“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (2) di Jlenia Adain Rodolfi

Pierangelo aspettava fuori dal Ristorante da almeno dieci minuti, l’aria era fresca e la città rumorosa. Li vide arrivare da lontano, mano nella mano, e gli si contorse lo stomaco. Ma come faceva Ema a stare con un coglione così? Si faceva questa domanda ogni volta che lo vedeva spuntare più o meno inaspettatamente ai loro incontri. Lo sapeva sarebbe stata un’altra di quelle serate in cui Beppe cercava di accasarlo, si facesse i cavoli suoi! Chissà chi era la prescelta. L’ultima era stata una cinquantenne, vagamente ninfomane con il rossetto ben oltre il contorno labbra e quel trucco agli occhi che si è creato nel tempo senza l’uso quotidiano del latte detergente. Beppe aveva cercato di lasciarlo solo con la tigre nostrana a un certo punto della serata, ma Ema aveva letto nei suoi occhi il grido di aiuto e con una scusa aveva ricordato che il giorno dopo avevano una riunione di prima mattina: le era grato perché lo capiva e si dispiaceva ogni giorno di non provare per lei la benché minima attrazione.

Si accorse solo in quel momento che accanto a loro c’era qualcuno; la testa di Ema si girava e sorrideva mentre una bella ragazza, alta e ben vestita diceva qualcosa con gli occhi brillanti. In un secondo il suo piede destro cambio direzione e pensò che forse era il caso di scappare, il pantalone di vellutino e la camicia a scacchi facevano un po’ troppo boscaiolo e quella nuova proposta aveva l’aria esigente. Beppe alzò una mano e il proposito di fuga perse forza.

Carissimo!”

Ciao ragazzi”, Pier lo disse a mezza voce e non era sicuro che avessero sentito. Dopo qualche momento, passato tra “stringi la mano” e “dai i tre baci”, Beppe introdusse Patrizia:

Pier, questa è la mia amica Patrizia. Patrizia questo è Pier”, credette di arrossire allungando la mano in modo meccanico. Patrizia strizzò gli occhi e guardò la mano un attimo di troppo prima di stringerla; Beppe non era affidabile nel descrivere le persone a quanto pare. La mano di Patrizia rimase molle e sembrava vagamente sudaticcia, le mani scivolarono letteralmente una lontano dall’altra per rientrare nelle rispettive giacche.

Che dite? Entriamo?”, Beppe fece strada alle signore e non appena furono sparite oltre la porta si girò e strizzando l’occhio vistosamente articolò la seguente frase senza suono “hai visto che figa?” accompagnando il tutto con un gesto che indicava “scopatela”. Pier sorrise e fece sì con la testa per poi alzare gli occhi al cielo una volta fuori portata.

Entrati nel ristorante si accomodarono a un tavolo ampio e molto ben preparato, il centro era occupato da una bella candela color crema e ogni posto tavola era contrassegnato da un portatovagliolo in metallo decorato. La sala era luminosa e Pier si accorse di quanto doveva sembrare fuori posto abbigliato così. Ema era stranamente silenziosa e sfuggiva lo sguardo di Pier che, in quell’imbarazzo generale, aveva lo sguardo appiccicato al Menù, manco fosse un testo di Jung.

Una volta ordinato la conversazione restò superficiale e a scostante; Patrizia chiacchierava con Beppe e Emanuela, tentava talvolta di aprire una discussione con Pier ma lui era in grado di farla morire in men che non si dica. Cercò addirittura di dare fuoco alla camicia da boscaiolo in un rozzo tentativo di galanteria mentre versava il vino a tutti i convitati.

A un certo punto Beppe propose di andare a bere il bicchiere della staffa al Rude, un pub con piccola cucina appena fuori dal centro cittadino. Acconsentirono tutti, chi di malavoglia e chi no. Pier una volta al tavolino ordinò uno shot di Vodka alla mela verde, l’unica cosa che non gli faceva proprio schifo, e quando la portarono al tavolo insieme al resto la prese direttamente dal vassoio della cameriera e la buttò giù d’un fiato.

Portamene un altro, grazie.”

Beh, guarda un po’… sei in vena di far festa, professore?”, il sarcasmo di Beppe lo fece arrossire di rabbia.

La cameriera portò il secondo shot e giù.

Stasera ci divertiamo!”, Beppe sembrava colpito e incredulo allo stesso tempo; Emanuela sorrise senza lasciar trasparire la sua ansia, perché l’unica volta che aveva visto Pier ubriaco, erano finiti a letto. Dopo mezz’ora era diventato spiritoso e chiacchierone, flirtava con Patrizia e Patrizia sorrideva ammiccante. Beppe le diede una gomitata e con la faccia sudata le si avvicinò all’orecchio sussurrando un freddissimo: “Te l’avevo detto che gli piaceva questa”. Beppe sosteneva che a lui le donne piacessero così, radical chic e un po’ altolocate; sosteneva che era un perverso e che l’unica cosa che gli interessava era scoparsele e poi mollarle: come aveva fatto con lei. La serata finì in mezzo a una microscopica pista al margine della quale un gruppo suonava cover di musica pop. Pier stava appiccicato a Pat, come ormai la chiamava, e si scolava shottini di vodka alla mela verde come fossero bicchieri di acqua fresca.

Emanuela decise che era tempo di rientrare e, siccome Pat era venuta con loro, purtroppo doveva rovinare la serata anche a lei.

Oh, dai Mimi”, disse Beppe, “stiamo un altro po’, domani è domenica!”

“Sì, ti prego”, disse Patrizia da sotto le ciglia lunghe, ancora perfettamente nere di rimmel, mentre Pier le teneva una mano sul fianco.

No, sono stanca. Vi portiamo alla tua auto, tanto Pier non ce l’ha e puoi portarlo tu a casa”, il suo tono era tagliente mentre stringeva la giacca con tutta la sua forza.

Sì, ottima idea”, biascicò Pier, “mi piacciono le auto degli altri. Ci si possono fare un sacco di cose. Ti possono portare in un sacco di posti dove non c’è nessuno”, strinse il fianco di Pat e le annusò i capelli. Aveva caldo e uscì senza giacca, mano nella mano con Pat; gonfiò il petto uscendo e incrociando le persone che entravano a loro volta. Pat era molto più alta di lui e bellissima; era vestita in modo molto comune, ma la sua eleganza traspariva; si chiese cosa ci facesse con lui. Sicuramente, quando non era agitato, ci sapeva fare; aveva le mani lunghe, questo lo sapeva e riusciva sempre a trovare i punti giusti: quello di Pat era appena sopra il fianco, aveva sentito il suo brivido quando l’aveva toccata. Aveva ragione Beppe: se la sarebbe scopata.

Il viaggio verso l’auto fu il peggiore che Emanuela potesse immaginare: dietro era tutto risatine e voci soffocate; quando li vide scendere, dopo i saluti, si morse le labbra e disse: “Andiamo va, ho sonno”.

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...