“Scrivere” di Jlenia adain Rodolfi

Si sgranchì le mani e tirò indietro le spalle e la testa, distese le gambe sotto la scrivania e fece uscire dalla bocca un ululato trattenuto e teso. Gettò uno sguardo di sottecchi al gatto acciambellato nella sua cuccia proprio accanto alla cabina del PC: “Visto, Meru! Racconto finito. E tu che non ci credevi, gattaccio!”. Abbassò la mano fino ad arrivare a grattarlo dietro le orecchie pelose, Meru si scostò guardandolo di traverso. Leòn accese la stampante e diede il via al concretizzarsi su carta di quel racconto che lo aveva impegnato per 3 notti: tornava dal supermercato, dopo 8 ore passate a prendere prodotti dal rullo e farli scivolare sullo scanner – “Sonocinqueeuroequarantasettecentesimi, vuoleibolliniperlepentole?” – e si metteva a scrivere. Scosse la testa e alzò le braccia scuotendo energicamente le mani senza smettere di fissare uno per uno i fogli che uscivano e si adagiavano sul vassoio. La stampante si zittì, Leòn, che era in bilico sulla sedia con le rotelline, tornò dritto e composto: un conto era leggere al computer, un altro leggere su carta le proprie parole. Controllò le mani con occhi attenti, prese una salvietta umidificata, di quelle per pulire gli occhiali, e se la passò sui polpastrelli con forza. Guardò con gli occhi lucidi i fogli e, passandosi la lingua sulle labbra, li estrasse; si accorse che la scrivania era sporca di briciole e trucioli di matita. Tenne in alto i fogli con una mano e con la salvietta appena usata passò il piano, buttando a terra i residui. Appoggiò i fogli e cominciò.

I suoi occhi scorrevano le righe, rapidi ma attenti, a volte tornavano indietro per farsi accompagnare dalla testa che annuiva alle righe successive; il dito sottolineava e batteva le lettere stampate mentre il sorriso accarezzava alcuni passaggi. Quando ebbe finito, alcune lacrime avevano fatto capolino tra le ciglia: “Meru, fantastico! Te lo leggo!”. E ricominciò. Stavolta la voce recitava ciò che prima la mente aveva costruito con parole che arrivavano veloci; la lettura era lenta e modulata, Leòn al suo esclusivo pubblico stava dando una Prima irripetibile. “Che dici?”, attese. Lo rilesse di nuovo: il suono della sua voce si era fatto tremolante e le pause erano meno oculate; inciampavano alcune parole nella lingua e Leòn raccattò il mozzicone di matita da terra. I fogli, candidi fino a poco prima, divennero un campo di battaglia: “Meru, avevi ragione, così non funziona”, una mano sporca di grafite tra i capelli sorreggeva la testa di Leòn, “la metafora è puerile e lo stile ripetitivo. Come ho fatto a pensare che fosse buono? Al corso avranno avuto tutti idee geniali come sempre. Rachele, poi, non ne sbaglia uno. Meru aiutami! Gatto inutile!”, Meru alzò appena lo sguardo a causa del tono di voce irritato, poi alzò la zampa e iniziò la sua toilette, incurante.

Alle 19.00 era pronto con la cartellina del suo racconto modificato sottobraccio, mise in moto la piccola auto e le lasciò qualche minuto per scaldarsi; restò immobile seduto, lo sguardo fisso sul parabrezza congelato e le mani nelle tasche ampie. Una riga sulla fronte lo fece sembrare più vecchio, gli occhi si spostavano dal parabrezza che si stava sbrinando alla cartellina rossa sul sedile accanto; cercò qualcosa nelle tasche ingombre mentre il suo fiato si faceva meno bianco. “Merda!”, estrasse il telefono dalla tasca e con le dita intirizzite scrisse:

Ciao Barbara. Stasera non riesco a venire al corso, scusami ma ho un po’ di febbre. Alla prox. Fammi avere comunque i racconti degli altri se puoi. Un abbraccio, L.”.

Girò le chiavi con un gesto secco e scese dall’auto.

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