“Slow Motion” di Marcello Rizza

Non fu come nei film, non c’erano dolby surround ed effetti speciali. Non era un copione per Quentin Tarantino, forse Cristopher Nolan ne avrebbe tratto un lungometraggio, ma il suo Memento vive d’altro. La Fiat Croma grigia correva lungo la statale, dal lunotto posteriore fuoriuscivano fiammelle, son quelle che si vedono quando hai una canna in azione davanti a te. Il frastuono avrebbe dovuto colpirmi il senso, bordate di stridii di pneumatici e pallottole esplose. Le leggi fisiche raccontano altro su quell’anacronistico Far West cittadino, un mitra che spara a raffica deve per forza fare un bel casino. Improvvidi spettatori sarebbero d’accordo con studiosi e registi, ma ero io a stare dietro a quell’auto, armato di PM12, e mentre una zona lucida mi guidava a rispondere al fuoco, un altro non meno acuto anfratto della mente sperimentava l’inseguimento come qualcosa d’irreale, la mia reazione come sproporzionata. Quell’auto non aveva un aspetto malvagio, non hanno mai quella parvenza le automobili, le fiammelle m’incuriosivano, da studiare, non ci si trova spesso vivi a ricordarle, a raccontarle.

Spara, spara!”, urlava Bruno cinque minuti prima, quando l’auto dei rapinatori era stata intercettata.

Siamo troppo lontani”, ero stranamente calmo, “rischiamo di colpire altre persone”.

Bruno accelerò, non era incurante delle raffiche, ne aveva paura, ma il suo capo equipaggio lo aveva implicitamente accusato di essere un codardo, di non permettergli di reagire al fuoco perché non si avvicinava ai rapinatori, così aveva interpretato le mie parole. Tutto correva e scorreva, il zigzagare tra auto nell’ora di punta, i posti di blocco dei colleghi forzati coi muscoli di lamiera della Croma grigia, noi in scia a 160 all’ora. Tutto rallentò solo col primo colpo che raggiunse il parabrezza dell’Alfa 90. Entrai in quella fase di coscienza dove paura, adrenalina, senso del dovere e rigore, probabilmente conducono in uno stato di estraneità che fa sdoppiare il personaggio. Sparavo, reagivo, ma il mio doppio mi vedeva sparare e reagire e m’interrogava. “Perché spari e questi non si fermano?”, reagivo e l’altro me dubitava, i colpi che partivano dalla mia pistola mitragliatrice colpivano i rapinatori o i conducenti delle auto che incrociavamo? Tutto s’intorbidì, i suoni ovattati e appena sordi, le azioni soppesate alle due velocità del pensiero sdoppiato, la corsa allungata su un elastico d’asfalto. Una corriera invase l’incrocio. La Croma grigia inchiodò, noi dietro a loro coi mezzi finalmente fermi. Presa la mira, esplosi un colpo che fendette l’aria, invase l’abitacolo e trapassò il rapinatore armato, lo prese al collo e fuoriuscì dalla mandibola, piombo e frammenti d’osso. L’autista fuggitivo, già a sua volta ferito, ripartì, ma dopo duecento metri lentamente si fermò, gli ingranaggi del cambio spaccati, lui esanime sul volante, il piede inutilmente poggiato sull’acceleratore a fine corsa, il motore mugghiante come un toro impazzito per quel fuori giri non controllato da albero, cinghie e pulegge. Scesi dall’auto lentamente, ancora lucido, più attento che mai. Mi accertai che il malvivente non imbracciasse armi, per sferrarmi l’agguato improvviso. La Croma grigia prese fuoco di colpo, i rapinatori immobili. Aprii la portiera del passeggero. Era ancora tutto di una lentezza irreale quando uno dei due me brandì il pesante PM12 come una mazza e lo calò con violenza sul quel cranio: una volta, lenta, due volte, lenta, più volte lente. Bruno mi bloccò da dietro e mi urlò: “Lo stai uccidendo! Lo stai uccidendo!”, i miei occhi iniettati di sangue.

Mi fermai. Mi accorsi che le fiamme rischiavano di far esplodere l’autovettura. Buttai il mitra a terra e mi caricai il rapinatore sulle braccia e, una volta a terra, lo trascinai a una ventina di metri lontano dal punto della possibile esplosione, così fece Bruno con l’altro rapinatore. Vidi quel volto sfigurato, la sua materia cerebrale fuoriuscita dal bulbo oculare, persi i sensi. Mi risvegliai all’ospedale, un Carabiniere mi controllava a vista. Avevo ucciso il rapinatore che non era più in grado di nuocermi. Ero diventato un assassino, con lentezza.

 

cc

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