“Balla balla ballerina” (11) di Raffaella Tavernini

La mattina seguente Angelica si svegliò meno inquieta e con la convinzione di riuscire a sistemare la situazione con Roberto. Forse si era fatta un’impressione sbagliata e la cosa, in realtà, non era così grave. Decise di passare da lui con la colazione pronta: due croissant, un bricco di spremuta, pane tostato. Il caffè lo avrebbe preparato là. Dopo non aver avuto risposta al suono del campanello non si fece troppe domande e decise di usare la chiavi che Roberto non si era fatto restituire. Salita nell’appartamento del regista, dopo essersi accertata che lui non fosse in casa, cominciò a curiosare senza un’idea precisa di cosa cercare. Ciondolò qualche minuto nel salotto senza riuscire a guardare altro che i quadri alle pareti. Poi andò in cucina, si sedette al bancone, accese la macchinetta del caffè e cominciò a bere la spremuta che aveva portato per Roberto. Svogliatamente addentò il croissant. Era buono: una delicata glassa ai fiori d’arancio ricopriva la pasta leggerissima e non troppo zuccherata. Il caffè lo prese come piaceva a lei: usò due cialde di dolce aromatico, riempì una tazza rossa che forse fino a quella mattina era stata solo di bellezza e ci aggiunse una lacrima di latte freddo.

Riprese a ciondolare per l’appartamento. Quando arrivò davanti alla porta della camera da letto di Roberto pensò di entrarci, anche se per come si erano messe le cose probabilmente lui non l’avrebbe mai invitata a farlo. Aprì la porta, vide come prima cosa il grande letto matrimoniale di pelle nera con un copriletto beige di un tessuto piuttosto grezzo. I comodini ai lati del letto erano uno diverso dall’altro: uno di un materiale metallico con un piano di vetro opaco, l’altro, quello dal lato dove dormiva Roberto, si capiva dal cuscino più usurato, di legno scuro e pesante. Poi vide le pareti, vide i quadri alle pareti. Lo stile era lo stesso di quelli in salotto e nel suo appartamento. La diversità stava nel fatto che i soggetti in cui Marinella era ritratta erano sempre sessuali. Angelica ci mise un attimo a realizzare quello che vedeva. Sopra alla testata del letto c’era una composizione di quattro tele affiancate in cui il soggetto di una continuava quello della tela a fianco. Angelica salì in piedi sul materasso per avvicinarsi a guardare meglio. Quasi non ci credeva. La sorella era raffigurata sdraiata su un divano circondata da tre uomini, anzi no, erano quattro e uno era proprio Roberto.

“Ah no,” disse Angelica ad alta voce, “altro che meno grave di quello che pensavo. Lascia stare regista, ho già i miei problemi io. I tuoi è meglio se te li risolvi tu. Qui rischio che invece che con lui mi faccia finire a letto con la sorella. Meglio Samuele, allora, e si tenga tutti i suoi spettacoli e le sue fantasie. Piuttosto la sarta tutta la vita, sarà mica che aveva ragione l’Armando?”

“Samu, stella… Angelica. Sì, ho visto che mi hai cercato l’altra sera, ma ero impegnata. Sì, non ci sentiamo da qualche giorno. Ho avuto un po’ da fare. E tu? Ah, l’hai lasciata Maria Chiara? Be’ dai, sì, una ragazzina carina, ma non avrebbe mai potuto essere alla tua altezza. E poi secondo me, che dici Samu? Non era brava, vero? Senti Samu, io sono a piedi e sono a casa di Santamaria. Sì, Santamaria, il regista. Poi ti spiego. Mi vieni a prendere?”

Dopo qualche minuto Samuele aveva suonato il campanello. Angelica non aveva dovuto spiegargli dove si trovava la casa perché qualche settimana prima era stato invitato a una cena con gli sponsor. Lei no, lei evidentemente non era all’altezza per Roberto. Fece scattare la serratura del portoncino e lasciò la porta di ingresso aperta.

“Sono qui Samu”, lo chiamò quando lo sentì entrare in salotto, lo chiamò sdraiata sul letto matrimoniale del famoso regista, proprio sotto i dipinti incriminanti.

“Vieni Samu, vieni a recuperare un po’ del tempo che abbiamo perso”, le sembrò così di poter esorcizzare tutta quella sordida storia.

Quando, però, Samuele vide i dipinti le disse: “Assomiglia alla sorella di Santamaria, Angi, non ti sembra?”.

“Trovi? No, non mi sembra. Mi sembra molto diversa. Senti, Samu, ma se con Maria Chiara vi siete lasciati mi puoi ospitare qualche giorno vero?”

Lasciò il letto sfatto e un bigliettino sul mobile dell’anticamera:

Comodo il tuo letto Roberto. Ti lascio le chiavi di questo appartamento, quelle dell’altro te le ridò fra un paio di giorni quando finirò di portare le mie cose da Samuele. Forse è meglio se cerco un’altra compagnia di ballo, o come dice l’Armando, a questo punto meglio se comincio davvero a fare la sarta.

 

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