“Ascolto e non ascolto” di Raffaella Tavernini

Diciamo che parecchie delle volte che ti ho invitato non ne avevo voglia. Mi sono sentito obbligato a farlo”, così mi disse Filippo brutalmente, sapendo che con questa affermazione mi avrebbe ferito ancora di più.

Cosa stai dicendo?”, risposi, “Non ti ho mai chiesto nulla, non ti ho mai imposto nulla”.

Filippo continuò: “Mi sono trovato coinvolto in questa cosa più di quanto fosse mia intenzione. E questa è la verità”.

Vai fuori di qui”, gridai, “esci immediatamente da casa mia. Non ti voglio più vedere!”.

Avrei voluto controllare meglio la mia rabbia, ma non ci riuscii. Fui travolta dall’umiliazione e dall’imbarazzo. Io, pensavo, io che ho sempre avuto come unico e solo obiettivo quello di non essere invadente. Anche con le amiche, pensavo, anche con le amiche sono sempre stata preoccupata di non oltrepassare mai il confine.

Mi lasciai cadere sul divano con la bottiglia di sauvignon aperta per la serata. Il suo profumo di pipì di gatto lo rende imbevibile per molti e buonissimo per pochi, me inclusa. E iniziai a ricordare…

Io non ti porto di certo fino a casa.”

Non c’era nulla da interpretare, nulla davvero da ascoltare in questa frase di Filippo sparata con gli occhi sbarrati la notte che alle due eravamo rimasti in panne con la mia automobile. Tornavamo da una cena a casa di amici suoi che non mi erano nemmeno simpatici. Mille volte si giustificò in seguito dicendomi che sapeva già che mi avrebbe prestato la sua, di automobile, che non intendeva certo farmi chiamare un taxi.

Ripensai anche alla intenzionale crudeltà di un’altra risposta: “Perché mai dovrei venire in montagna con te?”. Oddio, non sarebbe stata di certo la nostra prima volta che ci facevamo una vacanza insieme. Quando gli proposi un week end sulle Dolomiti, Filippo non si limitò a rifiutare: mise in discussione la legittimità stessa della mia richiesta. D’altra parte nemmeno io avevo mai definito relazione questa cosa, perché non lo era. Non lo era nei fatti. Era come un buon bicchiere di sauvignon: fastidioso per molti, irrinunciabile per pochi. Avevo, però, creduto di essere stata brava nell’ascoltare, il dire tutto senza dire nulla. Invece, sembrava proprio di no. O meglio, avevo ascoltato senza sospendere il giudizio, credendo di sentire solo quello che volevo sentire.

Continuai con un altro bicchiere e un altro ricordo. Molto diverso era sembrato il Filippo piegato sulle mie ginocchia la sera che la madre era stata ricoverata in ospedale per un malore: fragile e bisognoso di protezione. Il messaggio che mi aveva scritto prima di addormentarsi mi era sembrato piuttosto chiaro, non bisognoso di interpretazioni: “Non avrei voluto essere in nessun altro posto stasera, con nessun’altra persona”. Ripensai anche a come i suoi occhi erano stati sempre sentimentali e accoglienti durante l’intimità: “Mi piace come fai l’amore”, mi aveva detto spesso.

Vero è che nemmeno io ero stata così ingenua da credere che questa cosa fosse amore. Non lo era stato nemmeno per me. Troppa complicità da parte mia per potermi assolvere. Il nostro era stato un gioco a due. Proprio per questo avevo ritenuto inaccettabile la sua sparata: “Parecchie delle volte che ti ho invitato non ne avevo voglia”. Non ci stava, era come dire tocco terra e non gioco più, rovesciando la responsabilità di non aver seguito le regole solo su di me. Come se non fossi mai stata capace di ascoltare, come se non avessi capito nulla. Ma eravamo stati in due a bere da quella bottiglia.

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