“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (3) di Jlenia Adain Rodolfi

Emanuela entrò in casa e lasciò cadere non troppo gentilmente la borsa sul tavolino all’entrata, Beppe la seguiva muto fissandole la schiena, poi sbottò:

Ma che cavolo c’è adesso?”, la domanda sembrava essere retorica vista la lite appena scoppiata in auto.

Niente”, Emanuela levò le scarpe lasciandole cadere a terra e sganciò gli orecchini a clip velocemente, li posò sul puff e agguantò il telecomando.

Non azzardarti ad accendere quella cazzo di tv!”, Beppe strappò il telecomando dalle sue mani e lei fu costretta a guardarlo dritto negli occhi spalancati:

Cosa vuoi che ti dica?”

La verità!”

No, caro! Tu non vuoi sentire la verità! Tu vuoi che io confermi quella che tu credi essere la verità!”

Non fare la terapeuta con me, Ema. Lo sai che mi fa incazzare!”

A te fa incazzare qualunque cosa non sia come dici tu!”

Adesso sarebbe colpa mia? Tu sei scazzata perché il tuo Pier” disse il nome con profondo disprezzo “si sta scopando Patrizia in questo momento!”, qualcosa sembrò passare negli occhi di Ema.

Ma sei scemo?! Ma perché dovrei essere scazzata?”, lui la guardava come se si aspettasse esattamente quello che stava avvenendo; Beppe sputò fuori un po’ d’aria e con un gesto la mandò a quel paese:

Vado a dormire. Tanto qui non si arriva a un cazzo di niente. Ti dico solo una cosa: decidi che cazzo vuoi fare. Io così non vado avanti”.

Emanuela tentò di articolare qualche parola che però morì sulle sue labbra; Beppe aveva lasciato la stanza e lei in piedi guardava la porta della camera da letto che sbatteva. Si lasciò cadere sul divano e si tirò la copertina a quadri sui piedi, la tv non venne accesa, non serviva più ora che nessuno l’avrebbe interrogata. Davvero era arrabbiata perché Pier era con Patrizia? Forse sì, ma non ne era sicura. Certo l’atteggiamento di lui l’aveva ferita come sempre; ogni cosa facesse la feriva nell’ultimo periodo. Quanto aveva bevuto quel cretino! Non era più innamorata di Pier, almeno le sembrava: dopo l’incontro con Beppe qualcosa in lei era cambiato, ma questo non significava che non gli voleva più bene. Il problema stava nel fatto che quell’uomo era un casinista, un immaturo quando si trattava di donne. Quella scema, poi, non sapeva cosa la aspettava, tanto finiva sempre allo stesso modo: o vomitava o scopava e scappava. Che stronzo. Era ancora lì con la testa? Erano passati diciotto anni – porca puttana – eppure ancora quell’episodio influenzava la sua vita.

Petri e Gallo si erano laureati e avevano dato un party epico al Baobab, un locale in centro dove si trovavano sempre dopo le lezioni. Stavano uscendo dal locale, erano ormai le cinque del mattino e Pier l’aveva stuzzicata tutta sera; gli altri proposero una piadina per asciugare l’alcool ingurgitato, ma Pier mise un braccio sulle sue spalle e strizzando l’occhio a Gallo disse che loro avevano di meglio da fare. Si allontanarono dal gruppo accompagnati da canti e gesti decisamente poco raffinati, ma che lasciavano intendere quanto tutti fossero fin troppo ubriachi. La stanza di Pier era poco lontana e ci si avviarono barcollando:

Sei bella”, Pier lo disse a un centimetro dal suo naso dopo essersi fermato bruscamente all’entrata di un vicolo “non posso aspettare di essere a casa”. La prese per mano e si addentrò nel vicolo buio per pochi metri, erano ancora vagamente illuminati dal lampione ma non ci fecero caso. Pier spinse Ema contro il muro e gli si stampò contro mettendole la lingua in bocca con forza. Senza troppe cerimonie le infilò la mano sotto la gonna e le abbassò le mutandine fino ai piedi. Slacciò i suoi calzoni perdendo leggermente l’equilibrio mentre lei restava immobile, con gli occhi che sembravano più grandi, ad attendere. Durò un attimo, lui la prese in piedi contro il muro e alla fine lei si ritrovò con la coscia tutta appiccicosa e sporca di sangue. Pier non parve accorgersene e anzi una volta a casa, attraversando il salotto dove dormiva il suo compagno di stanza, le aveva stretto forte il seno e l’aveva spinta verso la camera; l’avevano rifatto, stavolta in modo meno frettoloso, senza che lei potesse prima lavarsi via i segni della sua verginità sparita. Avevano dormito nello stesso letto e lei si era svegliata spettinata e con un sorriso ebete stampato sulle labbra arrossate. Erano andati all’Università insieme e avevano incontrato come sempre gli amici che, tra una battuta e l’altra, cercavano informazioni sulla fine della loro serata. Fu lì che Emanuela si accorse di qualcosa di strano: Pier non aveva affatto cambiato atteggiamento nei suoi confronti. Meglio, si disse. Si era morsa le labbra e aveva osservato tutti con attenzione da sotto gli occhiali da sole. Stesse battute, stessi sorrisi e nessuna variazione nell’atteggiamento nonostante l’intimità condivisa. Meglio, si ripeteva. Attese che qualcosa smentisse la sensazione che avvertiva mentre raccontava dello schifo di esame che stava preparando. Non appena si alzarono per andare alle lezioni pomeridiane, Pier la trattenne per un braccio e lei ebbe la sensazione di un rivolo di acqua bollente che le scorreva lungo la schiena. Lui la guardava da sotto in su con il suo sorriso da ragazzino:

Sono contento che questa cosa non cambi nulla nella nostra amicizia. Avevo paura che ti aspettassi chissà che, ma ti ho vista tranquilla come sempre e ho capito che la pensiamo allo stesso modo. Per fortuna, non voglio perdere un’amica come te”.

Emanuela chiuse gli occhi e inspirò profondamente: diciotto anni erano abbastanza. Aveva atteso che quell’uomo modificasse i suoi sentimenti per lei, ipotecando la sua vita e mettendo a rischio ogni sua successiva relazione. Beppe la desiderava e anche se non era perfetto, per lei c’era sempre stato. Udì squillare il cellulare, la suoneria mandava a tutta forza una canzone vecchissima di Ricky Martin: “Devo cambiarla…”, sussurrò. Prese la borsa, rovistò in cerca del telefono e vide che chi la chiamava era Pier: Ricky Martin cantava a tutto volume, lo azzittì premendo il tasto laterale mentre una fitta al petto le mozzava il respiro.

Buonanotte, Pier”, si tirò indietro i capelli e volse lo sguardo verso la porta della camera: era ora di andare a dormire.

 

 

 

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