“Un’intuizione fortunata” di Raffaella Tavernini

Era il 29 febbraio 2016. La data è importante perché già da due mesi ripetevo in continuazione il detto “anno bisesto, anno funesto”. Come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi (decisamente troppi per me nella settimana – non sarebbe meglio se i giorni festivi e i feriali fossero invertiti? Non sarebbe un problema lavorare il sabato e la domenica se il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì potessimo trascorrerli in panciolle), dicevo, come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi ero uscita dall’ufficio decisamente troppo tardi. E decisamente troppo stressata.

Chiudi la porta, inserisci l’allarme, prendi le chiavi, accendi il motore della mia automobile. Rosso fiammante, pulitissima. Reduce da una rimessa a nuovo in carrozzeria. Non si sentiva nemmeno più la puzza di tutte le sigarette che ci fumavo dentro. Sempre per colpa di tutto quello stress. Dopo solo pochi metri, guarda chi ti incontro proprio stasera: il mio compagno di liceo, Paolo Cattivini. Non un compagno qualsiasi: uno di quelli che mi faceva proprio ridere.

Ma ciao Paolo! Quanto tempo? Almeno dieci anni saranno passati.”

Lorella! Fermati immediatamente a salutarmi come si deve.”

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe che non mi fermassi a salutare Paolo Cattivini. Metto la prima e mi accosto al lato della strada. Spengo l’automobile, scendo e chiudo la portiera.

Paoloooo! Ma che gioia vederti!”, tutta pimpante quasi saltello per i dieci metri che mi separano da Paolo e lo abbraccio.

Lui ricambia il mio abbraccio. “Lorellaaaa! Troppo tempo! Come stai?”.

A quel punto io comincio a sciorinare una sequela di parole: “Tutto bene, Paolo. E tu? Tua moglie? Tua figlia? Sai, io lavoro proprio qui. Da quanto non ti vedo? Tu stai benissimo. Sei ancora più bello”.

Per una frazione di secondo guardo gli occhi sgranati e terrorizzati di Paolo Cattivini che mi fissano e mi chiedo se, come al solito, non stia parlando troppo. Eppure, anche se sono passati tanti anni, Paolo mi conosce bene. Non sono cambiata poi tanto dai tempi del liceo. Invece mi chiede, guardando oltre le mie spalle: “È la tua auto quella lì?”.

Mi volto.

Sì.

È proprio la mia fantastica auto rosso fiammante.

Che è partita.

Da sola.

Trotterella sempre più velocemente lungo la discesa verso la strada principale. All’ora di punta.

Di un giorno lavorativo.

In una frazione di secondo scatto verso di lei (oddio, non sono Usain Bolt, purtroppo – diciamo: scatto per quanto posso).

Quanto è bella, penso.

Proprio stasera che è tutta pulita.

Accidenti, si schianterà di sicuro. Oppure distruggerà un’altra automobile. Oppure una persona. Oppure la inseguirò per chilometri.

La vedo rallentare lentamente di fronte a un marciapiede, come se temesse di salirci. E invece poi prosegue e ci sale. Si infila millimetricamente fra un palo della luce e un cartello stradale di divieto di sorpasso. Evita la panchina della fermata dell’autobus. E continua imperterrita.

La raggiungo sulla linea di mezzeria fra le due corsie, con il traffico che sembra essersi miracolosamente fermato.

Salgo.

Aziono il freno a mano.

È salva.

Sono salva.

Pallida e agitatissima, dopo averla parcheggiata, questa volta assicurandomi di aver ben inserito il freno a mano, mi avvicino a Paolo, Paolo Cattivini.

L’ho guardata un attimo pensando che ci fosse qualcuno al volante. Quando mi sono accorto che si dirigeva verso il marciapiede ho capito che non c’era nessuno”.

Davvero una intuizione fortunata, Paolo Cattivini.

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