“La libellula” di Jlenia adain Rodolfi

Appena fuori dalla feritoia il sole sembrava liquido. Una libellula ronzava tra i rami con le sue ali disuguali; andava appollaiandosi, come stanca, su piccoli steli spezzati dalla calura. I suoi colori venivano catturati dalla luce e restituiti con generosità a chi poteva vedere. Latif teneva appoggiata la fronte allo spigolo irregolare del muro, la pelle sporca e gli occhi quasi neri, arrossati dalla sabbia e dall’assenza di acqua, spalancati a non perdersi un battito d’ali. Ne seguiva le evoluzioni arrangiando il movimento con le dita, ne imitava il ronzio sordo e ne prevedeva i momenti di sosta lasciandosi andare a risa mute ogni volta che li indovinava.

Che stai facendo, schifoso?”, non l’aveva sentito entrare e la sua pelle si ricoprì di brividi: abbassò la testa e alzò gli occhi verso la sentinella, si rannicchiò nell’angolo senza proferire parola.

Latif il gentile, lo chiamavano, attendeva nella posizione migliore che tutto cominciasse. Non si accorse quasi del colpo tanto fu forte l’impatto, sentì dopo un attimo il dolore acuto alla spalla sinistra e si rovesciò sul fianco; il secondo colpo arrivò mentre cercava di ripararsi la testa con la mano sinistra, fece appena in tempo a vedere il bastone avvicinarsi alla sua nuca, poi tutto divenne buio. Aprendo gli occhi trovò la terra battuta così vicina da poterne distinguere i granelli, alzando la testa si accorse che un liquido scuro era uscito dalla bocca disegnando il terreno; appoggiò le braccia corte dalle mani grandi e vi fece leva fino a mettersi in ginocchio. Tutto il corpo doleva in quell’immenso silenzio.

Latif”, udì una voce bassa che da un angolo della cella gli si rivolgeva, “pensavamo non ti svegliassi più stavolta”.

Latif il gentile, fece un cenno col capo e tentò un sorriso che gli costò un lamento soffocato. Ancora ginocchioni sollevò la casacca sudicia e vide, nella penombra, il fianco sinistro coperto da un grosso ematoma; passò la mano sul viso e non riconobbe i suoi tratti sotto il gonfiore, gli mancavano un paio di denti. Cercò di mettersi in piedi, ma le gambe non sembravano farcela; appoggiò le mani a terra e fece per strisciare verso la feritoia, quando si accorse che era stata murata. Si immobilizzò, il respiro corto e la bocca gonfia spalancata: gli salirono le lacrime agli occhi, ma le trattenne ostinatamente. Era in trappola: l’unica cosa che lo interessava gli era stata portata via e adesso era davvero prigioniero. Procedette carponi sedendosi spalle al muro, proprio al di sotto della feritoia coperta e chiuse gli occhi restando così, in silenzio, sotto gli sguardi di chi si aspettava che piangesse. La bocca gli tremava e strinse forte le mani, le nocche divennero bianche. Poi un’immagine si affacciò alla sua mente: la libellula era lì, dietro i suoi occhi chiusi e le lacrime cominciarono a scendere. La seguì e mosse la sua mano come un volo ronzando con le labbra gonfie, cercò di indovinare quando si sarebbe posata: il suo viso tumefatto si aprì a un riso muto, anche stavolta aveva indovinato. Latif il gentile, era di nuovo libero.

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