“Balla balla ballerina” (5) di Raffaella Tavernini

Si era trovata quasi per caso seduta su una panchina al parco Castello, con lo scooter parcheggiato di fronte e il casco appoggiato sulle gambe. Con le dita arrotolava e srotolava il laccetto della sacca porta casco, i piedi incrociati, lo sguardo fisso davanti a sé. Non guardava il panorama che si può ammirare dalla terrazza Rosignano: i tetti della città con la statua a cavallo di Federico II in piazza della Rotonda erano trasparenti ai suoi occhi,  aperti e fissi, ma vuoti, le labbra socchiuse e il respiro lento. Angelica vedeva come fossero lì, in piedi nella aiuola fiorita di echinacea, Samuele e Maria Chiara, mano nella mano, e il signor Armando.

Nient’altro? Non c’è nient’altro che possa andar male?, pensava. Anzi, lo mormorava a mezza voce, a quelle immagini che le avevano stravolto la vita. Non riusciva a farsene una ragione, né dello sfratto né del fidanzamento. Il suo pensiero saltava da una cosa all’altra, senza capacitarsi dell’accaduto. Ma come aveva potuto Samuele in così pochi giorni dimenticarla? Non era vero quando le diceva di amarla. E l’Armando? Sbatterla fuori per pochi mesi di ritardo dopo tutti quegli anni. Samuele pareva essere pazzo di lei fin dalla prima sera in cui erano stati insieme, era stata sempre lei a tirare il freno. Vedi allora che mentiva? Mentiva. Mentiva come mentono sempre le persone. L’Armando mica si era ricordato di quando si era allagata casa e lei era rimasta tutta la notte inginocchiata ad asciugare l’acqua dal parquet. Però non ci credeva che mentisse Samuele. Forse c’era sotto qualcosa. Non era possibile che in così pochi giorni si fosse innamorato di quella Maria Chiara. Non era certo bella come lei. E poi il sesso aveva sempre funzionato alla grande fra loro. Non era possibile che con quella Samuele avesse trovato la stessa intesa. Mica si ricordava l’Armando di quando aveva dato lezioni di danza gratis a sua nipote, che non avrebbe potuto ballare neanche il girotondo alla festa della parrocchia.

Angelica si era alzata, era salita sul suo scooter e con la stessa espressione negli occhi era partita. Che stesse per tornare in città l’aveva pensato Roberto Santamaria quando era uscita all’improvviso dallo stop, che dal parco portava verso il centro, senza rispettare la precedenza. Lui ci aveva provato a frenare. Quando si era accorto che sul motorino c’era Angelica ci aveva provato anche più forte, se possibile. Ma lei non aveva minimamente collaborato con il suo tentativo di evitare lo scontro, come se non si fosse proprio accorta di nulla. L’impatto era stato inevitabile: Angelica era finita sull’asfalto e solo la fortuna aveva fatto in modo che fra lei e il paraurti del Suv di Santamaria si incastrasse lo scooter, proteggendo il suo corpo e causando a entrambi solo uno spavento indimenticabile:

“Angelica! Oddio! Come stai? Ti sei fatta male? È tutto a posto? Rispondimi Cristo!”, Santamaria era sceso al volo dall’auto e si era precipitato sulla ragazza che, seduta sull’asfalto, lo guardava come fosse uno sconosciuto. “Angelica! Angelica!”, Santamaria, preso atto che non aveva danni fisici, l’aveva afferrata per le spalle e aveva iniziato a scuoterla per risvegliarla dallo shock.

Dopo qualche secondo lo sguardo di Angelica era tornato presente, perdendo quella slavatura che Santamaria aveva attribuito alla paura dell’incidente, non sapendo invece che c’era da ben prima.

“Regista, oddio Santamaria, Roberto, è proprio lei? Sono finita addosso a lei? Che strizza, che imbarazzo!”

“Angelica, andiamo. Ma quale imbarazzo? L’importante è che tu stia bene e che non ti sia fatta nulla. Forza, andiamo a bere qualcosa di caldo così ci calmiamo.”

Seduti al bar di fronte, avevano ordinato due tazze di camomilla. Roberto Santamaria aveva chiesto ad Angelica di abbandonare il lei: “Da tanto lavoriamo insieme”, aveva detto, ”possiamo darci del tu”.

Lei aveva fatto finta di non accorgersi che nessuno gli dava del tu. Aveva sgranato gli occhi e aveva detto semplicemente: “Che fortuna Roberto che fossi tu. Un altro avrebbe potuto lasciarmi sulla strada senza fermarsi”.

“Angelica, fosse stato anche un altro non avresti avuto problemi. Nessun uomo potrebbe lasciarti sulla strada senza fermarsi.”

Non l’aveva proprio detto, ma Angelica ci era troppo abituata per non accorgersi di cosa significasse la frase di Santamaria. Si era limitata a pensare che non l’aveva mai sospettato, il freddo e super professionale Santamaria attratto da lei. Quella giornata pessima avrebbe potuto prendere una piega diversa.

“Roberto, sei molto gentile, ma non è vero. Oggi sono stati ben due gli uomini che mi hanno abbandonata. Mi sento così sola”, lo sguardo di Angelica era cambiato. Gli occhi spalancati guardavano Santamaria da sotto in su, le labbra leggermente socchiuse, la mano destra mescolava lo zucchero nella tazza di camomilla: “Credo sia stato questo il motivo dell’incidente. Ho bisogno di aiuto, Roberto”.

La mano destra aveva lasciato il cucchiaino ed era risalita fino ad accogliere sul palmo aperto il proprio viso. Forse ne sarebbe potuto venire anche qualcosa di buono da quell’incidente, anche se il suo scooter era da buttare: “Mi hanno sfrattato Roberto”.

Tendenzialmente Angelica odiava le gatte morte, ma l’avevano sfrattata, Samuele si era fidanzato e quello seduto di fronte a lei era Santamaria.

 

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