“Vita o non vita” di Alessandro Tondini

Marco abitava in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Dal suo soggiorno vedeva solo i tetti degli altri edifici e nessun essere umano, aveva scelto di trasferirsi lì solo per quello. Quando tornava a casa si sedeva accanto alla finestra e stava ore a osservare quel paesaggio abitato solo da uccelli e da qualche sporadico gatto. Un mondo privo di frenesia, quieto e rassicurante. Era la sua medicina. Quella mattina però il rimedio non bastava più. Aveva oltrepassato il limite della sopportazione e l’odio verso se stesso si era fatto definitivo. Gli mancava solo una briciola di coraggio per farla finita e nel cupo interludio tra l’essere e il non essere gli venne in mente la conversazione del giorno prima con Rita.

Hai mai pensato di fare un salto di qualità?”

Cosa vuoi dire Marco?”

Dai che hai capito, un salto nel vuoto, un volo nell’aldilà”

Sì avevo capito, ma speravo di no”

Andarsene finalmente da qui e smettere di soffrire, è per questo che lo chiamo salto di qualità”

E se poi non è veramente finita? Se ti tocca soffrire ancora o di più? Magari l’inferno esiste veramente, chi può dirlo”

Ahahah, l’inferno. Vivere è l’inferno. Morire può essere solo la liberazione”

Senti Marco, non mi piacciono questi discorsi, dovresti farti aiutare da qualcuno, perché non torni dallo psicologo?”

Perché non mi è servito a niente e perché nessuno mi può aiutare, ormai”

Tu non hai mai provato a chiedere aiuto. Nemmeno a me. Ti limiti solo a fare oscuri ragionamenti. Provaci una volta e vedrai che la risposta ti arriverà. A me è successo, lo sai”

Sì, quella storia dell’angelo. Me la ricordo, ma io non credo agli angeli, non credo a niente”

Dammi retta Marco, fai un tentativo. Io ti voglio bene e non ti voglio perdere”

Grazie Rita, ma la mia pazienza è finita. Ho sopportato me stesso fino ad oggi, non credo di poter reggere altri giorni insieme a me”

Marco, ti chiedo solo di fare un tentativo”

Ciao Rita, adesso vado. Se non ci vedessimo più, sappi che sei l’unica persona alla quale ho voluto un po’ di bene”.

Chiedere aiuto”, pensò, mentre osservava il fumo di un comignolo che veniva disintegrato dalle folate di vento, “ormai non posso più andare avanti così. Ho la bottiglietta di sonnifero ancora intera, me la scolo tutta insieme al cognac che mi è rimasto e via. Mi ubriaco e muoio, così magari arrivo dall’altra parte tutto allegro”, nonostante la sua disperazione riusciva ancora a fare dello humour.

“E va bene, facciamo una prova”, prese il boccale per la birra, ci versò il sonnifero e mezza bottiglia di Vecchia Romagna. Rimase a guardare l’intruglio letale e si decise.

Ho bisogno d’aiuto, se qualcuno mi sente mi dia un segnale, faccia qualcosa!”, disse a voce alta, Aspetto mezz’ora, poi me lo bevo tutto”.

Si sedette sulla poltrona e si mise a fissare la porta d’entrata con uno sguardo pieno di sfida e disperazione. Sulla parete l’orologio segnava le undici. Ore undici e cinque, niente. Undici e dieci, niente. Undici e quindici, niente. Marco si girò rassegnato a guardare il boccale. Alle undici e diciassette lo squillo del campanello lo fece trasalire.

“Ma chi può essere!”, si avventò sul citofono, “Chi è?”, pronunciò con un grido tremolante.

Sono Sartori.”

Sì, un attimo”, era sconvolto, giù di sotto c’era Angelo Sartori, il suo padrone di casa. Era venuto a pretendere i sei mesi di affitto che Marco non gli aveva ancora pagato. L’ultima volta glielo aveva detto: “Ancora un mese e perdo la pazienza!”.

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