“Alla finestra” di Marcello Rizza

Affacciata alla finestra, osservava dal trentaseiesimo piano la caotica calca delle 12.15. Lungo l’arteria le autovetture col semaforo verde erano quasi ferme, sul marciapiede s’incrociavano e scontravano indifferenti migliaia di umani. La fiumana, in un inutile muoversi senza senso, coi rumori e il puzzo combinato di sudore, cibo da strada, tubi di scarico e natura marcescente, non l’avrebbero distratta. C’era un problema contabile, bisognava risolverlo. Chiudendo la finestra del suo ufficio insonorizzato fece tremare il vaso dei fiori appassiti sulla balaustra all’esterno, non aveva mai avuto il pollice verde. Andò alla scrivania. Su uno dei due monitor vi era ancora la fotografia di quel maledetto bracciante etiope, tutte le informazioni che lo riguardavano erano contenute in un file d’incredibile e inservibile dimensione. Mai che questo problema si presentasse con qualche personaggio interessante: guerrieri, matematici, artisti. Quell’anonimo agricoltore sarebbe già dovuto morire di stenti e fame ventidue giorni, 4 ore e quattro secondi fa, per questo gli uffici dell’ottantaquattresimo piano avevano ideato la carestia nel paese africano. Dovevano mancare 27.529 umani, ne sono morti solamente 27.528. Appena accortasi del problema aveva subito informato le persone addette negli uffici competenti, quelli che la giudicano petulante e puntigliosa. Che la pensassero come volessero, lei è una ragioniera, la contabilità è una sua responsabilità. Da subito le dissero di avere pazienza, che il problema sarebbe stato risolto. Non era stato risolto nulla, era ancora vivo, dannazione! Il problema non è mai stato nei grandi numeri, le macrodinamiche sono una certezza. Quando lo staff dell’ottantaquattresimo piano aveva pensato al meteorite sapeva bene che tutti i dinosauri si sarebbero estinti. La guerra ad hoc che mischiava interessi e religioni aveva già ucciso il dieci percento della popolazione siriana, altri sarebbero morti e già si sapeva il conto preciso. Eppure leoni, formiche e dinosauri non hanno mai creato problemi di alcun tipo, quando giungeva la loro ora morivano e lo facevano così come era stato predeterminato. Nei 560.000.000 di persone che muoiono, in media in dieci anni, capitano due o tre umani insignificanti, ora anche un contadino etiope, che fanno sballare la contabilità. Quei gran cervelloni del quarantaduesimo piano avevano analizzato ogni evoluzione possibile riguardo questo fenomeno. Non avendo elaborato alcuna formula scientifica l’avevano risolta filosofeggiando, appropriandosi del difetto genetico dell’uomo, imputando l’anomalia a fattori emotivi che, non si sa come, influiscono sullo spazio-tempo. Più o meno la stessa risposta di tre anni prima, quando un cucciolo d’uomo tedesco non era morto sotto il camion. Quei gran cervelloni avevano supposto che l’anomalia fosse stata generata dall’insolito attaccamento del soggetto a un ritaglio di giornale con la fotografia di un astronauta che teneva dentro una scatola di latta sotto il letto. Si, ma era agosto e c’era tutto il tempo per sistemare la faccenda e far quadrare i conti, non come in quel momento, che andava chiusa la contabilità. Quegli inutili scalda sedie le avevano ritrasmesso il file aggiornato con speculazioni che nulla avevano a che fare con la partita doppia, col dare/avere, con entrate e uscite. Quel contadino etiope aveva influito sullo spazio tempo a causa di un seme di melone che custodiva da quarantasei anni dentro una vecchia lattina verde scuro con scritto “Bully Beef”. Un seme di melone! Si voltò a guardare la scheda sul secondo monitor, la fotografia di un’umana di 5 anni. Sarebbe dovuta morire fra 82 anni, un banalissimo raffreddore con esiziali complicanze. Guardò l’orologio, quella bambina inseguendo il cagnolino sarebbe passata sul marciapiedi sotto il suo ufficio tra 56 secondi. Con calma andò alla finestra, l’aprì e spinse il vaso di fiori appassiti fino a farlo cadere, poi richiuse la finestra. Andò al pc e schiacciò il tasto delete cancellando il file della piccola umana. I conti erano tornati in ordine, il consiglio d’amministrazione, quelli con la puzza sotto il naso del novantanovesimo piano, non avrebbero potuto muovergli alcun appunto.

 

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