“2006: Duilio e Giovanna” di Jlenia Adain Rodolfi

Duilio

Duilio se la trovò davanti senza preavviso.

Buongiorno”, disse lei vedendo che Duilio rallentava avvicinandosi al tavolo su cui era appoggiato il bussolotto delle offerte, “stiamo raccogliendo fondi per restaurare la parrocchia del Don Giuseppe: ce la fa una donazione?”. Duilio rimase imbambolato e balbettò qualcosa di poco chiaro, augurandosi che il suo fiato non sapesse di ginger e vino.

Scusi, cosa?”, la signora indietreggiò istintivamente di un passo per creare una leggera distanza di sicurezza, “Si, si”, disse Duilio “la faccio, la faccio”. Cominciò a estrarre lentamente il portafoglio, ma intanto cercava di riprendere padronanza di sé. Il portafoglio cadde e Giovanna si chinò a raccoglierlo; glielo porse e per una frazione di secondo Duilio sentì il calore della sua pelle. Non era un brivido quello che aveva provato, era qualcosa di più acuto. Giovanna si avvicinò al banco dove c’era il modulo da compilare con i nomi dei donatori.

E senta…”, alzò appena lo sguardo per poterla guardare di sottecchi, “quanto devo lasciare?”.

Non c’è una cifra definita. Veda lei. Di solito lasciano dai 10 ai 20 euro, ma può lasciare anche di più”.

Duilio rimase in ascolto della sua voce mentre le chiedeva i dati, la teneva volutamente bassa perché lei fosse costretta a dire più e più volte “Come?” o “Non ho capito”. Il tempo andava al rallentatore, Duilio ebbe tutto il tempo per guardarla: era vestita semplicemente eppure qualcosa in lei tradiva il lungo tempo occorso per la preparazione; i suoi occhi scorrevano i moduli in modo preciso ed esperto. La mano era inanellata e le dita dalle unghie corallo stringevano la penna con sicurezza. Il suo profumo era lo stesso di quarantacinque anni prima, Duilio inalò una grande quantità di aria mentre le era vicino: voleva riempirsi i polmoni di quella fragranza che non aveva mai scordato. Molti anni prima in condizioni simili, l’aveva incontrata che distribuiva volantini davanti alla chiesa. Era rimasto a guardarla da lontano per quasi mezz’ora prima di avere il coraggio di avvicinarla ed era riuscito solo a farsi dare il volantino con qualche spiegazione sull’iniziativa dell’oratorio. Era lì che era successo: aveva giurato che quella ragazza meravigliosa sarebbe stata la sua donna. La domenica dopo, andando a messa, non l’aveva più incontrata: aveva saputo che quella era Giovanna Scapin e che era partita per le missioni africane con Don Renato Baldassarri; sarebbe stata via almeno due anni. Duilio non aveva smesso di pensarla; gli anni divennero due e poi tre e poi quattro… adesso, dopo quarantacinque anni la rivedeva. Si sentiva il ragazzino di allora e, guardandola negli occhi chiari mentre lo esortava a firmare la liberatoria, le parole gli si bloccavano in gola. Non poteva farsi scappare di nuovo l’occasione. Si rizzò impettito, si aggiustò i baffi con un gesto teatrale e si sfregò le mani con forza. Qualcosa si mosse in fondo al suo stomaco: Duilio temette di essere sul punto di vomitare il pollo coi peperoni del Centro Anziani, invece disse: “La parrocchia del Don Giuseppe è quella appena fuori da Generosa, vero?”.

Sì, dopo la Casa Circondariale c’è il cartello Zona Industriale. Ecco, 500 metri a destra inizia Peghello e la chiesa è nella piazza vicina al salumificio”.

Allora verrò domenica per la messa”, Giovanna fece un cenno di assenso e gli occhi le brillarono un po’, o almeno questo è quello che pensò Duilio girando l’angolo per rientrare a casa.

Giovanna

Lo aveva visto arrivare da lontano: camminava con le mani dietro alla schiena e il naso all’insù. Era proprio il tipo giusto; si stava avvicinando al tavolo su cui era appoggiato il bussolotto delle offerte: “Buongiorno, stiamo raccogliendo fondi per restaurare la parrocchia del Don Giuseppe, ce la fa una donazione?”, aveva sfoderato il suo sorriso più radioso nonostante il mal di denti e lo sforzo le fece sgranare gli occhi a causa di una fitta. L’uomo restò imbambolato e farfugliò qualcosa mentre dalla sua bocca usciva un leggero odore di alcool: Giovanna indietreggiò mentre lui le chiedeva di ripetere.

Sì, sì”, disse “la faccio, la faccio”, l’uomo cominciò a estrarre lentamente il portafoglio come se stesse usando le mani di qualcun altro. Il portafoglio cadde e Giovanna si chinò a raccoglierlo; glielo porse e avvertì una scossa simile a quelle che si generano indossando i maglioni di lana. No, non era una scossa di quel tipo, era qualcosa di più acuto. Con uno scatto impercettibile si voltò dirigendosi verso il tavolo: “E senta, quanto devo lasciare?”.

“Non c’è una cifra definita. Veda lei. Di solito lasciano dai 10 ai 20 euro, ma può lasciare anche di più”, disse automaticamente, “Restano pochi passi e la lascio andare…”. Quell’uomo parlava con un tono di voce bassissimo e Giovanna era costretta a dire continuamente “Come?” oppure “Non ho capito”, era seccante perché il mal di denti non le dava tregua e ogni volta che apriva bocca l’aria fresca le faceva partire una stilettata. Oltretutto percepiva gli occhi del tizio addosso e d’un tratto le parve di sentirlo inspirare profondamente; alzò appena lo sguardo e lo vide sorridere beato a occhi chiusi. Che tipo strano questo Duilio Fontanari, ma non avrebbe dovuto sopportare ancora a lungo l’Italia e gli italiani perché a metà mese sarebbe ritornata nella sua Africa e con un po’ di fortuna non sarebbe più tornata. Il gruppo “Missionari di Don Renato Baldassarri” operava in Ruanda e lei sarebbe rimasta a coordinare gli arrivi e le partenze dall’Italia sul posto. Da quando aveva preso i voti come suora laica, molti anni prima, la sua “vita al servizio”, come lei amava chiamarla, la gratificava totalmente. Comunque, non aveva nessuno qui per cui restare: la morte di sua madre in giugno l’aveva messa di fronte al fatto che era sola e inutile, là in Africa, invece, poteva fare la differenza. Alzò la testa e una nuova fitta le attraversò il molare, porse senza parlare il foglio per la liberatoria e indicò, guardandolo dritto negli occhi, lo spazio vuoto per la firma. Lui stava tutto impettito, strofinandosi le mani, sciocco e tronfio, quando improvvisamente fece uscire dalla bocca insieme all’odore di peperoni qualche parola: “La parrocchia del Don Giuseppe è quella appena fuori da Generosa, vero?”.

Sì, dopo la Casa Circondariale c’è il cartello Zona Industriale. Ecco, 500 metri a destra inizia Peghello e la chiesa è nella piazza vicina al salumificio”.

Allora verrò domenica per la messa”, Giovanna fece un cenno di assenso per mascherare la nuova, tremenda fitta che le fece salire le lacrime agli occhi e si voltò verso un nuovo passante.

 

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