“Blank page” di Alessandro Tondini

L’altra sera ero seduto davanti a un foglio bianco, un banalissimo foglio A4. I fogli sono sempre bianchi prima di essere riempiti, ma quello che avevo davanti era più bianco del solito. Così l’ho preso in mano e l’ho esaminato da vicino sperando di scorgervi un’ombra, un’increspatura, qualche piccolissima imperfezione che interrompesse la sua candida superficie.

Perché ce l’ha con me?”, mi chiedevo, “Perché rifiuta di collaborare? Non gli voglio fargli male: non voglio appallottolarlo e tirarlo al gatto, non voglio bruciarlo, non voglio nemmeno mortificarlo scrivendoci sopra semplici appunti o disegnandoci stupidi scarabocchi”.

Ero sconfortato, mi rendevo conto che quella pagina sarebbe rimasta vuota ancora a lungo. Mi sono arreso, mi sono alzato e mi sono sdraiato sul divano. Ho chiuso gli occhi e, dopo qualche istante, sono sprofondato in uno strano sogno.

Mi è apparsa l’immagine di una immensa landa desolata. Una pianura ricoperta dalla neve, senz’alberi, senza alcun punto di riferimento: un deserto di ghiaccio.

Sembrava un luogo remoto dell’Antartide dove nemmeno i pinguini imperatore avrebbero osato inoltrarsi. Tutto intorno a me il ghiaccio e il nulla. A un certo punto è calata una nebbiolina lattiginosa che mi ha avvolto e paralizzato: ho capito che stavo scomparendo.

Ho provato a reagire e ho gridato: “No, non è possibile!” e, in un istante, la nebbia si è dissolta e nel cielo è apparso uno stormo di uccelli. All’orizzonte si è delineato il profilo di una catena montuosa e davanti a me è comparso un sentiero. Non c’erano più solo ghiaccio e neve, c’erano pietre, tracce di una motoslitta e, poco più in là, una foresta di abeti. Non ero più in Antartide, stavo camminando nella taiga finlandese. Faceva sempre un freddo cane, tutto era bianco, ma il posto era un po’ meno inospitale. Di colpo ho scorto una mandria di renne.

Allora sono in Lapponia, prima o poi arriverò ad un villaggio di pastori!”

Mi sono messo a correre, il mio fiato formava delle nubi dorate composte da minuscoli cristalli di ghiaccio illuminati dal sole, acquistavo sempre più velocità e, dopo un centinaio di metri mi è apparsa in lontananza la sagoma di una tenda. Correvo come un pazzo e, finalmente, ecco un essere umano.

Dio ti ringrazio, ce l’ho fatta, ora sono salvo!”

Tre, quattro individui mi sono corsi incontro mentre cadevo esausto. Poco dopo mi sono ritrovato all’interno di un ambiente in penombra in cui faceva caldissimo e, attorno a me, vi erano decine di occhi che mi osservavano: gli abitanti del villaggio erano venuti a esaminare un pazzo sconosciuto avventuratosi nelle loro terre. Sembravano divertiti, parlavano e ridacchiavano; probabilmente mi prendevano in giro. Che importanza aveva? Ero vivo.

Poco dopo le persone che mi circondavano si sono lentamente allontanate e, in mezzo a loro, è apparso un uomo anziano vestito con strani abiti colorati. Mi si è avvicinato e ha cominciato a parlarmi con un idioma incomprensibile.

Non riesco a capire, non parlo la tua lingua”, provavo a dirgli.

Lui intanto continuava ad articolare parole come se stesse recitando una nenia e, con un piccolo tamburello, manteneva un ritmo regolare.

Tumtutmtutmtumtutmtum – la cadenza dello strumento creava una specie di campo ipnotico e mi sembrava di essere entrato in un’altra dimensione. Incredibilmente ora capivo tutto quello che mi diceva. Poco dopo, il vecchio sciamano ha preso in mano una pergamena sulla quale non c’era scritto niente. Mi ha guardato e, con un sorriso beffardo, mi ha sussurrato: “Hai capito vero? Adesso che hai imparato ad ascoltare puoi riempire tutte le pelli di renna che vuoi”.

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