“Balla balla ballerina” (6) di Raffaella Tavernini

La musica che usciva dal telefono appoggiato sul display del tapis roulant non poteva essere tenuta così alta da nascondere il rumore ritmato dei piedi sul tappeto. Angelica aveva scoperto che nella palestra in cui era entrata per la prima volta quella mattina la politica aziendale non prevedeva musica diffusa, ma lasciava ogni utente libero di ascoltare ciò che voleva, purché il volume non disturbasse gli altri. Il suo telefono riproduceva la play list creata per le sessioni di allenamento di corsa, Honky tonk women dei Rolling Stones era uno dei suoi pezzi preferiti. Gli standard della palestra erano molto elevati. Nella stanza fitness era stato allestito addirittura un impianto di nebulizzazione. L’acqua nebulizzata che conteneva una miscela di oli essenziali energizzanti evaporava veloce raffrescando l’ambiente.

Angelica si era svegliata presto quella mattina, dopo aver dormito nella stanza degli ospiti di Santamaria.  Non aveva dormito molto in realtà, un po’ sorpresa e un po’ delusa: si aspettava più intraprendenza da parte di Roberto. Lo chiamava ormai confidenzialmente solo Roberto, come fosse stato un amico, una presenza costante, e non solo il regista dei suoi ultimi spettacoli che il destino, o chi per esso, aveva voluto mettere davanti al suo scooter nello scontro del giorno prima. Dopo l’incidente Roberto le aveva detto: “Non preoccuparti assolutamente Angelica”, appoggiando la mano sopra alla sua, “stanotte vieni da me”, e le aveva stretto le dita della mano, “forza, andiamo a prendere un po’ di cose e se ti va per cena ordiniamo cinese al ristorante sotto casa mia”.

Il ristorante in questione consegnava a domicilio i menù da 80 euro l’uno, in mini scatoline di plastica usa e getta così eleganti che Angelica si era dispiaciuta quando aveva visto Roberto buttarle in pattumiera, pensando a tutti gli usi che avrebbe potuto farne: porta trucchi, porta orecchini, porta spezie. Effettivamente erano così eleganti che avrebbero potuto portare di tutto. La cena era stata buonissima e Roberto si era rivelato un gran affabulatore, ma, ecco, non ci aveva provato. Era quello che Angelica si aspettava e invece le aveva mostrato subito la stanza degli ospiti e le aveva detto di stare tranquilla, che quella sarebbe stata una soluzione provvisoria perché aveva già chiamato Lia, la donna delle pulizie, che andasse il giorno dopo a sistemare un appartamento di sua proprietà solo due numeri civici più avanti, vuoto da quando la sorella si era trasferita a Londra. Che fosse attratto da lei le sembrava evidente. Un paio di volte lo aveva sorpreso a guardarla con uno sguardo davvero penetrante, un altro paio di volte aveva infilato fra le parole complimenti espliciti. Ma non aveva mai cercato di dare una svolta alla serata: avevano bevuto molto moderatamente e dopo quella mano del pomeriggio al bar non aveva mai cercato un contatto, neanche per sbaglio, neanche di sfioro.

A mezzanotte le aveva detto: “Sono molto stanco. Nello svuota tasche sulla mensola del corridoio trovi un mazzo di chiavi di scorta. Domani fai quello che vuoi. Alle tre, però, direi di trovarci qui per andare a prendere le tue cose e portarle direttamente all’altro appartamento”.

Così Angelica aveva dormito poco e male e la prima cosa che aveva cercato sotto la pioggia della mattina era stata una palestra dove poter scaricare la tensione correndo. Qualche esercizio di stretching, tre minuti a passo veloce e poi aveva puntato la velocità sui 12 chilometri orari e non l’aveva più abbassata. Sullo schermo dei minuti lampeggiava 55, ma la ragazza non aveva nessuna intenzione né di smettere né di rallentare. Cercava di concentrarsi sull’ovale che si componeva con i cristalli liquidi a rappresentare  il suo giro di corsa, cancellandosi e ricostruendosi ogni 400 metri di percorso.

Certo, la palestra è all’altezza del quartiere, pensava, anche il costo dell’ingresso però. Non potrò permettermi spesso di venirci. Be’, per il caffè seduta al bar mi hanno chiesto 2 euro e 50. Chissà perché non ha cercato di portarmi a letto Roberto. Gay no. Come si chiamava quella ragazza? Sara, mi pare. Sara aveva raccontato di esserci stata a letto. E mi pare anche che avesse detto che non era male. Va be’, intanto ho dormito in un letto fantastico con quel piumino d’oca caldissimo. Quasi quasi quando rientro all’Armando gli mando una foto. Guardi dove ho dormito stanotte, altro che il suo buco, che con la pioggia di oggi avrei trovato la solita perdita dalla finestra del bagno. Quasi quasi la mando anche a Samuele. Tu dormi pure con la quinta ballerina di fila che io dormo con il regista. Oddio, non è proprio andata così. Chissà perché Roberto non ha  cercato di portarmi a letto.

L’ovale sul tapis roulant continuava a chiudersi e ripartire, i minuti che lampeggiavano erano sessantacinque e Angelica aveva aumentato la velocità di un altro chilometro per lo sprint finale.

Speriamo che l’appartamento della sorella sia bello come il suo e che non mi mandi a dormire in una topaia. No, non è possibile. Mi sembra molto generoso Roberto, mica avrà fatto dormire la sorella in un tugurio. Chissà poi che fine avrà fatto la sorella, me la ricordo un pomeriggio alle prove con Roberto. Una bella ragazza. Oddio, anche lui non è così male in fondo. Ma chissà perché non ha cercato di portarmi a letto.

Al settantesimo minuto Angelica aveva spento il tappeto, aveva fatto ancora qualche esercizio di stretching ed era andata nello spogliatoio per la doccia. Decisamente elegante la palestra: nella doccia c’erano delle taglie da viaggio di bagno schiuma, shampoo e balsamo della linea prodotta da quella beauty farm 5 stelle in periferia in cui aveva sempre sognato di trascorrere un fine settimana, senza poterselo permettere.

Chissà, forse potrei chiedere a Roberto se mi ci porta una sera, aveva pensato Angelica buttandosi sotto all’acqua calda.

 

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