“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (7) di Jlenia Adain Rodolfi

Udì se stesso gridare e si svegliò fradicio di sudore: le lenzuola gli si erano appiccicate alle gambe e il freddo della stanza immersa nel buio, a contatto con la pelle umida del petto, lo fece rabbrividire. Era la quarta volta in una settimana che spalancava gli occhi terrorizzato a causa di quel sogno, si lasciò andare sul letto a braccia aperte e soffiò fuori l’aria dalla bocca. Non ricordava esattamente come iniziasse quell’incubo, ma sapeva che aveva a che fare col ragazzino del fiume e l’unica immagine, che non lo abbandonava neppure da sveglio, era quella in cui il suo viso era ricoperto di pezzetti di alghe, una delle quali copriva parte della pupilla destra; non riusciva a levarsi di dosso la sensazione del peso del piccolo tra le braccia e ogni volta si svegliava gridando. Doveva essere una giornata rilassante, per allontanare i problemi dell’ufficio, e si era trasformata in un generatore di incubi. Mancavano solo due ore al suono della radiosveglia, con un gesto secco si scoprì del tutto e in un attimo i piedi erano a contatto col parquet freddo. Si diresse verso il bagno e fece pipì, appoggiandosi con la mano sinistra al muro percepì le mattonelle e un brivido gli percorse la colonna vertebrale. Si cacciò sotto la doccia e lasciò che l’acqua calda gli scorresse addosso, mentre rivedeva se stesso paralizzato mentre il bimbo affogava. Con un colpo teso chiuse il miscelatore, spalancò senza troppa grazia la porticina del box doccia e iniziò a frizionarsi la pelle che sembrava non sintonizzarsi col fatto che la stava scaldando: ogni volta che smetteva di asciugare una parte, si riempiva di brividi in tutto il corpo. Con la tuta addosso e le Brooks da corsa uscì nell’aria della mattina, il sole sarebbe spuntato dopo almeno un’ora e la luce frontale illuminava solo un breve tratto di strada; nelle orecchie pompava Trance a 132 bpm, il ritmo più adatto al suo passo mentre fuggiva dalla sua testa e dai brividi.

Non andò verso il fiume, salì verso le montagne dietro casa sua: correre in salita lo metteva in connessione totale col suo corpo e la mente non poteva più governarlo; Emanuela diceva che la sua era una fuga a tutti gli effetti e che in realtà non gli faceva bene se serviva a evitare la profondità delle cose. Una zecca, altro che terapeuta! La salita si faceva più erta e il suo ritmo rallentò leggermente per adattarsi alla variazione del terreno. Il bosco intorno a lui sembrava schiacciarlo, ma continuò a correre guardando davanti a sé col respiro controllato. Il ritmo sostenuto era perfetto per lui e nonostante lo sforzo fisico sentì lentamente le sue labbra piegarsi in un sorriso. Alzò ancora di più il volume e aumentò l’ampiezza della falcata, il sentiero si faceva stretto, gli alberi si diradavano e la luce dell’alba iniziava a colorare i profili delle cose. In una mezz’ora fu abbastanza in alto da potersi fermare: sotto di lui la città insonnolita mentre il sole iniziava a spuntare. Si sedette sull’erba nella posizione del loto, spense la musica che usciva dallo smartphone e attese. Tutto d’un tratto sentì le lacrime salirgli dal petto alla gola e, come se stesse suonando una sirena, scattò in piedi e ricominciò la corsa verso casa: l’alba illuminò la sua discesa e quando fu davanti alla porta di casa si sentì leggero.

Fece stretching e sorbì il primo caffè della giornata mentre controllava i messaggi che aveva sentito trillare durante la corsa.

Quarantadue chiamate senza risposta?”, Emanuela lo aveva chiamato per almeno un’ora, doveva essere qualcosa di urgente. Digitò il numero della segreteria telefonica che annunciò ben sedici messaggi, sbuffò e si mise in ascolto:

Pier, devi assolutamente richiamarmi appena senti il messaggio. È urgente”, la voce di Ema sembrava sconvolta.

Pier ti prego rispondimi. Ho assolutamente bisogno di parlare con te.”

Pier è una questione delicata, di lavoro. Vabbè richiamami subito.”

Chiamami.”

Sorrise sentendola agitata e si disse che probabilmente se l’era fatta in mano, visto che non lo vedeva in ufficio da una settimana.

Pier richiamami, riguarda Denis.”

Respirò profondamente, lo sapeva che prima o poi quel Lemmi lo avrebbe fatto scappare di casa, lui e le sue diagnosi inutili piene di paroloni che di certo non aiutavano.

Fece il numero di Emanuela che rispose subito: Pier! Finalmente!”, la sua voce era sollevata.

Ero a correre. Non dovrò mica stare ad aspettare che mi chiamiate per tutti i problemi che non riuscite a risolvere”, lo disse quasi d’un fiato senza riuscire a fermarsi nonostante qualcosa lo facesse sentire a disagio. Emanuela non era né seccata né arrabbiata per non averlo trovato e il tono sarcastico andò lentamente spegnendosi:

Cos’è successo?”, la sua voce adesso era leggermente tremante.

Pier, Denis è morto, si è suicidato”, Ema scoppiò in lacrime.

Pier disse qualcosa che somiglia a un “arrivo subito” e agganciò. Si diresse verso la doccia, lasciò i vestiti sudati per terra e si concesse qualche minuto immobile sotto il getto dell’acqua calda, uscì, si infilò l’accappatoio e frizionò i capelli. Dopo aver scaldato il suo corpo e asciugato la chioma con l’asciugacapelli, si diresse verso la cabina armadio e scelse con cura gli abiti di quella giornata. Restò immobile lì davanti per almeno dieci minuti, gli occhi su un paio di pantaloni sportivi color carta da zucchero. La mente vagò a quando, con i compagni dei giardini pubblici, andava a pescare sul lungofiume munito di filo da pesca e lombrichi, tra le mani le pizzette avvolte nella carta da zucchero del fornaio.

Si vestì con attenzione, indugiando sui particolari, abbinò i colori e le fantasie, e nel bagno sistemò i capelli con una buona dose di gel forte: davanti allo specchio con i capelli sistemati e gli occhiali alla moda, sentì il peso del bambino tra le sue braccia.

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