“Cavalieri” di Marcello Rizza

Erano ormai cinque anni che Julius von Miller teneva saldamente in pugno ogni aspetto della sua vita. I Principi del Regno erano soliti vestirsi e agghindarsi da lui, nei suoi negozi i nobili e le persone facoltose trovavano gli articoli più ricercati ed esclusivi: preziosi mantelli e tabarri foderati di pelliccia e velluto provenienti dall’Italia, o lussuosi bastoni animati da passeggio con manici in argento finemente cesellato e intarsiato, per non parlare delle costose lame di Toledo, affilatissime e nascoste nei pregiati foderi, tanto amati dalla nobiltà. Grazie allo stile e alla qualità delle sue esclusive calzature regali, Sua Maestà il Principe reggente Luitpold in persona l’aveva insignito del titolo di corte Königlich bayerischer Hoflieferant. Era raro che tanto onore venisse concesso a commercianti che non esercitavano in Monaco ed era l’unico negoziante di Norimberga che potesse fregiarsi di quell’ambito riconoscimento. Due volte alla settimana, mai allo stesso giorno, mai alla stessa ora, visitava severo i suoi tre lussuosi negozi di abbigliamento maschile situati nel centro della città. I commessi tremavano a vederlo intento nei forzieri a contare fiorini bavaresi. Qualche lucido tondino scompariva veloce nelle tasche dei panciotti, parte di qualche mancia generosa che avrebbe dovuto essere spartita tra gli addetti ai negozi, ma nessuno osava intascare quelli della merce venduta, ma questa prassi poteva non essere sufficiente. Julius aveva un istinto ferino e, come una pantera tanto elegante quanto impietosa, solo guardando un dipendente negli occhi decideva d’imputargli il furto, arrogandosi il diritto del giudizio, e licenziandolo di punto in bianco, per lasciargli come buonuscita il segno bruciante del suo frustino ungherese. Non accadeva spesso, non era facile potersi avvalere di personale furfante e dai modi eleganti e discreti, all’altezza del compito di persuadere i bizzosi e lunatici clienti all’acquisto di merce così costosa, ma periodicamente, soprattutto quando Julius già aveva sott’occhio il rimpiazzo, assecondando quel codice affine al suo carattere, così si comportava. Tutto questo si verificava da almeno dieci anni, da quando il licenzioso padre Heinrich von Miller, per circostanze mai indagate, rimasto vedovo e ormai arricchito, aveva deciso di ritirarsi nella sua sontuosa magione nella Foresta Nera, vicino a Friburgo, dove viveva con alcune concubine, lasciando il figlio a gestire negozi e patrimonio, a fronte di una partecipazione sugli utili conseguenti alla nuova gestione. Dal padre gli era anche successo un manoscritto tedesco centenario, mai pubblicato e divulgato, e un diritto esclusivo legato al possesso di quel codice inchiostrato a penna d’oca. Il libro era titolato “Del magnetismo animale e dei gangli energetici terrestri” e non vi era indicato l’autore. Julius si era ormai convinto che potesse essere stato scritto solamente da uno dei più fidati seguaci di Franz Anton Mesmer, forse addirittura dallo stesso Marchese Puységur. Il manoscritto riportava di audaci esperimenti svolti in segreti consessi, che vedevano la guarigione di malati per lo più psichiatrici attraverso l’induzione al sonnambulismo controllato con i fluidi del corpo e con metalli magnetizzati sottratti alla foresta limitrofa al sito di Stonehenge. Il possesso di questo unico codice permetteva di diritto la partecipazione a un ristrettissimo consesso esoterico, cui gli altri potevano accedere solamente a fronte di una selezione durissima e che aveva due presupposti irrinunciabili: l’assoluta segretezza e la possibilità di investire capitali nella ricerca sulle scienze e pratiche alternative e suggestive. Una terza implicita, scontata e rigorosa regola era che gli adepti fossero uomini. L’ascesa di Julius nella gerarchia dei Cavalieri di Rosa Croce di stanza a Norimberga fu repentina e il salotto della sua casa sulla riva del Pegnitz divenne presto il confortevole covo degli affiliati, anche se ormai suo padre vi partecipava raramente.

Sette anni prima il quarantenne Julius s’invaghì di una fanciulla. Sempre guardingo nei confronti delle donne che conquistava, e che teneva ben lontane dai suoi forzieri, sentiva ormai la necessità di una moglie devota e asservita ai suoi completi bisogni. Adalberta Keller era una ragazza dalla bellezza sconvolgente, quando la vide uscire dalla Basilica di San Lorenzo, accompagnata dal padre e dal fratello, se ne incapricciò perdutamente. Il sacro luogo dove avvenne il casuale incontro ai più avrebbe consigliato pensieri gentili, accostamenti cortesi alla bellezza della ragazza, ma il suo pensiero fremente, pungente e impuro fu di conoscere il profumo virginale del suo sesso, di tagliare con lo stiletto i lacci del suo corpetto per scoprirle il seno impaurito, di bendarla, legarla e possederla in ogni suo orifizio accogliente. Doveva averla a tutti i costi quella creatura dalla pelle diafana e dai tratti di purezza teutonica. Era ricco, un buon partito, abituato a pretendere ogni cosa e a controllare ogni mente con corpi annessi. Si era informato su quella fanciulla, sulla sua famiglia e sui possibili pretendenti alla sua mano, e scoprì che tutto sommato non sarebbe stato così difficile giungere a lei. Com’era possibile che una tale bellezza non avesse frotte di pretendenti? E se non per l’avvenenza, chi non sarebbe stato attratto quantomeno dalla generosa dote che il genitore era pronto a versare per la figlia? Fece i preparativi secondo le consuetudini e le maniere del suo ceto. Accompagnata dalla famiglia, Aldalberta viaggiò alla volta del maniero di Friburgo e fu presentata al cospetto del vecchio Heinrich, e a questo piacque talmente e ne fu talmente attratto che, in onore dei futuri coniugi e consuoceri, organizzò una splendida festa chiamando a corte per l’occasione i più famosi musicisti del circondario.

Sei mesi dopo, nella stessa Basilica del fortuito incontro, si celebrarono le nozze tra lui e la sedicenne. I primi due anni di matrimonio furono difficilissimi, aveva provato in ogni modo a educarla e ammansirla senza successo, aveva provato a bendarla e legarla, non poteva accettare che una donna riuscisse a resistergli, a tenergli testa. Si convinse che sua moglie fosse malata d’isteria. Quando la batteva, e doveva farlo, lei non capiva; si accucciava a terra e sgranava occhi spietati, assumeva una posizione ferina e s’armava della prima cosa che gli capitava tra le mani, brandendola o scagliandola con una forza che non trovava ragione in considerazione del corpo esile, della sottigliezza delle ossa. Aveva valutato la possibilità della possessione, ma l’aveva subito scartata. I Lumi avevano orientato che ogni contesto ha una spiegazione, che ogni manifestazione ha un rimedio scientifico. Era certamente isterica, ma dopo sette anni poteva dirsi finalmente vincente. Il suo lavoro lo arricchiva in modo esponenziale, la sua donna era totalmente asservita a lui e le ricerche sul mesmerismo portate avanti dagli adepti della setta al suo comando avevano ottenuto significativi successi. Julius non riusciva a godere appieno della sua situazione, però, covava un cruccio. Dopo la segregazione presso un luogo a lui segreto, dove i suoi consociati Cavalieri di Rosa Croce avevano costretto Adalberta per curarla dall’isteria coi metodi sperimentali, trascorso il mese tornò a casa ormai guarita, docile e finanche paga. Nonostante la regola che gli imponeva di non indugiare nei particolari, la curiosità su quanto accaduto alla moglie era comunque viva. Non aveva mai conosciuto i dettagli della guarigione, del periodo della ristrettezza della moglie, perché tra gli adepti esisteva il riserbo sulle circostanze morbose delle cure sperimentate dalla setta. D’altronde, le regole erano state scritte col sangue degli adepti, e il più rosso tra quelli mischiati era il suo. Erano gentiluomini e nel consesso ristretto, ma pur sempre pubblico, si sorvolava sui necessari, seppur scabrosi, mezzi adottati per le guarigioni; importavano solamente i risultati che si potevano ottenere con l’apposizione delle mani, con gli ordini precisi e bisbigliati al solo lume di una candela tremolante e con l’utilizzo di potenti calamite a tubo da far avvicinare ai corpi dei malati da guarire. Magneti che, per i casi più difficili, erano applicati sotto a letti contenitivi, o a quella vasca di contenimento e deprivazione sensoriale che avevano perfezionato secondo i disegni contenuti nel manoscritto e che ignari artigiani avevano costruito senza conoscerne la finalità. Si era fidato dei suoi accoliti e la guarigione l’aveva convinto di aver affidato nelle mani giuste quella donna che, altrimenti, non gli sarebbe stata di alcuna utilità e che probabilmente avrebbe dovuto in qualche modo sopprimere o internare in qualche costosissima casa di cura. Da allora, ogni desiderio, ogni ordine e ogni concupiscenza non trovarono resistenza: Adalberta si occupava della gestione della casa e dei domestici con capacità gestionale e con l’autorevolezza che proveniva da un potere fedommessogli dal marito. Non era un’autorità propriamente derivatagli, Julius era stato molto chiaro, ma lo poteva usare e a sua volta fedecommettere al figlio maschio. Tornando a casa trovava la moglie che prontamente smetteva l’habitus di prepotenza gestionale per dedicarsi al cucito o all’accudimento di Achillina e Peter, e se era ora di desinare poteva contare su una generosa e golosa tavola imbandita per lui. Dopo la cena, finito di leggere le notizie riportate sul Frankensteiner Kreisblatt e dopo aver sorseggiato a più riprese il cognac Napoleon che si faceva recapitare a casa dalla migliore distilleria di Bordeaux, a qualsiasi ora andasse a dormire trovava Adalberta ancora sveglia e vestita con una camicia da notte più bianca della sua pelle, che faceva scorgere il piccolo e perfetto seno, pronta ad ogni sua fantasia, e anche se certe pratiche sessuali erano dolorose non se ne lamentava mai. In realtà, era il suo sguardo mai rivelatorio che lo lasciava dubitante: anche quando gli sorrideva, quando lo ringraziava per non averla battuta quel giorno, non esprimeva veramente appieno le sue sensazioni. E ormai la batteva poco, lei sapeva come ammansirlo. Nell’anno successivo alla guarigione più volte le aveva chiesto cosa fosse accaduto in quel mese di segregazione e di cure, come potesse essere guarita così bene, ribadendogli che il merito di tutto quanto era suo e della sua setta. Lei glissava su quelle domande, gli diceva di non ricordare bene gli accadimenti, di non avere più cognizione di quel tempo trascorso in ristrettezza, e cominciava poi a parlare del primo dentino messo da Peter o dei sorrisi infantili di Achillina. Lui provava a insistere, ma lei eludeva le sue domande con coerenza e determinazione. Aveva provato a frustarla per convincerla a parlare, scoprendo che il budello che infieriva sulla carne l’eccitava e stavolta s’accucciava per giungere inginocchiata alla patta dei pantaloni e premervi le labbra, soffiando aria calda che attraverso il velluto gli scaldava il membro obbligandolo a slacciarsi e a far prendere l’urgente iniziativa alla sua donna. Julius aveva ormai preso la decisione, doveva sapere cosa fosse accaduto in quel mese a lui nascosto dalla moglie e dai Cavalieri di Rosa Croce.

Nevicava quella sera buia, priva di ogni sussulto o bagliore della natura che potesse dare vita al manto freddo che ormai copriva strade e prati e che ottundeva i suoni delle poche carrozze che s’arrischiavano ad affrontare le strade. Due ore prima oscurò la casa, solo un lume a petrolio regolato al minimo e l’abitudine all’ombra facevano distinguere l’ambiente salottiero ove avrebbe provato per la prima volta a indurre al sonnambulismo Adalberta. Quella pratica era di norma esercitata solo dai Cavalieri di minor rango, quelli che erano stati ordinati Medicus, ma l’aveva sentita spiegare così tante volte che era sicuro di poterla eseguire ormai anche lui. Lei era stranamente tranquilla, più di una volta aveva portato ristoro agli adepti della setta, mentre questi discettavano sulle pratiche adottate per indurre i malati psichiatrici al sonno controllato, e nel mentre che s’attardava a versare il tè agli astanti, facendo scivolare i suoi tessuti sulle barbe dei seduti ospiti che volentieri si protendevano verso di lei, ascoltava quegli uomini ancora non distratti dalla sua bellezza mentre raccontavano i sistemi e i rimedi ai diversi casi clinici. Inoltre, per un mese fu lei stessa sottoposta a quelle pratiche e le aveva sperimentate nella mente e nelle ossa, lei sapeva in anticipo come Julius si sarebbe mosso, e non se ne preoccupò. Sedettero vicini, lei comoda e distesa sulla poltrona, vestita come per andare a letto, per non aver fastidi di laccioli e stretti corpetti e simulare una libertà sensoriale, gli occhi fissi in quelli del marito, così che sembrò abbandonata a ogni pratica. Le parlò con tono pacato mentre le sfiorava le tempie con le dita o quando le faceva stringere le estremità inferiori delle due calamite modellate a tubo che a sua volta impugnava nelle estremità opposte per farle brillare del suo karma e trasmetterlo a lei. Aveva previsto che sarebbe occorsa almeno un’ora per indurla al sonnambulismo, ma evidentemente il suo flusso d’energia vitale era potente, così si convinse, perché dopo venti minuti Adalberta fu già nello stato che si aspettava lei dovesse mostrare, in quel misto di abbandono vigile e controllato dai magneti che continuavano a essere branditi da entrambi. Se quel momento si fosse cristallizzato per essere dipinto, l’unico artista che ne avrebbe espresso pienamente la tensione sarebbe potuto essere Edward Munch: coi suoi pennelli, col suo stile crudo, con tratti ruvidi e abusando di neri e rossi, avrebbe colto l’intensità dello sguardo dell’uomo e n’avrebbe ingigantito gli occhi a risaltare la fatica nel contenere quel crescendo di empatia e concentrazione, quell’esplosione psichica che stava accadendo. Avrebbe fatto brillare con l’argentea tempera il metallo delle potenti calamite tubolari fino a rendere luminescenti anche le mani dei due modelli e attori. Nella sua follia, non solo artistica, avrebbe spostato gli spermatozoi della sua Madonna sulle braccia dell’uomo e il feto dello stesso famoso dipinto avrebbe prestato il volto ad Adalberta. Julius cominciò a interrogare la donna, nel suo iniziale intento avrebbe posto domande ormai collaudate dai Cavalieri e che inducono al rilassamento del soggetto ormai mesmerizzato, ma era troppo prosciugato di energie per soffermarsi sui dettagli, non sapeva quanto avrebbe resistito senza perdere a sua volta conoscenza. Andò al punto, chiese cosa fosse accaduto in quel mese di segregazione con i cavalieri di Rosa Croce. Lei, con voce sonnolenta, smozzicando parole in frasi che di minuto in minuto divenivano più fluide, senza più bisogno di essere incalzata, con un filo di voce cantilenante, raccontò per più di un’ora cosa avvenne in quel mese, quali deliziosi e licenziosi rimedi furono adoperati da tutti i suoi guaritori e, la sorpresa più grande, quale ruolo ebbe il genitore di Julius che, all’insaputa del figlio, che lo credeva in quel frangente a Friburgo, partecipò attivamente, da solo e in gruppo, alle pratiche di guarigione più efficaci. Julius, tragicamente distratto da quanto ascoltò nel frangente, pentito di aver nutrito tutta quella fiducia nei Cavalieri di Rosa Croce, in suo padre, nel genere umano, ferito a morte nell’orgoglio e nello spirito, col volto che assumeva una smorfia mai indossata prima, non si rese conto che Adalberta aveva una strana viva luce negli occhi, che la stessa si era erta sulla poltrona prendendo il controllo e che lui stava scivolando nella condizione di sonno vigile a cui avrebbe dovuto soggiacere invece lei. Julius, senza mollare i magneti, si adagiò a terra. Lei, dimentica dell’inutile presa su quei pleonastici pezzi di metallo, avvicinò le sue labbra al volto del marito e per altri cinque minuti gli bisbigliò i suoi ordini, poi lo destò bruscamente con un calcio sulle reni. Colmò un bicchiere d’acqua, perché tutto quel morboso raccontare e lo sforzo che aveva fatto per mesmerizzare Julius le aveva messo molta sete, e si dissetò. Prese il grosso quaderno, il sedicesimo di quelli che aveva iniziato a scrivere in segreto da cinque anni, da poco tempo dopo il trattamento che aveva subito ad opera dei Cavalieri di Rosa Croce, e che aveva intitolato “Delle pratiche mesmeriche e della preparazione dei soggetti deboli”. L’aveva nascosto due ore prima sotto il cuscino della poltrona, lo aprì alla pagina ancora bianca, la centottantasei, intinse nel calamaio la penna d’oca e cominciò a rapportare le sue impressioni sull’esperimento che aveva appena compiuto, descrivendo compiutamente lo sguardo che sarebbe per sempre rimasto atterrito di suo marito. Le ultime righe che scrisse quella sera furono: ”Gli esperimenti andranno affinati sottoponendo alla preparazione il nuovo soggetto debole Heinrich von Miller”.

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