“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (8) di Jlenia Adain Rodolfi

Aveva bussato a lungo prima di decidere se aprire con le chiavi che Pier le aveva dato, ogni volta che le aveva usate c’era stato un motivo importante per farlo. La prima volta era successo quando Pierangelo l’aveva ospitata dopo l’alluvione del ‘90: l’appartamento al primo piano vista fiume era stato uno dei primi a essere invaso dal fango e dall’acqua, lui l’aveva accolta per quasi un mese mentre lei ripuliva e arredava nuovamente la sua tana.

Ma davvero torni lì? Ema, tu sei una sentimentale! Prenditi un appartamento all’attico e ti risolvi ogni problema: la vista sarebbe magnifica e il fiume smette di fare paura se non può più sfondarti porte e finestre!”

Era stata lei a coccolarlo e accudirlo durante quel mese con cene studiate per ore e piccole sorprese quotidiane godendosi ogni minuto. La seconda volta le aveva usate quando Emilia lo aveva mollato e lui si era rinchiuso in casa per giorni senza lavarsi, senza mangiare e senza rispondere al telefono; aveva abbandonato i clienti dello studio e aveva abbandonato lei senza dare alcuna spiegazione: Pier era fatto così, contavano solo lui e il suo dolore. Quella volta lo aveva trovato steso a terra accanto al divano, circondato da cartoni di latte e sacchetti di patatine, con la barba lunga e gli occhi sbarrati e rossi; le aveva raccontato che Emilia, 13 anni più giovane di lui e ancora minorenne, lo aveva mollato senza alcuna spiegazione. Era l’unica donna di cui si fosse mai innamorato, credeva lui, ma non era riuscito a tenersela perché era troppo libera, credeva Ema. La terza volta aveva usato le chiavi per accogliere sua madre e suo padre che arrivavano da fuori città e che si sarebbero fermati per una settimana circa in visita al figlio. Pier era occupatissimo e fu lei a farli accomodare e a organizzare loro gran parte delle serate: la madre era convinta che fosse la fidanzata e c’era voluta tutta la sua forza per non darle una botta in testa quando alla fine della settimana aveva detto: “Tienitela stretta, Pierangelo. La Manuela è proprio la donna giusta per te”.

Aveva sorriso mentre Pier sfoderava il suo sguardo da non-credo-proprio, che riusciva sempre a farla sentire una pulce. Era la quarta volta che varcava quella soglia per un motivo importante, ma stavolta insieme al dolore che era sicura di trovare dietro quella porta, portava con sé il suo. Denis si era tolto la vita, aveva appeso una corda a una trave traballante del soffitto e se l’era legata al collo; stupiva come il nodo fosse fatto perfettamente come nei film, sembrava che ci avesse fatto uno studio per prepararlo. Sotto di lui una piccola scala, con ancora il cellophane appiccicato in alcuni punti, che si era rovesciata su un fianco; sulla sua scrivania avevano trovato un toast mangiato per metà e un biglietto scritto in fretta e senza cura: “Non è colpa di nessuno”. Già.

Pier era seduto sul divano, gli occhi ridotti a una fessura e le labbra gonfie e irritate: “Ciao. Che fai qui?”.

Sono passata a vedere come stai.”

Bene”, abbassò lo sguardo sul laptop che aveva sulle ginocchia.

Ci vieni in studio?”

Pier sentiva la voce di Ema come se venisse dall’appartamento accanto, alzò il viso verso di lei e, mentre la sua voce tremava, sorrise:

Ho disdetto personalmente tutti gli appuntamenti della prossima settimana. Ho avvisato tutti e ti ho lasciato un messaggio in ufficio per farti sapere che mi prendevo qualche giorno di pausa”.

Non sono ancora stata in ufficio”, Ema si sentì rabbrividire, del suo amico sembrava non essere restato più nulla.

Pier abbassò lo sguardo di nuovo e lei ebbe la possibilità di notare che la casa era in ordine, niente immondizia in giro. Lui era ben vestito e sbarbato; si vedeva che aveva pianto, riusciva a riconoscere i segni della sua sofferenza, ma non riusciva più a leggerlo come prima.

Pier…”, Ema ebbe un altro brivido, lui aveva alzato lo sguardo e su di lei era calato il freddo, “vuoi che parliamo un po’?”.

La fissava come se stesse guardando un avvenimento di poco interesse: “E di cosa?”, la sua voce era diventata acuta.

Denis.”

Cosa dovremmo dire di Denis?”, aveva cominciato a parlare più velocemente.

Parliamo di quello che è successo. Parliamo di come stiamo. Parliamo”, sembrava che supplicasse.

Non ho nulla da dire”, la sua voce era decisa, “non saprei cosa dire. Vuoi che ti dica che sto male? Ok, sto male. Vuoi sentirti dire perché? Io non c’ero. Mi aveva cercato quella mattina e io era in vacanza. Ero fuori dall’ufficio per ferirti. Ero altrove, dove non servivo, per farti stare male, perché tu ti accorgessi che ero arrabbiato. Ah, certo, però gli avevo lasciato dei soldi per la spesa: lui ci ha comprato scala e corda coi soldi che gli ho lasciato per fare la spesa. Adesso dimmi come dovrei sentirmi, ti prego”, non aveva urlato, non aveva usato un tono sarcastico, aveva lasciato che fosse la stanchezza a liberare le parole, “adesso vai in ufficio. Ho bisogno di stare solo”.

Ma forse possiamo aiutarci”, la sua voce era bassa.

Sì, certo. Lo sapevi che suo padre lo picchiava? Hanno trovato lividi vecchi e nuovi sul suo corpo. Sapevi dove viveva? La puzza di piscio che c’era in quella casa mi ha dato i brividi. Sapevi che si è impiccato la sera e il padre lo ha trovato solo il giorno dopo perché stava tirando cocaina con un’amica spacciatrice?”

Ema scosse la testa con gli occhi pieni di lacrime.

Neanche io. Non possiamo aiutare nessuno noi due”, questo sembrava chiudere la discussione.

Ema si voltò, si diresse verso la porta e non rispose quando Pier le augurò una buona giornata. Pier riprese a guardare il monitor e gli occhi gli si riempirono di lacrime mentre fissava la pagina dei voli internazionali low cost.

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