“L’attesa” di Raffaella Tavernini

Camelia attendeva quel mercoledì 27 settembre con un sentimento confuso di ansia, gioia, impazienza ed entusiasmo almeno da un mese, cioè da quando su Facebook aveva conosciuto Luca, che poi aveva scoperto chiamarsi Andrea. Attraverso amicizie comuni avevano iniziato una conversazione privata, sempre più fitta, nel mondo virtuale dei social network. Camelia, però, credeva alla realtà dei fatti e Andrea alla prima occasione le aveva proposto di incontrarsi di persona. Di ritorno da una conferenza a Venezia si sarebbe fermato alla stazione di Verona, alle 13.00 del 27 settembre.

Dopo la solita serie di questioni tipicamente femminili – come mi pettino? E il rossetto? Rosso farà poco seria? Tacco o raso terra? Calzoni o gonna? – Camelia si era presentata con un certo anticipo alla stazione di Porta Nuova indossando: sobri calzoni neri con stivaletti tacco 5, coda di cavallo con un ricciolo casualmente indisciplinato e rossetto sì, ma rosato. Aveva guardato il tabellone degli arrivi e si era diretta con passo deciso al binario 17, erano le 12.15. Andrea non poteva certo sapere che era arrivata con tutto quell’anticipo. “Quando scenderà dal treno fingerò un certo affanno, come fossi appena arrivata”, aveva pensato Camelia.

Si era seduta vicino all’unica persona che stava già aspettando il 9718. Per distrarsi, si era portata una di quelle riviste femminili dove non c’è scritto mai nulla di importante. Non riusciva, però, a prestare attenzione nemmeno a quel niente. Aveva attaccato bottone con la sua vicina, una vecchina sui settant’anni. I capelli grigio violetto, che fa tanto nonna che cucina almeno una torta di mele al giorno per gli adorati nipoti. Seduta sulla panchina con le mani morbidamente appoggiate sulle gambe, la vecchina guardava di tanto in tanto lungo il binario.

Buongiorno. Sono Camelia e sto aspettando un amico che arriverà con il 9718. Ero già in zona e quindi sono venuta in stazione con troppo anticipo.”

Buongiorno a lei. Io sono Rosi. Sto aspettando mia figlia. Anche lei deve tornare da Venezia. Mi ha detto che arriverà per pranzo.”

Speriamo almeno che il treno sia puntuale”, aveva continuato Camelia, “devo già aspettare tre quarti d’ora. Non vorrei davvero ritardasse”.

Ah, no. Stia tranquilla. Questo treno è sempre puntuale. Si può dire che spacchi il secondo.”

Ma allora lei è una habitué? Sua figlia torna spesso a Verona?”

A dire il vero è da un po’ che non arriva, ma io la aspetto tutti i giorni. Il treno arriva sempre puntualissimo, alle 13.00. Annamaria è da un paio d’anni che non scende.”

Questa è matta, aveva pensato Camelia rituffandosi con lo sguardo fra le pagine della sua rivista. Alle 13.00 in punto era arrivato il 9718 proveniente da Venezia S. Lucia. Si era fermato. Era scesa una marea di passeggeri, però, né Andrea né Annamaria. Rosi aveva salutato Camelia: “Se torna anche lei, ci vediamo domani. Mi ha fatto piacere la sua compagnia”.

Camelia, delusa e incuriosita allo stesso tempo, era rimasta seduta ancora un istante, finché il capostazione non le aveva detto: “La figlia di Rosi è scappata un paio d’anni fa, ma la madre non ci vuole credere. Da allora, con infinita pazienza, la viene ad aspettare alla stazione ogni giorno”.

Camelia si era commossa e aveva pensato che no, lei Andrea non l’avrebbe aspettato un giorno di più. Pazienza è una strana parola: puoi dirla quando aspetti e quando scegli di non aspettare più.

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