“Balla balla ballerina” (10) di Raffaella Tavernini

Il passo di Angelica nel tornare verso casa procedeva al rallentatore. I pensieri che le giravano in testa catalizzavano tutta la sua attenzione, rendendo il rientro più impegnativo del dovuto. Al civico 22, esattamente a metà strada, Roberto le passò accanto con la sua automobile, anche lui del tutto assorto, tanto che non si accorse di lei nonostante per strada non ci fosse nessuno. Angelica si chiese dove stesse andando, a quell’ora dopo averla neanche troppo elegantemente liquidata, e così distratto. Il taxi che stava ripartendo dal portone poco più avanti dopo aver scaricato una coppia elegantissima, Angelica pensò che probabilmente erano marito e moglie che rientravano dopo una serata di libertà in cui avevano bevuto un po’ più del dovuto dato il tono di voce e visto come barcollavano, quel taxi le sembrò comparire non per caso. Ad alta voce lo chiamò: “Taxi”.

Salì al volo e, come nel peggior telefilm americano, gridò all’autista: “Segua quell’auto”.

La sensazione era che seguendo Roberto avrebbe trovato qualche risposta. Dove starà andando, dopo avermi mandata a casa alle dieci? È l’unico uomo che ho conosciuto che sembra non pensare al sesso, dev’essere ossessionato da quella mezza sorella. Non ho certo tempo da perdere io dietro a queste storie da soap opera. Il tempo passa e io ho già i miei di problemi da risolvere. L’avessi saputo prima avrei risposto a Samuele l’altra sera, che se mi ha chiamato alle dieci è sicuramente perché si è lasciato con la tipa.

Il taxi nel frattempo aveva recuperato strada ed era solo a pochi metri da Roberto.

“Ma dove starà andando?”

Il tassista pensando che la frase fosse rivolta a lui rispose prontamente: “Dopo il fiume può andare solo in un posto. C’è solo l’ospedale dei matti là”. “Quale ospedale dei matti?”

“La clinica, non la conosce? Dove ricoverano i matti.”

“Non si faccia vedere, mi raccomando.”

Il tassista rallentò in modo che Roberto non potesse accorgersi dei fari nello specchietto retrovisore, quella strada era poco frequentata. Arrivati al parcheggio della clinica avevano visto l’auto di Roberto parcheggiata.

“Vede che avevo ragione? Poteva venire solo qui.”

Angelica lo pagò e gli chiese di aspettarla qualche minuto senza sapere bene cosa avrebbe fatto.

Le era costata cara questa idea, non le era rimasto più un soldo. E adesso? Avrebbe dovuto aspettare Roberto per subissarlo di domande? Seguirlo nella clinica?

Decise di entrare. Si recò alla portineria e con grande decisione chiese: “Marinella Santamaria? Scusi, sono qui con il fratello, ma mentre parcheggiavo l’ho perso. Dov’è ricoverata?”.

L’addetto le rispose: “Terzo piano, in fondo al corridoio, ma lo sa vero che se c’è già una persona lei non la lasciano entrare?”.

“Oddio, pensavo che uno strappo si potesse fare. Sono una cara amica, di passaggio solo questa sera e speravo di riuscire a salutarla.”

“Be’, senza parlare con il dottore non credo proprio. Lo sa che il reparto è quello delle patologie gravi, di solito sono intransigenti.”

Angelica decise di continuare nel suo gioco, sperando di riuscire a scoprire qualcosa di più: “Sì, ma credo che Marinella sia pronta ormai per uscire”. “Ma come pronta? Sta scherzando vero? Dopo l’ennesimo tentativo di suicidio non fa che urlare tutto il giorno che vuole ammazzare il fratello. Poi scoppia a piangere e comincia con la lagna che lo ama. Devo dire che di tutti i pazienti del terzo piano, al momento, è la peggiore.”

“Ah, d’accordo, come non detto. Allora aspetto Roberto nel parcheggio.”

Ad Angelica non venne in mente nient’altro da dire. Non rimase proprio sorpresa, l’idea di questo strano rapporto tra i due si era già fatta strada nella sua mente. Solo non pensava che la situazione fosse così grave. Di certo non voleva farsene carico, ma decise di uscire e tornarsene a casa senza farsi vedere da lui: meglio non fargli sapere che aveva scoperto tutto.

 

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