“Io qui non ci volevo venire” di Bruno Barcellan

Ti giuro che non me lo sono inventato, è stata l’agenzia a dirmi di venire qui, in verità è stata Rosemary, la conosci no, con quella sua vocina stridula e precisa, me l’ha detto lei a nome dell’agenzia. Se poi se l’è inventato oppure davvero quei quattro rinsecchiti si sono trovati per decidere, questo non lo so. Conoscendo Rosemary, tutto può essere. Ma tu te l’immagini i quattro vecchi che si incontrano alle tre di un pomeriggio lavorativo in un bar del Queens seduti al bancone ognuno con la sua macchina fotografica poggiata in bellavista per fare a gara a chi ha l’obiettivo più lungo? Io no, ormai quelli si ignorano allegramente, ognuno crede di essere meglio dell’altro anche se poi corrono in edicola quando esce in copertina la foto di uno di loro. In ogni caso io qui non ci volevo venire e soprattutto non volevo che venissi tu, ti ho invitato solo per cortesia. Mi hai sempre fatto una testa così che se diciassette anni fa fossi venuta con me allora avresti fatto anche tu una foto come la mia, così questa volta te l’ho detto e non mi puoi più fare storie. Ma io qui non ci volevo tornare, che ti sia chiaro come questo dannato sole che mi sta uccidendo gli occhi. Per non parlare della polvere, e della sabbia, diamine! Ma se non venivo, se mi rifiutavo, lo sai come sono fatti quelli, se la segnavano per sempre e qualsiasi cosa avessi poi fatto di bello, loro avrebbero detto che però quella volta mi sono rifiutato, e usavano questa come scusa per non farmi mai entrare nel gruppo. Lo so che non dovrebbe fregarmene niente, ma far parte dell’agenzia sai cosa comporta? Sai quanto lavoro arriva senza neanche doverlo cercare? Per non parlare dei soldi, sì dei soldi! Non vivo d’aria io! E neanche tu signorina… signorina, si fa per dire. Se l’avessero chiesto a te avresti fatto lo stesso, anzi ne saresti stata orgogliosa. In ogni caso ora siamo qui e dobbiamo sfangarcela in qualche modo. Se vuoi aiutarmi, bene, altrimenti prendi il primo volo e vattene che io m’arrangio lo stesso, ma se resti mi dai una mano senza fare storie, intesi? L’interprete ha detto che è proprio lei, a guardarla sembra impossibile, so che non è bello da dire, ma a me sembra un uomo, non può essere lei, saranno anche passati diciassette anni, c’è stata la guerra e tutte le traversie che vuoi, ma a me non sembra possa essere lei. Tu che ne pensi? Ho sentito anch’io dire che certe persone possono cambiare di un po’ il colore degli occhi, boh non lo so, a volte a voler credere una cosa poi si finisce a pescare granchi grandi come il Michigan. Non lo so, metti poi che facciamo tutto un circo che l’abbiamo ritrovata: eccola qui la ragazza profuga che ha incantato il mondo con i suoi occhi, guardate come è diventata, guardate cosa succede a vivere da queste parti, e poi fra qualche mese si scopre che era una bufala, che non era lei, ma sua cugina, allora sono io che ci rimetto la faccia, per non parlare della carriera. Io qui non ci volevo tornare, tu dovevi convincermi a non venire, che non ne valeva la pena, di solito ogni cosa che faccio la critichi, questa volta niente? Questa che era l’occasione giusta per dissuadermi dal fare una grandissima, speriamo di no, minchiata? In ogni caso adesso dobbiamo farle una foto, ma non so ancora se è meglio partire dagli occhi e far rivivere la bellezza di quando era bambina o invece sottolineare il fatto che in soli diciassette anni ormai è come se fosse già vecchia, che vivere qui non è mica una passeggiata, pensa che adesso dovrebbe avere quasi trent’anni e ne dimostra il doppio. E se non fosse davvero lei? Ma tu ti fidi di questo cavolo di interprete? Io qui non ci volevo tornare! Dovevo prendere quel lavoro per Calvin Klein, ma lo sai quanto pagava? E poi dicono che le modelle pur di uscire stupende in un servizio sono disposte a tutto, te la regalano come se non fosse loro, io non ci sono mai stato con una modella vera, la più bella donna che ho avuto se stata tu, pensa te! Dai non ti offendere, dopotutto, pensaci bene, ma questo è un complimento. Ok, ti chiedo scusa, le modelle fanno schifo, sono vuote dentro e  magre come stecchi. Copriamole i capelli che sono inguardabili, questa sorta di burka viene a fagiolo, sottolineiamo gli occhi che sono sempre ipnotici, anche se forse non sono i suoi. Chissà se il marito glieli chiude con la mano sopra quando fanno sesso? Tanto loro lo fanno vestiti, cinque minuti ed è fatta. Guarda che io almeno mezz’ora sono sempre durato, questa non me la puoi negare, se vuoi dopo facciamo un ripasso, però facciamolo al buio che non voglio vedere quanto sei invecchiata.

Scusa, non volevo, torniamo al lavoro. Ho detto scusa, falla finita! Ma preferiresti un uomo di questi che la parola scusa non sa nemmeno cosa vuol dire? Il guaio è che non posso neanche cambiarle troppo l’espressione altrimenti si capisce che non è naturale, ma questa qui sembra sempre incazzata, se almeno facesse lo sguardo un attimo più dolce allora sarebbe fatta.

Forse le basta una caramella, o dell’oro, chi lo sa? Chi lo sa cosa ha in mente, se è davvero arrabbiata, o delusa o chissà cosa, forse vede te che sembri così libera di fare quello che vuoi, con i tuoi capelli, i tuoi vestiti, forse ti disprezza e invidia allo stesso tempo, la tua sfrontatezza, potertene andare in giro per il mondo, nessun uomo che ti comanda, lo ha capito subito che io non conto niente, poter vedere le stesse cose che hai visto tu, il mare ad esempio, la neve, la neve che cade a fiocchi dal cielo, e si chiede invece perché lei viaggia solo quando è costretta, quando deve scappare da qualche guerra, e non è lei a decidere dove, non decide niente lei; o forse di tutte queste cose non ha una coscienza precisa, ma le intuisce adesso mentre ti guarda con orrore, sdegno, invidia? O forse si è fatta una corazza così spessa che ormai non passa nulla. Se fossi davvero bravo come dicono, io tutte queste cose riuscirei a coglierle con un solo scatto.

Se le mostriamo la foto di quand’era bambina, forse si scioglie un po’. Passamela, ne ho una copia nel mio zaino, lì nella tasca di sopra. Di’ all’interprete di spiegarle che è lei, speriamo funzioni. Se avesse davvero il burka, uno di quelli con la stoffa traforata sugli occhi, allora le farei un primo piano di questi suoi occhi in prigione con la luce del sole che vuole entrare e loro uscire allo stesso tempo, questa sì che sarebbe la foto giusta. Vorrei fare anche, parallela, una foto a te e le tue di prigioni, che non sono fuori, ma sono dentro, dentro i tuoi occhi semplici color nocciola, sotto queste lenti a contatto colorate che ti ostini ancora a voler portare.

 

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