“Uno sguardo in ascolto” di Marcello Rizza

Adagiato sul divano, la tenue luce gialla, soffusa, calda e tremolante, della legna che arde nel camino, lo sguardo appena distratto dall’incandescenza dei tubi termoionici dell’amplificatore valvolare, assorto ascoltava l’opera verdiana. Sul Thorens girava il lucido vinile, la puntina a scovare i segreti del lungo, lento solco concentrico, a replicare la cristallina voce della Tebaldi.

Amami Alfredo, quanto io t’amo! Addio!

Violetta perpetuava, ora in taverna come in teatro, la sua storia d’amore e d’abbandono, nella mente di Giulio insisteva il necessario, salvifico trasporto per quella triste opera che riempiva il suo tempo dedicato alla musica. Il nipotino, appena sceso dalle scale, lanciatosi tra le sue braccia, lo riscosse. Col telecomando abbassò il volume: “Hai già fatto merenda Filipe?”, il bimbo sorrise, acconsentì, qualche briciola probante nella manica del golfino. Era bello quel pargolo, sempre illuminato in volto da spensieratezze, movimentato da curiosità e dall’emotività incorrotta di chi ancora non conosce il logorio da cose a lungo bramate, mai accadute.

“Quella signora piange, Nonno?”, Giulio raccolse la copertina del vinile e ne trasse l’albo a colori con le fotografie degli attori.

“Quelli che senti, Filipe, sono cantanti che stanno recitando una storia d’amore. Non piangono veramente”, pose il suo dito su una delle scene principali, “questa è la signora che hai ascoltato, sta dicendo alla persona che ama che se ne andrà lontano da lui, che non gli darà più il suo amore, è un racconto triste”.

Il bambino s’incupì: “Perché quella signora non ama più quel signore?”.

Per qualche istante ritornò a una trentina d’anni prima, a quella donna che gli aveva scaldato il cuore, che non avrebbe potuto e dovuto scaldarglielo, che già c’erano Clelia e la piccola Lucilla: “Questa signora, Filipe, ama quel signore. Lo ama così tanto da decidere di lasciarlo, per il suo bene”.

Il bambino scese dalle braccia del nonno, trasse dalla tasca un’automobilina e cominciò a giocarci, come improvvisamente disinteressato alla storia appena raccontatagli. Poi, nel mentre del gioco, con la sincerità affilata dei bambini, quella con cui loro non sapendolo t’affettano, disse: “Anche Mãe Antonia piangeva quando mi ha lasciato in quella scuola lontana lontana, che si raggiunge con l’aeroplano, dove ho conosciuto la mia nuova mamma Lucilla”. Il nonno lo riprese con sé in braccio, con occhi umidi, per la prima volta conscio che a ogni età si sperimenta l’abbandono e gli disse: “Anch’io piangerei a doverti salutare per sempre, ma questo non accadrà mai”.

Filipe, lo sguardo innocente, solare, da piccolo combattente, gli fece eco: “Io non lascerò mai te, la Nonna e Mãe Lucilla”, e di seguito, “Nonno, perché ascolti la musica triste?”.

Giulio pensò a quanta bellezza e armonia possa nascondersi nel dramma, nella sofferenza, nell’anarchia che impera nei sentimenti, a quanto calore esiste nello sguardo del bambino povero che prima ancora di essere affamato sogna un pezzo di cioccolata: “Anche tu ascolti la musica, Filipe. Ti ho visto ballare mentre ascoltavi l’Ape Maia. La musica che ascolto è come se mi facesse ballare senza muovere i piedi”.

Clelia scese le scale, tra le mani un vassoio con una fumante tazza di latte e Nesquick, due caffè e alcuni biscotti fatti in casa, il tutto appoggiato sul tavolo della taverna.

“Nonno, perché Nonna Clelia non ascolta la musica?”, Giulio sorrise, guardò d’annosa complicità la moglie. “La Nonna, quando ti guarda negli occhi, negli occhi di Mamma Lucilla e nei miei, trova i motivi per allontanare la tristezza e ballare, tesoro. Nei nostri occhi trova già tutta la musica del mondo.”

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