“Verso Ovest” di Alessandro Tondini

Dopo giorni di attacchi non c’era più un luogo in cui rifugiarsi, si doveva solo sperare di non essere centrati in pieno dalle bombe o di non essere seppelliti dal crollo delle case. E poi quel sapore di ferro bruciato che rimaneva sulla lingua, che non andava più via. Dopo il bombardamento restavano solo le macerie e i morti. Cannonate o attacchi aerei, ogni giorno una dose di devastazione. Ahmed implorava sua moglie di scappare con i bambini, ma lei non se ne voleva andare; preferiva morire insieme a lui piuttosto che saperlo morto o prigioniero di quei pazzi criminali. Le ripeteva ogni giorno di andarsene, ma lei non cedeva, o andavano via insieme o restava. Infine venne il giorno in cui le bombe caddero così vicino che tutto sembrò crollare. Lo spostamento d’aria fece esplodere le finestre e ogni cosa all’interno iniziò a volare. Il frastuono copriva tutto, anche i pensieri. Ahmed si era buttato sulla moglie e i figli per proteggerli col suo corpo sperando che così, almeno loro, si potessero salvare. Si trovavano in un vortice, un uragano che si stava scatenando proprio lì, dopo aver già abbattuto l’intera città. Tutto intorno roteavano schegge di legno, frantumi di vetro, pezzi di mobili, piume di cuscino e, improvvisamente, Ahmed pensò che non aveva mai visto nevicare. Tutto stava per essere spazzato via e il suo unico pensiero era il rammarico di non aver mai visto la neve! Mentre il sibilo dei proiettili faceva da sfondo a quella immane orchestrazione di esplosioni, il pavimento si aprì all’improvviso e caddero tutti di sotto. Lui era sopra di loro, così li avrebbe protetti, ma la morte li prese da sotto e lui fu l’unico a salvarsi.

Ahmed sapeva che, per poter sperare di arrivare alla frontiera, doveva dirigersi verso nord e raggiungere la strada principale, da lì passavano tutte le carovane dei profughi. Non aveva mezzi per muoversi e partì a piedi. Dopo tre giorni di cammino era quasi arrivato, ma non aveva più né cibo né acqua e se non avesse incontrato qualcuno non ce l’avrebbe mai fatta. S’inerpicò lungo il sentiero che costeggiava la grande roccia. Era un percorso pericoloso, ma era l’unico, e poi la sola cosa che contasse era andare avanti. Camminava con lo sguardo fisso davanti a lui, cercando di non pensare che qualche centimetro alla sua destra vi era il precipizio. Continuava a salire quasi in trance pensando alla sua famiglia, sapendo che doveva sopravvivere per loro, per non darla vinta all’orrore che si era inghiottito il suo paese. Doveva proseguire per dare un senso alla sua esistenza, perché essere l’unico sopravvissuto doveva avere un significato, non poteva essere solo una crudele casualità. Dopo due ore di fatica arrivò in cima e, finalmente, si lasciò alle spalle il burrone che l’aveva accompagnato fin lì. Poco dopo, intravide in lontananza una nuvola di polvere che lentamente si allargava avvicinandosi. Capì che dovevano essere delle auto o dei camion che avanzavano. Aveva raggiunto la strada, o meglio quella che sembrava una strada, poiché si faceva fatica a distinguerla dal resto del terreno desertico. Era la sabbia a dominare tutto il paesaggio: sotto di lui, attorno a lui e, ormai, dentro di lui. Passò una mezz’ora e dalla nuvola di polvere venne fuori una carovana di mezzi a motore. C’erano piccoli camion, dei pick up, qualche auto; davanti a tutti una grossa jeep nera con a bordo uomini armati. Quando la colonna dei mezzi fu a un centinaio di metri da Ahmed si arrestò. Solo la jeep continuò ad avanzare e poi, poco dopo, frenò bruscamente. Un paio di tizi armati scesero minacciosi e gli si avvicinarono.

Mi chiamo Ahmed, vengo dalla città, ho bisogno di andare via da qui”, disse prontamente.

Che cos’hai con te? Hai soldi?”, gli urlò uno degli uomini armati.

Sì, venite a vedere, li ho qui con me”, Ahmed estrasse una busta da un fagotto di stracci.

Vediamo un po’, fai vedere”, gli rispose bruscamente il tipo avvicinandosi. Gli strappò di mano il sacchetto e, dopo una veloce occhiata disse: ”È tutto quello che hai?”.

Non ho altro”.

L’uomo armato fece un cenno ai suoi compari e, con un movimento del mitragliatore indicò ad Ahmed uno dei mezzi della colonna: “Lo vedi quel camioncino rosso? Saltaci su, e in fretta prima che ci ripensi”.

Ahmed si incamminò immediatamente, senza rivolgere lo sguardo agli uomini della jeep. Arrivato al camioncino mise un piede sulla ruota e, sebbene stanchissimo, con un solo balzo saltò dentro al cassone. Al suo interno trovò una decina di persone, tutte pigiate una contro l’altra. Per fargli posto una donna spostò un fardello di roba e gli fece cenno di sedersi lì accanto.

Se vuoi dell’acqua ce n’è ancora un po’ in quel bidone”, gli disse.

Ahmed non rispose e si precipitò a prenderlo, non beveva dalla sera prima. Tracannò con avidità il liquido e si rimise seduto. Era esausto e dopo pochi istanti si addormentò.

Un forte sussulto del camion lo risvegliò. La luce del giorno non era più accecante, il sole era ormai basso, doveva aver dormito alcune ore. La colonna si era appena arrestata e la gente stava scendendo dai mezzi. Si sarebbero fermati lì per la notte. Ahmed si alzò in piedi, gli faceva male tutto e aveva bisogno di trovare del cibo. Scese dal carro, si sentiva sfinito, ma non poté fare a meno di rimanere fermo a guardare il tramonto. Il sole era rosso e immenso, l’aveva visto tante volte così, ma quella sera, quell’enorme disco di fuoco era lì per indicargli dove doveva andare: verso ovest. Una ragazza gli sfilò accanto e, dopo qualche passo, si fermò. Si voltò per osservarlo. Non riusciva a non guardarlo. Quell’uomo era diverso, era uno come tanti ma sembrava emanasse qualcosa, come se dal suo corpo si espandesse una vibrazione invisibile. Era vestito di bianco, i suoi calzoni e la sua camicia erano logori e ingrigiti dalla sabbia e dal sudore. Ai piedi calzava delle strane scarpe di cuoio simili a dei sandali chiusi lavorate con bizzarri intrecci. Aveva la barba incolta e i capelli neri arruffati e pieni di sabbia, ma aveva una postura che gli dava un aspetto di nobile fierezza. I suoi occhi neri emanavano grande dignità, sembrava che nulla potesse abbatterlo, era come una roccia del deserto, graffiata dal vento e dalla sabbia, ma fissa, inamovibile. Lentamente la ragazza gli si avvicinò: “Hai fame? Se vuoi qualcosa, io e la mia famiglia te ne possiamo dare, abbiamo ancora un po’ di provviste”.

Ahmed, che era rimasto come incantato a guardare il sole, venne ridestato da quelle parole, così amichevoli e gentili: “Ti sono molto grato, ho davvero bisogno di mangiare”, le rispose.

Io sono Aminata, vieni che ti presento la mia famiglia”, gli fece cenno di seguirla verso un piccolo gruppo di persone che stavano sistemando dei pezzi di legno per farne un fuoco.

C’erano un uomo e una donna già un po’ anziani e due ragazzini. Aminata glieli indicò sollevando un braccio: “Mio padre, mia madre e i miei nipoti. Siamo gli unici sopravvissuti della nostra famiglia. Vieni, siediti qui accanto a noi”.

Ahmed osservò quella gente, i vecchi tenevano la testa china, intenti a sistemare le cose, i ragazzini erano seduti e lo guardavano incuriositi.

Come ti chiami?”, disse uno di loro.

Sono Ahmed”.

Sei da solo?”

Sì, ormai sono solo”, sentì dentro di sé una fitta che, dalla gamba sinistra, percorse il suo corpo fino ad arrivargli alla testa. Barcollò e si sedette di schianto accanto ai due ragazzini.

Stai male?”, Aminata si chinò su di lui.

Non è niente, dev’essere la stanchezza”, le rispose.

In breve erano tutti seduti attorno a un piccolo falò e, in silenzio, si misero a mangiare. Poco dopo uno dei bimbi si rivolse ad Ahmed: “Mi racconti una storia?”.

Ahmed venne investito da un’ondata di dolore e commozione, pensò ai suoi figli, alla sua famiglia perduta. Non si fece travolgere dall’emozione e, con voce ferma e gentile, iniziò a raccontargli una delle favole che aveva inventato qualche tempo prima.

Mentre raccontava si accorse che i suoi pensieri prendevano forma. Gli bastava descrivere banalmente un paesaggio ed ecco che questo si materializzava nella sua mente. Era come se il suo cervello proiettasse dei filmati che poteva vedere solo lui, delle immagini reali alle quali si accompagnavano sensazioni precise. Percepiva gli odori, l’aria, la temperatura del luogo che stava descrivendo. Sembrava che la sua mente stesse creando, veramente, quello che concepiva con la fantasia. I ragazzini erano rapiti dal suo racconto, ma anche Aminata e i vecchi erano come stregati dalle sue parole. Quando finì la storia vide che tutti sorridevano. Aveva infuso in loro un po’ di gioia, era riuscito ad alleviare tutta quella cupa pesantezza che l’intera carovana sembrava trasportasse con sé. Aminata, si alzò e disse: “Bambini, ringraziate Ahmed per la bellissima storia e andiamo a dormire”.

Grazie Ahmed”, dissero in coro. Aminata li prese per mano e li accompagnò sul camioncino, seguita dai genitori. Ahmed rimase seduto a osservare le ultime braci. Cos’era successo? Non aveva semplicemente raccontato una storia, aveva trasmesso a quella gente una dose di speranza; li aveva confortati, era come se li avesse riforniti di una nuova energia. Anche lui si sentiva meglio e non era solo perché aveva mangiato qualcosa. Mentre pensava notò che Aminata si stava allontanando dai mezzi e, subito dopo, vide due uomini che si erano messi a seguirla. Si alzò di scatto e andò dietro a quei due. Quando Aminata fu vicino ad un mucchio di rocce, si accorse di avere i due uomini dietro di lei. Rimase paralizzata dalla paura. Capì di essere in trappola, le intenzioni di quegli uomini erano chiare ed era troppo lontana per gridare aiuto. Dopo pochissimi istanti comparve la sagoma di Ahmed, i due ceffi si scambiarono un’occhiata e fecero per muoversi verso di lui, ma si arrestarono subito. Ahmed era dritto e immobile. La sua figura era lievemente illuminata dai fiochi bagliori dell’accampamento, sembrava quasi che quella poca luce si riflettesse sui suoi poveri abiti rendendoli fosforescenti. Gli occhi gli erano diventati brillanti, emettevano una luce verde smeraldo. I due guardavano paralizzati gli occhi di Ahmed, erano come pietrificati. La loro luce li aveva ipnotizzati rendendoli inoffensivi. Aminata corse verso Ahmed e lo abbracciò. Lui rimase a guardare i due individui ancora qualche istante e poi se ne tornò all’accampamento con la ragazza.

Dio ti ringrazio!“, disse lei, “Se non fossi arrivato tu non so cosa mi avrebbero fatto. Come posso ringraziarti?”.

Non ti preoccupare”, le disse, “non mi devi nulla. Quello che è accaduto dimenticalo, non è mai successo”. Le diede una leggera carezza sul viso e aggiunse: “Torna con i tuoi, vai a dormire che domani ci aspetta un’altra giornata faticosa”.

Dopo altri tre giorni di viaggio raggiunsero la frontiera. Gli uomini armati fecero scendere tutti dai mezzi e dissero: “Adesso proseguirete a piedi, ve la dovrete cavare da soli.” I trafficanti di uomini guardarono un’ultima volta la fila dei profughi e ripartirono sgommando nella direzione da cui erano arrivati, seguiti dai vari mezzi che li accompagnavano, ormai senza passeggeri. Era sera e faceva freddo. Erano vicini a una catena montuosa, soffiava un vento che tagliava la pelle. Cercarono di creare una specie di riparo, riuscendo a costruire una tenda con dei rami trovati lì intorno e con dei pezzi di tela che avevano con sé. Aminata si avvicinò ad Ahmed. Aveva in mano una piccola borsetta dalla quale tirò fuori una fotografia, gliela mise in mano e gli disse: “Questo era il mio promesso sposo”. Quando Ahmed la guardò ebbe un sussulto: l’uomo della foto gli assomigliava tantissimo. Avrebbe potuto essere suo fratello, un fratello gemello con dei grandi occhi verdi!

Fu allora che capì: in mezzo a tutta quella colossale tragedia la vita continuava a scorrere. Dovevano guardare avanti, lasciarsi il passato alle spalle, ma i loro cari non li avevano abbandonati. Il mancato marito di Aminata era proprio lì e, attraverso Ahmed, riusciva ad infondere coraggio e protezione a tutti loro.

Ahmed abbracciò Aminata e lei si strinse ancora più forte addosso a lui. Stettero così per alcuni minuti fino a quando vennero distratti da qualcosa che sembrava pungergli il viso. Piccoli cristalli di ghiaccio si stavano posando trasportati dal vento. Si guardarono intorno e, nella poca luce che rimaneva, videro cadere dei piccolissimi batuffoli bianchi. Stava iniziando a nevicare.

 

 

cc

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