“Complicità” di Elda Cortinovis

Lia sedeva sopra a un grande masso e lanciava sassolini a terra. Li osservava rimbalzare e poi verificava quale di quelli lanciati fosse andato più lontano. Stava aspettando sua sorella Amalia e insieme sarebbero andate a fare un giro al centro commerciale non lontano da casa.

Amalia non arrivava e Lia, impaziente, saltò giù dal sasso e andò verso il laghetto dei cigni in mezzo al parco pubblico. Nonostante fosse cresciuta, le piaceva ancora guardare quei grandi volatili bianchi scivolare con eleganza sull’acqua. La divertivano come da piccina, quando suo padre la portava ai giardinetti. Lei, con la sua bicicletta viola munita di rotelline per non cadere, raggiungeva il laghetto come una meta lontana e là, parcheggiato il suo mezzo, lanciava ai cigni la mollica di pane e aspettava che le si avvicinassero. Era un bel ricordo, un momento in cui suo padre si dedicava a lei e la faceva sentire la sua preferita. Si guardò intorno: Amalia ancora non c’era.

“Ma dove si è cacciata? Aveva detto che tornava subito, che doveva portare qualcosa a un compagno, ma è sparita. Se non torna fra cinque minuti, giuro che me ne vado e la pianto qui.”

Non lo avrebbe mai fatto. Lo diceva solo per mitigare la preoccupazione che le montava in petto. Rimuginando tra sé, si diresse verso l’uscita del parco. I cinque minuti furono interminabili, forse perché ogni due secondi guardava l’orologio. Dal vialetto principale dei giardini arrivò Amalia correndo: “Scusa Lia, eccomi!”.

“Ma dove ti eri cacciata? Mi hai lasciato qui un’ora senza dirmi neppure dove andavi esattamente.”

“Sono stata da Marco, ma non dire niente alla mamma. Non vuole che lo frequenti, ma io lo amo. Capisci?”

“Quel imbesuito che ti faceva la corte lo scorso anno? Ma mollalo, non vedi che è un immaturo?”

“Dai non fare la mammina! Non ti posso raccontare niente che mi giudichi subito.”

Mentre lo diceva Amalia guardava Lia con occhi dolci. Lia era ancora arrabbiata, ma quello sguardo materno le ricordò di un pomeriggio piovoso, quando erano rimaste a giocare in cortile fino a tardi, in attesa che la mamma tornasse. La pioggia battente sembrava non dare tregua e loro fradice si erano strette in un forte abbraccio.

“Ti ricordi quel giorno, da piccole, quando pioveva a dirotto ed eravamo chiuse fuori casa e tu mi hai avvolto con la tua mantella?”

“Sì, certo che mi ricordo. Eri tutta bagnata: sembravi un pulcino. Io volevo proteggerti; non ero grande, avevo sette anni, ma stringendoti a me, pensavo davvero di essere una mamma.”

Lia sorrise ad Amalia e aggiunse:”Non ti preoccupare, non dirò nulla di Marco”.

Sapeva benissimo che non si erano solo baciati, ma non voleva conoscere i dettagli, non la riguardavano. Non chiedendoglielo le piaceva pensare che sarebbero rimaste così unite ancora a lungo. Amalia tirò verso di sé Lia e le diede un bacio. Le piaceva sua sorella, forse per la sua riservatezza e quell’innata capacità di conciliare rapidamente. Aveva quindici anni ed era più piccola di lei di due, ma in alcune cose sembrava così grande. L’avrebbe messa al corrente volentieri di quello che era accaduto con Marco in quell’ora; quel lungo bacio che si era trasformato nella ricerca affannosa dei loro corpi e dell’emozione, mista ad ansia, che l’aveva travolta, ma capiva che sua sorella per ora non voleva farselo raccontare.

Disse solo: “Ti voglio bene Lia”.

“È ovvio che tu mi voglia bene: ti chiami AMA-LIA…”

“Spiritosa! Sei proprio la mia sorellina preferita.”

“Troppo facile anche questo, siamo solo in due!”

 

 

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