“L’uomo che corre (elogio del runner)” di Alessandro Tondini

Non ha mai camminato. Lui corre. Sempre.

Tutti sanno chi sia. Se si prova a chiedere in giro «Chi è quel tipo?», la risposta è sempre la stessa: «L’uomo che corre». Pochissimi conoscono il suo nome e si dice che non abbia amici. Troppo introverso, troppo impegnato a dispiegare il suo talento. La sua figura scarna e nervosa sfugge nelle vie del paese senza cambiare mai ritmo. Il suo passo regolare è una certezza, come l’alba e il tramonto. Non c’è stagione in cui non lo si possa vedere lungo le strade che si intrecciano fra le case e in mezzo ai sentieri che si perdono negli orti. Poco dopo il sorgere del sole si muove, da est verso ovest, costeggiando le rive del lago, alternando i tratti asfaltati agli sterrati ghiaiosi che delimitano la terra dall’acqua. Arriva al torrente che segna il confine del paese e riprende la sua corsa in senso contrario. All’imbrunire discende lieve dalle colline spinto dalla brezza di monte.

D’estate corre anche con l’oscurità mentre d’inverno solo finché c’è luce. Se piove corre lo stesso. Non so se corra quando nevica, ma tanto qui non nevica mai.

Ha un fisico asciutto, di un magro triste, tenuto insieme da una pelle liscia e pallida. La sua espressione è seria e indecifrabile. Non puoi capire quando fa fatica, se si sta sforzando o se lascia solo muovere le gambe. Lui corre sempre uguale. I capelli lunghi e ricci lo accompagnano con eleganza e non si scompigliano troppo, tengono il suo ritmo e danzano con lui contornandogli lo sguardo fisso e preciso. Quando fa caldo indossa una stretta maglietta bianca e dei pantaloncini da mezzofondista anni settanta. Ai piedi ha delle scarpette da ginnastica consunte dalle quali crescono dei calzini cortissimi e scuri che non gli arrivano al polpaccio. Se la temperatura è più fresca sopra la maglietta mette una felpa con la zip, sempre aderente. Non si copre le gambe, ma le calze aumentano di lunghezza e arrivano sotto il ginocchio. Se fa freddo non suda, ma anche d’estate la sua maglia non è mai bagnata.

Al mattino, quando vado a lavorare, lo vedo appuntare il passo sulla riva del lago. Quando torno di sera mi accompagna per un tratto lungo il marciapiedi della strada principale.

Un sabato mattina l’ho incontrato sul lungolago. L’ho visto arrivare da lontano, la sua sagoma si avvicinava con grazia discreta e ho potuto osservarlo con tutta calma. Era perfetto, come se si muovesse su una rotaia. Il suo avanzare, benché fosse fatto di passi veloci che si staccavano da terra, manteneva la sua figura sempre alla stessa altezza. Solo i capelli si sollevavano e abbassavano, ma di poco. Mentre si avvicinava riuscivo a cogliere la sua espressione dura, ma serena. Le mascelle erano serrate e gli zigomi delineavano la geometrica incoerenza di un viso ovale e squadrato. Gli occhi, piccoli e tondi, inquadravano con precisione il terreno davanti a lui. Non sollevava mai lo sguardo.

Quando ci siamo trovati a una decina di metri l’ho salutato: «Ciao», e mi sono avvicinato a lui sorridendo. L’ho visto piegare appena la testa verso di me e allargare di poco gli occhi. Non ha aperto bocca e si è limitato a sollevare la mano sinistra.

«Buona corsa!», ho aggiunto tanto per dire qualcosa e, poco prima che mi sfilasse di fianco, si è insinuata in me la tentazione di provare a fermarlo con la scusa di fargli qualche domanda. Non ne ho avuto il coraggio.

L’ho seguito con lo sguardo e ho visto che la sua chioma è ormai diventata tutta grigia. Ho così compreso che il mio sciocco tentativo di farlo rallentare sarebbe stata una mancanza di rispetto, un atto sacrilego. Sono rimasto fermo a guardarlo svanire in controluce, come se fosse stata la scena finale di un film. Questo è successo sabato.

Oggi è mercoledì pomeriggio e sono a casa. Sono tutti a casa, anche l’uomo che corre. È un mercoledì quindici di un mese che ha già dimenticato cosa sia il freddo. Non è ancora estate, ma la primavera è già pronta per trasformarsi nella sua rovente collega. Fa caldo e il cielo esplode di azzurra bellezza. Tutto è immobile. Non si odono voci, rumori di auto o di attività umane. Sono presenti solo il cinguettio dei passerotti e il gracchiare delle cornacchie. Una tortora tuba con discrezione sul ramo di un albero. Sembra tutto sospeso e, in effetti, è così. Almeno per noi, cosiddetti Sapiens. Siamo in attesa che tutto passi. Che tutto ricominci come prima. Anche se prima si stava peggio e domani non è detto che andrà meglio. La vita, come la conosciamo, ha cambiato ritmo. Ci siamo dovuti fermare per lasciar passare un’invisibile esserino che ha osato farci dubitare di noi.

Sono momenti pigri anche per l’uomo che corre.

Trovo inconcepibile che lo abbiano obbligato a non muoversi. Lui che col suo procedere inesorabile cadenza lo scorrere delle giornate. L’uomo che corre non è un podista qualsiasi. In lui non c’è alcun desiderio di tenersi in forma, di esibire un fisico atletico o di ostentare improbabili completini colorati. Ogni suo passo è un’unità temporale, il segno dell’ineluttabilità. La sua corsa è regolare, non fa scatti e non l’ho mai visto fare una pausa. Esce di casa e corre, smette solo di fronte al suo uscio. È una sicurezza, come certo è il trascorrere dei mesi, dei giorni e dei minuti e il suo incanutimento è il segnale che, anche se tutto sembra uguale, il tempo non passa indolore. Tutto si trasforma e lui, prima scuro, poi grigio, domani sarà bianco e, chissà, un giorno non avrà più capelli. Fino al giorno in cui non lo vedrò più e capirò che anche il mio tempo è trascorso.

Gli illusi hanno obbligato l’uomo che corre a starsene fermo, credendo che sia possibile modificare o addirittura impedire la successione degli eventi. Non hanno capito nulla.

L’uomo che corre riprenderà a breve la sua strada come sempre, di corsa. Così potrò osservarlo di nuovo, alle volte in modo distratto, altre con molta attenzione e, finché lo vedrò scivolare tranquillamente, col suo passo costante, saprò che il tempo passa, ma ce n’è ancora abbastanza.

 

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6 pensieri su ““L’uomo che corre (elogio del runner)” di Alessandro Tondini

  1. Mi è piaciuto molto Alessandro.
    “…dalle quali crescono calzini cortissimi” una bella immagine!
    Saprò che il tempo passa ma ce n’è ancora…
    Bravo

  2. Ti conosco scrittore pirotecnico, sarcastico, surreale. Qui hai scelto un messaggio di speranza garbato, disciplinato e attinente al tema. Parli di vita in scarpe da tennis, da ginnastica, da runner e mi piace pensare a Jannacci. È sempre bello leggerti.

  3. Bravo Alessandro, il tuo racconto mi è piaciuto. Hai colto di questo lockdown un aspetto che ha suscitato non poche polemiche, alle volte assurde. Centrato il personaggio in cui molti runner si possono riconoscere.

  4. Scusa ritardo commento, ma ho scoperto solo ieri questo angolo del Blog. Secondo me, bella l’idea, ben sviluppata la storia, ma ciò che più mi è piaciuto è stata la scelta del lessico. Bravo!

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