“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (5) di Jlenia Adain Rodolfi

Non sarebbe andato in ufficio, nossignore. Erano giorni che l’aria era irrespirabile: Emanuela gli rivolgeva la parola a malapena e la segretaria era costantemente occupata a riverire Lemmi che sembrava fosse onnipresente. Aveva bisogno di staccare, anche al gruppo dell’associazione aveva dato lo stop: erano mesi che non si prendeva una pausa e, anche se gli dispiaceva non seguire Denis e gli altri, in fin dei conti non era pagato per quell’impegno. Aveva bisogno lui adesso, altroché. Quanto tempo era che non andava in vacanza? Una vera, una di quelle che quando torni sei abbronzato e con qualche chilo in più, una di quelle dove ti stanchi di leggere gialli, tanto per capirci. Camminava sulla ciclabile lungo il fiume, il suo appartamento aveva l’accesso proprio davanti all’entrata. C’era poca gente, come sempre di mercoledì, e Pierangelo camminava lentamente, con la giacca sul braccio e gli occhiali scuri sulla testa, il collo appena reclinato indietro a godersi il sole tiepido. Il rumore del fiume non era eccessivo e un leggero vento gli sfiorava le orecchie creandogli un isolamento quasi perfetto. Mentre continuava la sua passeggiata meditativa, qualcosa nel suo isolamento stridette: sembravano uccelli rumorosi impegnati in una battaglia, o forse erano bambini urlanti che giocavano a guardie e ladri; spostò lo sguardo attorno pigramente e con esasperata lentezza si accorse quale fosse il motivo del frastuono.

A cinquanta metri da lui una donna si stava calando lungo l’argine che divideva la ciclabile dal fiume, aveva abbandonato la borsa a terra e sembrava molto agitata. Pier fece scorrere lo sguardo oltre, nella stessa direzione: l’acqua, anche se non proprio limpida, brillava al sole e rimandava un riverbero accecante. Accelerò il passo e si avvicinò il più possibile, la donna era ormai accovacciata sulla riva e tentava di afferrare qualcosa allungando fino allo stremo il braccio. Solo allora si rese conto che in acqua qualcuno tentava disperatamente di restare a galla, la corrente non era forte, ma il fagotto sembrava in balia di un mulinello. Continuò a osservare la scena, avvicinandosi, senza rendersi conto di cosa fosse, scendendo per aiutare la signora che ormai era stesa a terra cercando disperatamente di afferrare l’acqua e urlando:

Mika! Mika! Aiuto! Mika!”.

Gli si gelò il sangue, restò immobile a metà del tragitto: quel fagotto era un bambino. Vedeva le braccine agitarsi in modo convulso per poi sparire come fosse su un ottovolante. Fece qualche passo e qualcosa gli sfrecciò accanto colpendogli la spalla. Un uomo sceso a gran velocità, senza neppure levarsi le scarpe, si era gettato in acqua per il salvataggio. Pier aiutò la donna a mettersi in piedi:

Andrà tutto bene. Lui lo salverà”, lo disse in modo automatico, ma sapeva che non poteva averne la certezza. Forse sarebbero affogati tutti e due e lui sarebbe stato il testimone codardo della morte di un bambino. L’uomo aveva afferrato il piccolo e cercava adesso di liberarsi dal mulinello, quelli che dovevano essere pochi secondi gli sembravano ore. Teneva un braccio sulle spalle della donna che non smetteva di disperarsi e nonostante questo, nessuna parola usciva dalla sua bocca. Non c’erano frasi preconfezionate che gli arrivassero alla lingua, ogni parola da psicologo era svanita dalla sua testa, cancellata dalla visione di se stesso immobile al limitare del fiume. Fissava la scena tragica che aveva davanti e si chiedeva cosa sarebbe successo, senza trovare altro da dire o fare; qualcosa gli si era interrotto dentro lasciandolo spettatore inutile.

La donna si scrollò il suo braccio di dosso e corse verso il punto in cui, Pier se ne accorse solo in quell’istante, l’uomo aveva posato il bambino. Lei capitombolò a terra e strinse il ragazzino che piangeva, terrorizzato ma vivo. Pier restò lì a osservarli: lei che ringraziava l’eroe del momento, ansimante e soddisfatto, mentre altre persone si avvicinavano per prestare soccorso. Il suo corpo pareva aver dimenticato come muoversi, sentiva gli arti irrigiditi e stava serrando i denti talmente forte che percepiva il sapore del sangue in bocca. Fosse stato per lui, quel bambino sarebbe morto. Questo pensiero lo annichilì.

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