“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (9-fine) di Jlenia Adain Rodolfi

Pier se ne stava a gambe incrociate sulla panchina e addentava un toast avvolto in un tovagliolo natalizio. Il giorno prima non era riuscito a salutare Emanuela perché lei aveva già pianto troppo, sembrava non capire perché non potevano aiutarsi a vicenda. Avevano parlato del fatto che lei lo comprendeva, che lo capiva, che sapeva cosa stava passando e aveva assunto quell’aria da terapeuta che in passato lo aveva fatto così incazzare. Sembrava che lei sapesse o capisse qualcosa che lui invece non capiva affatto: non si era sentito derubato di qualcosa o di qualcuno, non sentiva che la vita era stata ingiusta e non sentiva neppure di non avere più nulla. Non aveva idea di cosa sentiva, ma questo non riusciva a spiegarlo né a Ema né a se stesso; a volte gli sembrava di non soffrire affatto, di essere anestetizzato da qualche strana sostanza che non smetteva di fare effetto. Quel dolore che tutti sostenevano avrebbe dovuto distruggerlo, lui non lo sentiva, non era capace di sentirlo, gli sembrava troppo grande e complesso per poter essere solo “sentito”. Dal giorno del suicidio il suo corpo non aveva smesso di fargli male, come se uscisse costantemente da una seduta in palestra troppo intensa; le emozioni erano come batuffoli di cotone nella bocca, gli impastavano le parole e gli impedivano qualunque attenzione; i pensieri erano mal sintonizzati, tornavano continuamente alle immagini del ragazzino con l’alga nell’occhio, alla scaletta e al volto viola di Denis sul tavolo dell’obitorio; ogni sua azione era una reazione al corpo dolente, alle emozioni intorpidite e alle immagini ossessive, perfino lavarsi i denti era diventato un modo per uscire da qualcosa da cui non riusciva ad uscire, ma se gli avessero chiesto di spiegare tutto questo avrebbe alzato le spalle, mimando un sorriso lieve e controllato che desse a chi lo guardava il senso del suo naufragio.

Non aveva voluto avvertire nessuno della decisione presa, non era importante che gli altri approvassero: i suoi genitori avrebbero cercato di fermarlo ed Emanuela avrebbe fatto di tutto per analizzarlo e questo proprio non poteva sopportarlo. Aveva gestito le questioni burocratiche principali senza far rumore e aveva chiuso l’appartamento. Dopo la sua partenza, il giorno seguente, avrebbero ricevuto tutti una lettera, consegnata a mano dal notaio Fedreghini, in cui si diceva che non sarebbe più tornato, in cui si chiedeva di non cercarlo e nella quale c’erano le indicazioni su come trattare la chiusura degli affari ed eventuali emergenze dei suoi genitori. Era tutto a posto, se ne sarebbe andato senza scappare, nessuno si sarebbe preoccupato e lui sarebbe stato libero da quella cosa informe che era la sua vita. Il panino era ancora tra le sue mani, disgustoso e molle, mentre la bella hostess apriva il Check In: appoggiò il panino praticamente intatto sul sedile accanto al suo e si alzò.

Andato! Via! Sciò! Anche se in realtà dovrei dire cacciato. Già”, ci fu un lungo momento di silenzio che nessuno cercò di riempire, “non ce la facevo più. Era diventato ancora più pressante da quando Pier se n’è andato. Non so se ho fatto la cosa giusta, ma ormai l’ho fatta. Sai cosa mi fa stare bene? Tornare a casa e non trovare nessuno. Pensavo sarei stata malinconica e terrorizzata per anni, come prima di mettermi con lui, invece va tutto benissimo. Pensavo avrei pianto e mi sarei disperata, non sono proprio gnocca e pensavo ci metterai una vita a trovarne un altro! e invece non me ne frega niente. Stare con uno che prima è geloso di Pier e dopo la sua sparizione diventa ancora peggio, è uno stillicidio. Anche liberarmi di Pier è stato positivo alla fine”, Emanuela fece un lungo sospiro e lasciò tutto sospeso tra lei e Marina, la sua psicanalista.

Positivo sì, alla fine. Prima è stato come perdere di nuovo Denis, mi sono sentita in lutto per settimane. Beppe era convinto che pensassi a lui come a un amante perduto,” uscì dalla sua bocca una risatina isterica, “coglione. Ma io non mi sentivo in lutto per lui, mi sembrava che la mia vita si stesse spezzando: prima Denis, poi Pier e tutti i problemi con lo studio che ne sono derivati. Avevo il diritto di essere sottosopra, o no?”.

Lo stai chiedendo a me?”, la voce di Marina entrava talmente di rado nel campo della terapia, che ogni volta Emanuela aveva uno scatto di sorpresa.

No, ancora una volta lo chiedo a me, non sono mai sicura di fare le cose per bene. Dovrei fidarmi di più di me stessa.”

Uscì dalla seduta con il solito senso di sollievo, non perché si fosse sfogata, ma perché il percorso terapeutico con Marina era finito; era durato anni e oggi mentre usciva dal suo studio le erano sembrati ancora di più. Un passo dopo l’altro attraversò quel pezzo di città dove i viali erano verdi e rigogliosi, alzò la testa verso i tigli fioriti che lasciavano andare il loro profumo senza farsi domande e senza presentare il conto. Guardò i suoi piedi poggiarsi con ritmo regolare sul terreno reso irregolare a causa delle radici che avevano bucato l’asfalto. Davanti a sé un viale lunghissimo da cui il sole filtrava rendendo a volte cieco il suo procedere; fece un largo respiro e ascoltò il traffico ritmato e frenetico che le passava accanto, era pieno di colori e visi.

Buongiorno!”, entrata al Bar Paola la folla di ragazzini tra i dodici e quattordici anni, che stava facendo colazione divisa in gruppetti, la salutò a bocca piena.

Ciao Paola, fai il solito anche a me?”

Ciao Emanuela, hai visto quanti sono oggi?”

Emanuela sorrise guardando quella piccola mandria vociante: “Si, bello vero?”

Guarda, non pensavo avrebbe funzionato, te lo dico sinceramente. Mi pareva macabro, ma alla fine hai avuto ragione tu. Sai che Federica ha portato la sorella?”, Emanuela sorrise, non riusciva a smettere di farlo quando al Bar Paola era il giorno della Colazione con Denis: ventidue ragazzini del suo gruppo di sostegno che una volta al mese saltavano la prima ora e si trovavano lì per stare un po’ insieme. Lasciavano nella Cassetta posizionata all’entrata una lettera in cui raccontavano la loro vita e quello che sentivano. La prima volta era rimasta lì sola, la seconda volta aveva convinto qualcuno a farle compagnia, ma nessuna lettera era stata depositata; dopo quasi un anno i ragazzini erano tanti e ognuno lasciava il suo bigliettino, anche solo per dire che andava tutto bene. Era poca cosa, ma era qualcosa. Si mise al bancone a sorseggiare il suo cappuccino chiacchierando con Paola che la ragguagliava sulle sue vicende amorose col tipo dell’assicurazione che aveva l’ufficio di fronte al bar: “È proprio uno stronzo: mi chiama solo quando sua moglie è fuori per lavoro. Lo sai che l’ultima volta lo abbiamo fatto nel suo letto? Che stronzo. Ma un po’ lo capisco: è lei che ha i soldi in famiglia, vorrebbe lasciarla, ma poi dovrebbe chiudere la sua attività. Non la ama più da tanto, dice che si sta innamorando di me, ma ha paura. Tu che ne pensi?”.

Ema sorrise: “Terapeuta o amica?”.

Amica, chiaro!”, Paola si raddrizzò e corrugò le sopracciglia.

Ti prende per il culo, mollalo!”, Paola stava per ribattere, ma Emanuela si era girata perché qualcuno le aveva picchiettato sulla spalla.

Ciao Fede, dimmi?”

Federica aveva grandi occhi neri, la carnagione scura e la bocca come quella di una bambola: “Volevo chiederti se mia sorella può mettere la lettera anche se non è nel gruppo”, lo disse d’un fiato e nei suoi occhi passò qualcosa che Emanuela non riuscì a capire.

Ma certo!”, la sua voce era bassa e lenta ,“C’è posto per i pensieri di tutti qui”.

Federica si girò in tutta fretta e si diresse verso la sorella, erano identiche e se non avessero avuto un anno di differenza, sarebbero sembrate gemelle; Maya sorrise all’indirizzo di Emanuela e poi tornò alla sua colazione. Lei restò bloccata a guardare quelle due bellissime ragazzine silenziose, in quel mare di risate e urla, e sentì qualcosa rigirarsi dentro lo stomaco. Si trovò a immaginare Denis per la prima volta vivo dopo il suo suicidio: Denis prestigiatore, Denis incantatore di serpenti, Denis poeta, Denis che meravigliava i presenti con tuffi da trampolini infiniti, Denis funambolo. Scoppiò a ridere, si voltò verso Paola e disse: “Dobbiamo solo dire loro che possono essere tutto quello che vogliono, non serve il permesso per esistere”.

Paola la guardò come fosse matta. Emanuela finì la colazione, attese che tutti se ne fossero andati e svuotò la Cassetta in cui trovò le lettere di ventidue ragazzi. Sorrise e si preparò ad ascoltare i loro pensieri e i loro sogni.

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