“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (4) di Jlenia Adain Rodolfi

L’ufficio era silenzioso e la luce artificiale dei neon aumentava il freddo che sentiva addosso: il giorno prima era rimasto a letto tutto il giorno con un tremendo dopo sbornia, non aveva mangiato altro che pane e olio, e non si sentiva ancora perfettamente in forma. Aprì la porta del suo studio e sulla scrivania vide la montagna di faldoni, abbandonata il venerdì precedente, che lo aspettava; sbuffò leggermente e lanciò sul divano accanto alla libreria la borsa da lavoro, ne estrasse l’agenda e guadagnò la poltrona. Si stiracchiò e fissò per qualche momento il soffitto, colto da una strana sensazione che non riuscì a identificare, restò così finché la luce naturale non cominciò a sostituire quella delle lampade. Allora uscì nel corridoio per un caffè alla macchinetta, gusto tremendo ma grande efficacia, e sentì la porta principale aprirsi.

Ema, buongiorno.”

Ciao…”, fece un passo indietro e si immobilizzò davanti alla porta aperta, la mano ancora appesa alla chiave nella toppa, “che ci fai qui?”.

Pier con l’angolo sinistro della bocca accennava un sorrisetto: “Ci lavoro”.

Si, lo so,” una luce le attraversò gli occhi “intendevo: cosa fai qui tanto presto?”.

Non riuscivo a dormire e ho del lavoro arretrato: devo sistemare le valutazioni per l’S.M.D. (nda: Sostegno Minori Disagiati). Ho avuto la brillante idea di mollare tutto qui venerdì e ieri ero troppo distrutto per venire a prendere la documentazione. Così oggi straordinario. Caffè?”

Ema era entrata e aveva chiuso la porta, quando si voltò il suo sguardo era cambiato, si era indurito, aveva perso la luce che Pier ci aveva intravisto un secondo prima, ma non riuscì a chiedere cosa stesse succedendo perché lei risposte sbrigativa:

Ah, sì. Prima che prepari la valutazione di Denis Bollani dobbiamo assolutamente parlare del suo disturbo. Vorrei inserire una nota …”

Ma che disturbo?”, l’aria nel corridoio sembrava essersi gelata.

Dobbiamo parlarne sulla porta o posso prima levarmi il cappotto?”

Sì, scusa. Allora te lo faccio sto caffè?”

Entrò nell’ufficio di Emanuela con due caffè fumanti e li appoggiò sulla scrivania perfettamente ordinata; si sedette ad aspettare che lei finisse di tirare fuori dalla valigetta tutto ciò che le serviva. Emanuela si sedette alla scrivania e sorbì silenziosamente il suo caffè.

Allora? Che disturbo?”, la voce squarciò il silenzio e lei alzò i grandi occhi su di lui.

Credo che Denis abbia una sindrome bipolare con fasi maniacali piuttosto acute durante le quali perde contatto con la realtà”, lo disse d’un fiato come se neppure lei lo volesse sentire. Pier mischiò uno sbuffo a una risatina: “È solo un ragazzino spaventato. A quattordici anni è normale avere dei picchi”, accompagnò la parola con un movimento della mano verso l’alto, “se non li hai a quell’età, quando vuoi averli?”.

Beh, tu li hai anche ora se è per quello. Denis, però, passa intere giornate a non fare assolutamente nulla e altre in cui non solo è un vulcano, ma spesso si ha la sensazione che crei una realtà parallela in cui si rifugia. Ha descritto nel compito dell’altra settimana una vita completamente diversa dalla sua e quando gliel’ho fatto notare ha iniziato a tirare oggetti. Inoltre è completamente solo e la solitudine assoluta non può essere compensata da un incontro di gruppo a settimana.”

Il padre non ci sta molto con la testa da quando la moglie è morta e lui non si concede il dolore per la perdita della madre perché non si sente sostenuto. Da qui a definirlo disturbato ce ne vuole.”

Sai benissimo che non lo sto definendo disturbato!”, la voce era acuta, “Dico solo che sarebbe necessaria una consultazione psichiatrica”.

Ma sei fuori? Buoni quelli. Lo imbottiscono dopo dieci minuti. Lascia stare quella gente. Bisogna tenere conto della tendenza a esternare i conflitti che, in adolescenza, sono in grado di rafforzare o disorganizzare le strutture di un apparato psichico in formazione. Sta solo buttando fuori a modo suo.”

A ogni modo, la mia valutazione sarà in evidenza almeno quanto la tua. Non mi interessa cosa ne pensi. Sono parte del team di valutazione, non ho intenzione di scavalcarti, ma è parte del mio lavoro. Denis è molto fragile e non voglio che venga trascurata alcuna possibilità di aiuto. Il Dr. Lemmi è un ottimo psichiatra e dopo aver visto Denis saprà cosa fare.”

Oddio, Lemmi! Quello pensa che siamo tutti disturbati, vuole dare pillole a chiunque”, Ema scattò in piedi e Pier tacque immediatamente.

Il Dottor Lemmi è un ottimo psichiatra dell’età adolescenziale e un uomo di grande cuore. È attento e coscienzioso e fa il suo lavoro aiutato da una grande capacità di ascolto. Qualità che, a quanto pare, tu hai scordato di sviluppare, carissimo tuttologo”, restò con le mani appoggiate alla scrivania e il corpo inclinato verso di lui che era mollemente adagiato sulla poltrona a gambe larghe.

Stai bene?”, i suoi occhi erano spalancati e non c’era traccia del solito ghigno beffardo; Emanuela aveva uno sguardo duro mentre si rimetteva lentamente a sedere.

Avrai le mie valutazioni S.M.D. entro sera sulla tua scrivania, chiederò a Paola di prepararti le stampe da allegare alle tue”, lo disse guardando la sua agenda e scorrendo gli impegni della giornata.

Ema, ma ti senti bene?”

Benissimo.”

Non mi pare proprio”, ancora quello sbuffo misto a risatina.

Lo sguardo di Emanuela si sollevò sul volto di Pier che sembrava in attesa di qualcosa che tardava ad arrivare:

Pier, ci ho riflettuto. Credo che d’ora in poi dovremmo mantenere esclusivamente rapporti lavorativi”. Pier si raddrizzò sulla poltrona, appoggiò entrambi i piedi a terra:

“… esclusivamente rapporti lavorativi?”

Sì, mi rendo conto che ormai gli ambiti si stanno mischiando e rischiamo che il nostro lavoro perda di efficacia”, le parole si erano susseguite cadenzate come quando alle elementari aveva declamato uno dei sonetti di Garcia Lorca alla recita di fine anno.

Ma stai scherzando?”, si guardò attorno alla ricerca di un segnale che stava sognando, ma l’ufficio era dolorosamente reale, “ma ‘sta cosa da dove arriva?”.

Emanuela era rimasta con l’agenda tra le mani e gli occhi grandi rivolti verso di lui:

Pier tu non ascolti. Tu fai finta di ascoltare, ma in realtà non ascolti affatto. Ok, si vede che è arrivato il momento”, lasciò andare l’agenda appoggiandosi a braccia conserte contro lo schienale della poltrona, “Beppe e io ieri sera abbiamo litigato per colpa tua”.

Per colpa mia?”, si era agitato sulla sedia e quasi si era alzato, ma Ema gli fece cenno di stare calmo e proseguì:

Quando sabato sera hai fatto il cretino con Patrizia, io mi sono molto innervosita e lui ha creduto che io fossi ancora innamorata di te”.

Pier arrossì.

Non è la prima volta che mi fa notare che ho nei tuoi confronti sentimenti non proprio chiari, ma ieri è esploso e io so che rischio di perderlo. Ragion per cui, sono costretta, mio malgrado, a fare una scelta”, lo disse meccanicamente senza lasciar trasparire alcuna emozione. Pier cercò di riportare la conversazione su un tono che poteva gestire:

Innamorata di me? Ma è fuori quello lì? Glielo hai detto che ti innervosisci perché sono un cretino e che l’amore non c’entra niente?”, si sporse leggermente verso di lei fissandola negli occhi che lei abbassò con prontezza.

Sei il primo con cui ho fatto l’amore e da allora ti considero molto più di un amico”, si interruppe e poi riprese molto più spedita, “so che suona tristissimo, ma è così e non posso farci niente. Mi sono accontentata di averti come amico all’inizio e poi, il tempo, mi ha permesso di volerti bene anche in questo ruolo. Ho cercato di essere la migliore amica possibile, ma non mi è mai bastato. Ogni volta che ti vedevo con un’altra mi ripromettevo di farmela passare, poi tornavi solo e io ricominciavo a sperare. Poi mi sono messa con Beppe, ma ho continuato a tenerti nella mia testa come uomo-da-non-lasciare e questo sta distruggendo l’unico rapporto sano che io abbia mai avuto. Non posso permettermelo. Non posso continuare a chiedere al mio compagno di farsi andare bene questa situazione. So che lo amo, voglio che lo capisca anche lui adesso”.

Pier rimase a bocca spalancata senza riuscire a emettere un suono; cercò nella sua testa quella notte con Emanuela senza trovarla, cercò nella sua memoria il momento in cui aveva capito che Emanuela era vergine quando lo avevano fatto, ma anche quello non c’era. Ricordava un sacco di cose, ma quello mancava. Ricordava quella volta che avevano studiato insieme per prepararsi all’esame di Psicologia Clinica mangiando solo crocchette di patate per quasi una settimana, o quando avevano aperto lo studio insieme e avevano tinteggiato loro stessi le pareti, o quando lei lo aveva aiutato una volta finita la storia con Emilia, ma adesso ogni ricordo gli sembrava diverso, come se qualcosa lo avesse sporcato. Sentiva che aveva vissuto quelle esperienze senza conoscerne tutte le sfumature, sentiva di essersi perso qualcosa, di non aver davvero ascoltato forse; lasciò cadere il suo sguardo sulla foto dietro di lei, la stessa che era nel suo ufficio e che li ritraeva insieme nell’atto di aprire la porta del loro Studio associato di counseling. Davvero era stato così poco attento? Non doveva, forse, essere Emanuela a parlare prima anziché rinfacciargli ora tutta quella sofferenza? Era disposto a prendersi una parte della colpa, ma non tutta quella che lei gli stava scaricando addosso. Era grande abbastanza per decidere se una situazione andava bene per lei e non era certo stato lui a forzarla. Né col sesso, né con l’amicizia, né con lo studio in comune. Lui aveva scelto liberamente e anche lei. Nessuno da biasimare. Strizzò i braccioli della poltrona senza riuscire a guardare Emanuela direttamente, attese qualche secondo e poi si alzò. La fissò negli occhi che sembravano arrossati e avrebbe voluto dire qualcosa nel vederli tanto grandi, ma lui quella notte neppure la ricordava.

Lo capisco. Faremo come vuoi tu”, voltò le spalle e uscì dall’ufficio.

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