“Balla balla ballerina” (8) di Raffaella Tavernini

Pioveva anche quel giorno. Roberto pensò che sembrava quasi che il dio del tempo si divertisse a far piovere sempre quando doveva vedere Marinella. Rimase seduto qualche minuto nella sua auto, le mani fisse sul volante, gli occhi spalancati sui suoi pensieri tristi. Poi il rumore ritmico della pioggia sul parabrezza lo riportò al presente, guardò per qualche secondo le gocce schiantarsi sul vetro e si fece coraggio. Si calcò il cappuccio del suo giubbotto impermeabile sulla testa e scese senza prendere l’ombrello. Roberto non utilizzava mai l’ombrello, anche nei peggiori diluvi preferiva coprirsi alla meno peggio sotto giacconi e cappelli e correre al riparo.

Ci voleva un bel coraggio, però, a definire riparo la clinica privata Santa Gundula. Roberto non aveva mai pensato di doverci entrare almeno due o tre volte alla settimana finché non era risultata essere l’unica soluzione possibile dopo l’ultima crisi di Marinella. Entrò dalla porta a vetri scorrevole che, fermo sotto la pioggia, sembrò metterci qualche secondo in più del solito ad aprirsi. Si scrollò, quasi forte come fanno i cani quando escono dal mare, si tolse il giubbotto e camminò con poco entusiasmo verso la scalinata in fondo oltre la portineria. La stanza di Marinella era al terzo piano, ma Roberto saliva sempre senza ascensore, forse per rimandare di qualche secondo la vista della sorella quasi sempre sedata e intontita a letto.

Un mese prima aveva inghiottito due confezioni di benzodiazepine, che chissà come era riuscita a procurarsi, il fratello ancora se lo chiedeva. Tutte le altre volte, prima di perdere i sensi, aveva sempre contattato Roberto in modo che arrivasse in tempo per correre in ospedale, ma quell’ultima volta forse la sua decisione era stata più ferma. Era andata con una scusa banale alla scuola di danza per sincerarsi che il fratello lavorasse tutto il pomeriggio, ma a Roberto era scattato un click appena in tempo: gli era sembrata strana la visita della sorella. Era arrivato appena in tempo per chiamare il 118. Dopo il ricovero non c’erano state altre soluzioni se non farla rinchiudere nuovamente in clinica. Roberto aveva scelto la Santa Gundula non perché fosse particolarmente valida, ma perché tutte le stanze avevano delle finestre luminose affacciate sul parco fiorito e aveva pensato che, se non Marinella, i colori e i profumi dei fiori avrebbero potuto distrarre almeno lui. Salì i tre piani di scale ed entrò nella stanza. Marinella come al solito dormiva, intontita dalle dosi massicce di ansiolitici indispensabili per placare la sua agitazione.

“Placare la sua agitazione, magari. Magari fosse solo quello. Marinella non esiste più. È un’ameba, è una rappresentazione fisica della sorella che avevo dove però non c’è più traccia di lei. È sparita.”

Questi più o meno erano i pensieri che Roberto faceva ogni volta che era seduto sulla poltrona a fianco della sorella. Aveva quasi completamente perso la speranza di rivederla guarita, sana, se non felice almeno serena. L’ultimo episodio era stato tanto pesante, tanto pesante anche per Roberto perché Marinella prima sembrava finalmente stare meglio. La sorella era girata sul fianco, con le gambe allungate sotto alle lenzuola, dopo i primi giorni non era più legata. La ragazza sembrava non avere più in corpo un filo di volontà o di energia. Era sveglia, Marinella, ma fingeva di dormire. Aveva sentito che Roberto era entrato nella sua stanza e non voleva avere con lui nessuna interazione. Non le andava nemmeno di vedere il suo viso, teneva gli occhi chiusi. Le uscirono due lacrime dagli occhi, ma Roberto seduto di lato non se ne accorse.

Si alzò dalla poltrona, si chinò su di lei e le diede un bacio sulla guancia. Sentì sotto le labbra l’umido delle lacrime. Respirò forte, indossò il giaccone pronto per ributtarsi sotto la pioggia:

“Ciao sorellina, ci vediamo mercoledì pomeriggio”.

 

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