“Eleonora” di Alessandro Tondini

Eleonora era una ragazza per bene: ogni mattina, dal lunedì al venerdì, si incontrava con le amiche al bar per fare colazione prima di andare al lavoro. Una ventina di minuti di chiacchiere, pettegolezzi, brioche e cappuccino. Era carina, più carina della media e ne era consapevole, ma lei era orgogliosa soprattutto delle sue mani, bianche e lisce, lunghe e affusolate. Dedicava un’enorme quantità del suo tempo ad estenuanti lavori di manicure. Erano così belle ed eleganti che sua madre le diceva sempre avrebbe dovuto proporsi per qualche pubblicità di creme idratanti o cose simili. Ma a lei non interessava l’ammirazione degli altri. La sua soddisfazione doveva essere tutta per lei. Era una ragazza riservata, viveva ancora in famiglia e aveva poche amicizie vere. Ogni domenica andava a messa con sua madre e si confessava regolarmente. Trascorreva il tempo libero soprattutto leggendo e guardando dvd. Il suo unico vizio era il suo debole per i film horror. Ventisei anni, laureata in Economia con 110 e lode alla “Cattolica”, lavorava in banca ed era apprezzata da tutti: dai suoi genitori, dalle amiche, dai ragazzi, eppure non era fidanzata. Aveva avuto qualche storia, ma non si era mai sentita appagata, non era mai stata innamorata. Desiderava un uomo diverso, non sapeva bene che tipo, ma quelli che conosceva, quei bravi ragazzi, così carini e gentili, li trovava noiosi. Tutti gli altri non li considerava neppure, le sembravano dei de-evoluti, degli homo sapiens che, anziché continuare il percorso evolutivo, avevano sbagliato strada e ritornando a essere dei Neanderthal.

La routine della colazione mattutina al bar con le amiche la rilassava, l’aiutava ad affrontare il lavoro con più leggerezza. Da qualche giorno questo rito quotidiano era stato disturbato da un particolare inquietante: Eleonora aveva notato un uomo mai visto prima, alto, moro, con i capelli lunghi e la barba incolta, dallo sguardo tormentato e perso nel nulla. Ne era rimasta affascinata e spaventata. Quell’uomo era strano. Non si guardava intorno, aveva sempre lo sguardo fisso sul bancone del bar e diceva: “Un caffè”, poi il silenzio totale. Pagava e usciva. Rimaneva nel bar cinque o sei minuti, non di più. Aveva delle mani stupende, scure e forti, cariche di vene in evidenza, ma non erano mani da lavoratore manuale. Erano quelle di un pianista, di uno scrittore, di un artista. Mentre attendeva il caffè, l’uomo rimaneva immobile, lo sguardo fisso nel vuoto, con le mani appoggiate sul bancone. Aspettava fermo e le sue dita erano in posizione come se dovessero all’improvviso mettersi a suonare la Quinta di Beethoven. Eleonora era rapita da quell’immagine, le pareva un quadro. Immobile, con un cappotto grigio scuro, il bavero alzato, una sciarpa verde al collo. E quello sguardo e quelle mani. Il turbamento di Eleonora cresceva giorno dopo giorno, ma non osava avvicinarsi, non osava incrociare il suo sguardo. Eleonora era una ragazza per bene, aveva ventisei anni, quell’uomo ne avrà avuti quasi il doppio.

Ogni sera nella sua camera, Eleonora cercava di scacciare il pensiero per quello sconosciuto. Era proprio una brava ragazza, ma perché si sentiva così strana, così a disagio, quando pensava a quell’uomo? Si guardava le mani. Le sue mani, pallide e sottili e, lì vicino, vedeva quelle dello sconosciuto, quelle mani dalle vene cavernose che accarezzavano il suo corpo, che penetravano nel suo ventre. In vita sua non aveva mai raggiunto l’orgasmo. Aveva avuto qualche ragazzo, aveva fatto sesso, ma non aveva mai provato veramente piacere. Invece, quando fantasticava di fare l’amore con l’uomo misterioso, provava quella sensazione che non era mai riuscita a provare, anche se non era ancora il piacere assoluto perché lui non era lì con lei. Esisteva solo nei suoi pensieri, nell’immagine di quelle mani posate sul piano del bar. Osservava le sue mani bianche rivolte al cielo, così magre, e le immaginava intrecciate con quelle dure e nervose di lui. Si era innamorata di un uomo o delle mani di un uomo?

Una sera, appena andata a letto, le esplose nella mente quel film dell’orrore che tanto l’aveva turbata tempo prima. Non era stata la storia in sé o le immagini forti a spaventarla. Era stata sconvolta dalla scena nella quale una ragazza, che vagava sola nel bosco, era stata catturata dalle piante e violentata da un albero, ma non ne era rimasta sconvolta, no, si era eccitata terribilmente. E poi si era sentita a disagio, pensando di non essere normale. Aveva fatto di tutto per rimuovere quel ricordo, ma ecco che, adesso, ritornava fortissima quell’emozione. Una strana eccitazione l’aveva pervasa e, di colpo, aveva capito: “L’uomo del bar era come quell’albero!”. Non lo percepiva come un essere umano, per lei era come una presenza sovrannaturale. Si guardava le sue mani pallide e le vedeva come due colombe bianche che si posavano fra i rami secchi e nodosi di una pianta che, improvvisamente, si animava e le catturava. Si raffigurava lo sconosciuto nudo, lì accanto a lei, con un fisico asciutto, con i tendini e le vene in evidenza. Come se tutta la sua carne fosse un intreccio di sentieri, di strade, di percorsi infiniti, e che con forza la stringeva e poi, con delicatezza, le accarezzava ogni centimetro della sua pelle diafana. Immaginava il suo membro proprio come quelle mani che tanto l’inquietavano. Lui era un albero e lei era intrappolata fra le sue fronde e, lentamente, dolcemente, quell’albero entrava in lei e la prendeva, imprigionandola in un amplesso selvaggio. Tutto questo riusciva solo a vagheggiarlo, non aveva il coraggio di approcciare quell’uomo, dopotutto era pur sempre una brava ragazza.

Una mattina Carla la prese in disparte: “Si chiama Jorge, è argentino. È qui da poco, ma è di origini italiane. Dovresti provare a parlare con lui”.

Ma cosa dici?”, Eleonora divenne paonazza, si sentiva esplodere dalla vergogna. Carla aveva capito tutto, aveva colto ogni istante del suo disagio. Adesso era lì e cercava di aiutarla, anche se, in fondo in fondo, le stava dando delle informazioni che aveva carpito grazie al suo fiuto, un misto di sensibilità e perfidia: “È argentino, vive da solo e non è sposato!”, Carla le serviva su un vassoio l’uomo dei suoi turbamenti.

Ma come fai a saper queste cose?”, riuscì a sbottare come se avesse avuto un colpo di tosse.

Mio marito, servirà pure a qualcosa, almeno fare il carabiniere permette di ottenere informazioni riservate… ”, la guardava con un’espressione di malcelata apprensione, sembrava dicesse: “Dai dì qualcosa, fammi sapere tutto quello che provi per quel tipo, dai”.

Eleonora, dopo la deflagrazione d’imbarazzo si stava ricomponendo e, ormai scoperta, decise di dichiararsi.

Sai che non dormo più?”, mi capita di svegliarmi ogni notte alle quattro in un bagno di sudore e non riuscire più a riprendere sonno, ma non sono bagnata solo per l’agitazione… Hai capito vero?”

Carla la guardava e, nonostante fosse felice di aver colto nel segno, provava anche una vaga invidia per lo stato d’animo di Eleonora. Lei, per Luigi, non aveva mai sentito le stesse cose. Nemmeno quando lo ammirava vestito in alta uniforme, con la barba appena rasata e con quel sublime profumo di dopobarba.

Dobbiamo saperne di più. Devi conoscerlo, cazzo! Non puoi rimanere a soffrire così. Domani, quando arriva, avvicinati a lui e prova a scambiare qualche parola.”

Oddio, e come faccio?”

Come fai, come fai! Quando arriva, ti alzi, vai vicino a lui e chiedi il conto. Vedrai che, standogli attaccata, qualcosa succederà.”

Non credo di potercela fare. Ogni volta che lo vedo mi sento tremare tutta, manco avessi dodici anni. Se mi alzo, con lui presente, ho paura di non riuscire ad arrivare al bancone senza svenire.”

Ma che cazzo dici, sei scema? Domani ti avvicini e lo abbordi. Se non lo fai tu, lo faccio io.”

No! Ti prego non farlo, ti prometto che ci proverò, ma non mettermi fretta, sono troppo agitata.”

Eh! Lo vedo, ma ti ha proprio sconvolto quel tipo.”

Non so cosa dirti, è una cosa pazzesca, sono in una tale confusione che… ”

Sì, sì, sei innamorata dello sconosciuto.”

Oh, santo cielo, ma come fai a dire una cosa del genere?”

Lo sai che ho l’occhio clinico. Tu facevi finta di niente, ma io ti ho sgamata. Ogni volta che lo guardi ti si apre un poco la bocca, come se avessi visto la Madonna, ahahah!”

Sei proprio perfida”, le disse sorridendo Eleonora, “hai l’occhio lungo e la mente dell’investigatore, sei tu il vero poliziotto della famiglia.”

Ahahahah, è vero. Luigi ha sempre la testa tra le nuvole, pensa che si è messo in testa di scrivere poesie; non è un caramba, è un romanticone svitato ahahah”.

L’allegria di Carla riuscì a rilassare Eleonora, adesso non si sentiva più a disagio: “Ti prego Carla, mantieni il segreto, non dire niente a nessuno, mi vergogno troppo”.

Tranquilla baby, sarò muta come una tomba.”

Il giorno dopo l’uomo misterioso non si vide, e neppure nei giorni seguenti: era sparito. Dopo un mese di assenza, Eleonora non ce la faceva più, doveva sapere dove fosse finito.

Una sera ricevette una telefonata da Carla: “Ciao Ely, ci dobbiamo vedere, ho informazioni su Jorge”.

Ti prego Carla, vediamoci subito, non ne posso più.”

Abbi pazienza, ci vediamo tra un’ora al bar dell’angolo.”

Va bene, mio Dio, spero che tu abbia buone notizie vero?”

A dopo, ti spiego tutto con calma.”

Eleonora era agitatissima, il cuore le scoppiava in gola, si sentiva soffocare. Corse a vestirsi e, dopo cinque minuti, era già in auto diretta al bar, decisa ad aspettare l’amica in macchina.

Dopo tre quarti d’ora vide arrivare l’auto di Carla: “Oddio, cos’hai scoperto?”, disse con la voce strozzata correndole incontro.

Si sedettero in un angolo appartato, lo sguardo di Carla non era per niente rassicurante: “Il fatto è che, secondo me, è una buona notizia anche se per te sarà il contrario”, esordì Carla.

Eleonora si sentiva quasi svenire.

Il tuo Jorge è ricercato per omicidio, è per quello che non si vede più. È scappato.”

Com’è possibile?”, riuscì a sussurrare Eleonora.

In Argentina ha ucciso una donna, pare per gelosia. L’omicidio risale a quindici anni fa, ma da pochissimo la polizia argentina ha risolto il caso. È stato spiccato un mandato internazionale, forse lui ne ha avuto notizia da qualcuno, laggiù in Sud-America, e così è fuggito prima che potessero arrestarlo. Mio marito dice che, comunque, lo prenderanno presto.”

Mio Dio, Carla, non ci posso credere, ma com’è possibile, com’è possibile? Dio Dio Dio…”

Vedila così: ti è andata bene. Pensa se riuscivi a conoscerlo: t’innamoravi, magari pensavi di sposarlo e poi…patatrac. E poi pensa se, per qualche motivo, fosse stato geloso di te. Ti avrebbe ammazzato come quell’altra.”

Ma, ma io sono già innamorata di lui”, Eleonora si mise a singhiozzare come una bambina.

Carla la guardava esterrefatta. Va bene idealizzare qualcuno, ma innamorarsene così, senza nemmeno averlo conosciuto, le sembrava una cosa da fuori di testa.

E adesso cosa faccio?”, esclamò Eleonora, tra un singhiozzo e l’altro.

Ma cosa vuoi fare? Te ne torni a casa, ti fai una camomilla e vai a dormire. Domani incomincerai a pensare di trovarti un vero innamorato.”

Non puoi capire Carla, ormai Jorge è entrato dentro di me, non potrò mai dimenticarlo.”

Che sciocchezze! Manco gli hai rivolto la parola!”

Eleonora si alzò all’improvviso: “Jorge non è un essere umano come gli altri, è qualcosa di completamente diverso e io lo amo”, poi uscì di corsa dal bar.

Scappò a casa e si rifugiò sotto le coperte. Stava malissimo, ma si sentiva anche eccitata. Viveva un turbine di emozioni che la stavano stordendo. Non l’avrebbe più rivisto, ed era un assassino! Il desiderio per quell’uomo si era acuito ancora di più. Saperlo un criminale, anziché inorridirla, l’aveva affascinata enormemente. Era sconvolta, triste, sovraeccitata, si sentiva in balia di forze sconosciute. Aveva la sensazione di aver capito la sua vera natura: “Altro che brava ragazza, sono una depravata!”, e scoppiò in un pianto disperato e lungo quanto la notte.

All’alba ricevette un messaggio da Carla: “L’hanno preso al confine. Il tuo bel tenebroso è ormai in manette!”. Eleonora si sentì sollevata, pensò fosse arrivato il momento di conoscerlo. Con ogni probabilità sarebbe stato estradato in Argentina, ma non aveva importanza. Decise che gli avrebbe scritto, che gli avrebbe raccontato tutto quello che provava per lui e che, un giorno, sarebbe andata a trovarlo in prigione. Si sentiva un’altra persona. Aveva finalmente compreso la sua vera natura e provava gratitudine per tutta questa strana vicenda. Jorge l’aveva risvegliata, le aveva fatto affiorare tutta la sua essenza ricoperta fino ad allora da uno spesso strato di conformismo e perbenismo. La sua vita sarebbe cambiata in modo radicale, se ne sarebbe andata via di casa, avrebbe affittato un appartamento. D’ora in avanti avrebbe fatto solo quello che le andava di fare, bello o brutto che fosse. Però in lei era latente il senso di colpa, dopotutto era sempre stata così una brava ragazza. Oltretutto era cattolica, sapeva di aver commesso un grave peccato. Andò a farsi una doccia e, mentre si lavava, pensò che per pulirsi davvero si sarebbe dovuta confessare, solo così avrebbe potuto cominciare una nuova esistenza.

Erano le sei del mattino: si vestì e, senza fare rumore, uscì di casa veloce. Si precipitò in chiesa. Entrò e vide che c’era un’anziana seduta al confessionale: “Per fortuna c’è un prete”, pensò sollevata. Aspettò che la signora avesse finito di liberarsi dai peccati e si diresse al confessionale.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, attaccò il prete. Eleonora rimase colpita da quella voce profonda, non l’aveva mai sentita, forse era un prete nuovo. Piano piano cominciò a raccontargli la sua strana storia e, mentre parlava, sentiva crescere il desiderio di vedere la faccia del suo confessore. La sua voce, il suo tono, l’avevano incuriosita, ma non riusciva a vedere niente. Ogni tanto si sporgeva, cercando di cogliere qualcosa. Poi si accorse che dal confessionale si era scostata un poco la tendina e ne era uscita una mano. Eleonora si sentì ghiacciare: era una mano bellissima!

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