino alla cima. La scala termina aprendosi su una soffitta polverosa; dai vetri sporchi e dalle travi del soffitto rinsecchite filtra farinoso il sole di mezzogiorno. Il pavimento è coperto da uno strato lanuginoso la cui compattezza è interrotta da impronte non ben definite di uomini e topi. Di fronte all’uscita della scala, nell’angolo destro della stanza un materasso a terra, rifatto per metà è accompagnato da un piccolo abat-jour di tessuto rosso; nell’angolo sinistro un lavandino sbeccato su cui è sospeso un pezzo di specchio irregolare, annerito dal calore. Sulla parete sinistra un tavolino porta quelli che dovrebbero essere i resti di un pasto di qualche giorno prima: pane ammuffito, insalata appassita e un pezzo di formaggio con un’impronta di denti. In mezzo alla stanza un cavalletto puntinato di gocce di colore sostiene una tela, ricoperta da un lenzuolo bianco; a terra sotto il cavalletto, accanto a pennelli sporchi e tavolozza, riverso sulla schiena giace un uomo. La maglia che indossa è ricoperta di pezzi di vomito non ancora del tutto secchi e nella mano destra stringe una bottiglia di Aguardiente. Apre gli occhi cisposi e lascia che il suo sguardo incrostato vaghi verso la tela: pensa di essere svenuto appena terminato il quadro, stavolta ha esagerato col liquore. Cerca di rialzarsi facendo leva sui gomiti; è stordito, ma da fuori le voci dei bambini che giocano gli raccontano che è giorno inoltrato. Finalmente è carponi, ha compiuto l’atto senza mollare la bottiglia che contiene ancora un po’ di liquido: ne avrà bisogno. Appena in piedi scatarra in gola, anziché riuscire a fare un sospiro dopo la fatica; si gratta lo scroto e rutta sonoramente. Ce l’ha fatta: è sulle sue gambe. Con un gesto teatrale e uno sguardo bramoso prende un lembo del lenzuolo bianco e scopre la tela. La tela è bianca.

In quel preciso istante di sgomento, dalla scala sale la vecchia sdentata del bar di fronte; è piccola, grassa e curva, indossa un grembiule unto, ha tra i denti un sigaro acceso e nella mano destra la borsa termica del pranzo a domicilio: “Emile! Il pranzo è…”.

L’uomo scatta automaticamente, alza la mano con cui tiene la bottiglia e gridando: “Vattene, vecchia puttana!”, la lancia a pochi centimetri dalla testa della malcapitata. Silenzio.

Ostia, Emile! Stavolta quasi mi prendi!”, si lascia andare a un sorriso bucherellato e entra nella stanza, “Ecco il pranzo. Caspita! Hai festeggiato ieri, ti si sentiva urlare fin dall’altra parte della strada. José a un certo punto ha pensato che fossi in compagnia.”

C’era una domanda in quella affermazione, ma Emile finse di non coglierla: “Si, ho bevuto molto”.

Ma cosa c’è, Emile?”, chiese la vecchia vedendolo perplesso. Emile stava raccogliendo brandelli della sera precedente, non ricordava quasi nulla, però, era sicuro di aver finito un quadro: “Non so, Ana. Sono più confuso del solito.”

Ana sorrise incoraggiante: “Se ti posso aiutare, Emile, tu lo sai…”.

Si, si. Lo so, vecchia. Lo so”, disse infastidito.

Adesso mangia qualcosa, Emile. Lo sai che dopo ti senti meglio”, Emile, suo malgrado, sorrise. Ana aveva ragione: un pasto caldo lo avrebbe aiutato a ritornare in sé e a ricostruire i passi della serata precedente. Ana apparecchiò la tavola dopo averla ripulita alla bene e meglio; mise nel piatto la Bandeja Paisa* e attese che Emile si sedesse a tavola. Emile nel vedere il piatto strabuzzò gli occhi: “Che abbondanza! Sto per morire, vecchia? O tu e il tuo ganzo mi buttate fuori di casa? Mi devi chiedere dei soldi per quel perdigiorno forse?”.

Emile, cosa stai dicendo?”

Non ci capisco più niente, vecchia! Di solito quando bevo è perché ho terminato un quadro e quindi una bella commissione sta per entrare nelle mie tasche, allora mi posso permettere un pasto dei tuoi, vecchia pipistrella! Ma non sono mai abbondanti e succulenti come questo! Stamattina mi sveglio, intontito come non mai: la tela è bianca e il tuo pasto è degno di un re! Che cosa vuoi? Che cosa hai fatto, vecchia, del mio quadro? Parla o giuro su Dio che ti batto fino a farti piangere!”, Emile era scattato in piedi e sovrastava Ana minaccioso.

Ana lo guardava sorridendo: “Ah, non ti ricordi proprio nulla, allora?”.

La rabbia di Emile stava per esplodere più potente che mai: “Ho detto parla, Cristo!”.

Ana sorrise: “Il quadro lo hai finito, Emile. Era talmente bello che per la prima volta hai chiamato me e José a vederlo. Un’anteprima dicevi. Dicevi che ce lo meritavamo, Emile, per tutte le volte che avevamo dovuto tirarti in piedi dopo una delle tue sbronze. Dicevi che se lo volevo era mio. Io lo volevo tanto, Emile. Ti ho detto quanto la donna disegnata mi ricordava la mia Leticia, prima che il male me la strappasse dalle braccia. Dicevi che avevi pensato a lei mentre facevi quel quadro e a me. Hai detto che l’avevi disegnata pensando di vederla attraverso i miei occhi. Mi hai fatto piangere, sai Emile? Mi sembra di averla con me da quando ieri sera ho appeso il quadro sopra il letto. Era tanto che non sorridevo; dicevi che ti piaceva veder ridere questa povera vecchia di nuovo. Hai forse cambiato idea, Emile? Ah, io semmai lo capisco. Non preoccuparti te la lascio la bandeja, anche se ti riprendi il quadro. Lo capisco, sai, io. Mica mi aspettavo che me lo avresti lasciato. Mica sono matta io, Emile”, le mani di Ana tormentavano un canovaccio lurido, le sue nocche erano sbiancate e per la prima volta sembrava in attesa di qualcosa.

Emile la guardava. Tirò la bocca in un mezzo sorriso e disse un po’ addolcito: “Si, si, vecchia. Tieniti quel quadro. Ma stai bene attenta a chi racconti questa storia. Non voglio che si sappia che quando bevo divento un tenero.”

Oh no, Emile, tranquillo, non lo dico a nessuno. Ma tu sei sempre buono con me, Emile.”

Tranne quando ti lancio le bottiglie, vecchia.”

Io so che sei buono anche in quel caso, Emile.”

***

Bandeja Paisa: piatto tipico del Dipartimento di Antioquia con capitale Medellin (riso, fagioli, platano maturo fritto, carne di bovino in polvere, cotenna di maiale fritto, tritato di bovino fritto, uovo fritto accompagnato con avocado, patacon (tipo di banana) salsiccia con limone, arepa (granoturco tritato) accompagnato con una bevanda di polenta liquida con latte fredda.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

Salva

Salva

Annunci

Un pensiero su ““In vino veritas” di Jlenia adain Rodolfi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...