“La signorina del gatto nero” di Alessandro Tondini

Silva non soffriva di solitudine, era costantemente sola. Dentro di lei c’era il vuoto, una voragine senza fine. Eppure, quando usciva dall’albergo, mia madre era in compagnia. Dietro ai passi di quella ragazza sempre un po’ triste c’era il suo gatto nero, con la coda dritta e vibrante. Gli abitanti della zona che vedevano la scena, consideravano quel gatto una specie di cane, ma Milionario, quando seguiva mia madre, non si comportava come un cane, si comportava come gli pareva e basta. La compagnia di mia madre gli era molto gradita e, quando la vedeva allontanarsi, non disdegnava seguirla nei suoi spostamenti. Fatto sta che i ragazzi dei dintorni scorgevano frequentemente una ragazza dallo sguardo un po’ triste seguita da un gatto nero. Del resto, pensavano, se si è sempre un po’ tristi il gatto che ti segue non può che essere nero.

Mia madre, quando camminava, aveva un incedere un po’ oscillante. Cercava di camminare lentamente per mascherare il suo difetto, ma era ben visibile a tutti che zoppicasse. Da bambina aveva avuto la poliomelite, ma grazie al compagno di sua mamma, che aveva i soldi, era stata curata abbastanza bene. La malattia le aveva comunque lasciato una gamba un poco più magra e più corta dell’altra. Mia madre, senza un padre, con una madre che faceva la tenutaria di bordelli, con una gamba un poco più corta dell’altra e per questo claudicante, aveva sempre lo sguardo un po’ triste ed il gatto che la seguiva era nero. Ma mia madre era una ragazza carina, i ragazzi la osservavano e le sorridevano. Anche lei sorrideva, sebbene il suo sorriso fosse sempre un po’ triste. Sorrideva perché, mentre camminava, c’era il suo gatto che la seguiva.

L’avevano soprannominata “la signorina del gatto nero”. Lei sapeva che la chiamavano così e le piaceva. Si sentiva come se fosse un tutt’uno col suo micio. Un unico essere vivente, un po’ umano ed un po’ felino, uno dei pochi momenti in cui la sua infelicità cronica si stemperava. L’affetto che provava, ricambiata, per il suo animaletto le alleviava quel senso di distacco totale. Insieme al suo gatto, magicamente, non si sentiva più abbandonata. Perché un gatto non è un cane, e non è nemmeno un animale qualsiasi, è una creatura particolare. Non ha bisogno di un umano; se stabilisce di vivere con gli uomini lo fa per libera scelta e perché ha una missione da compiere. Il gatto è come un angelo custode e si affeziona a chi ha bisogno di lui. Mia madre non lo percepiva, ma quella bestiola nera e morbida era lì per lei, per aiutarla a non farsi annientare dal dolore, dalla sua tristezza infinita. Le stava vicino per allargarle il cuore, perché chi non ha ricevuto amore non riuscirà con facilità a darne. Grazie alla presenza di Milionario, mia madre riusciva a mantenere un equilibrio psicofisico discreto e teneva lontana la depressione.

Il felino sciamano un dì scomparve. Non se ne seppe più nulla. Probabilmente aveva finito la sua missione perché, proprio quel giorno, la signorina del gatto nero scoprì di aspettare un bambino.

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