“Tempo” di Elda Cortinovis

Ieri ho fatto un sogno. Da un’altura ho scorto un grande orologio sul campanile tozzo di una chiesetta isolata. Un quadrante bianco con un contorno nero, come le lancette. Segnava le nove. L’orologio si ingrandiva, si avvicinava, tanto da poterlo quasi toccare. Il ticchettio è diventato il battito del mio cuore, che sobbalzava nel petto rapido e inarrestabile. Provavo a fermarlo, ma non riuscivo.

Mi sono svegliata madida di sudore.

Oggi è il quattordicesimo giorno di lockdown, non ho l’orologio al polso. L’ho tolto il secondo giorno perché volevo vivere senza orari, senza scadenze. Attimo dopo attimo, tutto quel tempo da digerire, con pensieri buoni, ma non sempre; alle volte troppi, stressanti, pressanti. Lo rimetterò quando sarà tutto finito.

Il lockdown non mi deve sopraffare, io non mi lascerò sopraffare.

Al mattino ho molta energia, pulisco, riordino, creo, cucino e lievito come il Panettone a Natale, leggo, chiamo, chatto, parlo; il pomeriggio sono più stanca. La sera mi precipito a vedere le curve della pandemia. Dolore, troppo dolore.

Al mattino mi trovo con una rinnovata energia, dribblo i messaggi whatsapp carichi di contraddizioni, perdo il senso del tempo eppure so che è martedì. Lo so perché oggi ritirano la carta, mercoledì e giovedì niente.

Mi addormento e sogno la mia famiglia. Li saluto sulla soglia della porta di casa, il sorriso di mia madre m’accompagna all’uscio; cerco di accarezzarla, ma non riesco. Più mi avvicino, più la sua immagine si offusca, sembra sparire, allora urlo che non la tocco, non la voglio toccare. Corro via e mi sveglio angosciata. Rimango nel buio e riparte la conta degli anni dei miei genitori, di quanti possono ancora vivere e allungo più che posso il tempo, lo dilato e poi cancello tutto il pensiero.

Oggi è venerdì, lo so perché ritirano umido e vetro. Ho fatto di tutto per non guardare l’ora, per non contare i giorni che mi sembrano tutti domenica, ma poi ci ricasco e so che domani è sabato perché ritirano la plastica.

Oggi me lo godo tutto; riordino, svuoto, mi alleggerisco di tutto ciò che ho accumulato, non mi serve quasi niente; la maggior parte degli oggetti e dei vestiti sono superflui, voglio arrivare all’essenziale.

Sogno. Sono in campagna a un banchetto, circondata da tre alti muri antichi, al centro una bella tavola apparecchiata, intorno la mia famiglia e i miei amici; sono tutti belli e gioiosi. Improvvisamente da un angolo cade un grosso uovo ed esce un corvo con ali di pipistrello. Lo preparo e lo servo, un pezzo a me il resto ai commensali, che mi urlano che è velenoso e di buttarlo. Lo prendo e scappo con due pezzi di carne cruda in mano, per gettarla lontano al di là di un’alta siepe. Intravedo un passaggio, mi ci infilo e mi ritrovo su una strada bianca che attraversa i campi. Incontro il mio Virgilio che mi accompagna rasserenandomi nel mio viaggio verso casa. Al banchetto il tempo si è fermato, sono tutti nuovamente allegri.

Mi sveglio non so se è presto o tardi, ma ho nuovamente molta energia. Ripeto le azioni quotidiane, ma ogni attimo mi pare lunghissimo, meno lo calcolo più si allunga. Mi sorprendo a fare un elenco disordinato di desideri che voglio realizzare, ho tutto il tempo per fare ciò che voglio, ma dentro casa.

È buio, è il momento di guardare il grafico della pandemia. Scuoto la testa: ci vorrà ancora tempo. Dormo, sogno. Sono su una barca in mezzo al mare, non vedo nulla all’orizzonte, solo acqua. Vorrei scendere, ma non so come fare e dove andare, mi angoscia essere disorientata.

Mi sveglio e cerco di immaginare il futuro – una sbirciata,  mi dico – giusto per sapere dove siamo diretti.

Oggi è domenica, non ritirano nulla; è il cinquantesimo giorno, il cibo mi arriva a casa, ma ora voglio uscire. Preparo tutto ciò che serve: mascherina, guanti, disinfettante, autocertificazione. Non c’è in giro nessuno. Davanti al supermercato la vestizione in auto sembra quella di un chirurgo prima di entrare in sala operatoria. Ci sono poche persone, faccio una spesa rapida e giro guardinga tra gli scaffali, alcuni vuoti. Sono tornata in auto, tolgo guanti e mascherina e ripasso il gel disinfettante sulle mani. Mi è sembrata un’impresa faticosissima, vuoi perché dopo poco, con la mascherina vai in ipossia, vuoi perché se ti viene da tossire tutti ti guardano come un’appestata, vuoi perché la mascherina mal si combina con gli occhiali e così non leggo né prezzi né ingredienti.

E non è ancora finita; disinfetto tutto e finalmente io, senza scarpe, e la mia spesa che sa di alcool e cloro entriamo purificati in casa. Posso calcolare tranquillamente di averci messo il doppio del tempo che avrei impiegato in una situazione normale. Dovrò ricordarmelo: per la spesa due volte il tempo! Sul forno compare l’ora, sul mio cellulare è indicata l’ora, ma io non la guardo, non mi interessa, almeno credo.

Chiudo gli occhi per un tempo indefinito. Un sole accecante surriscalda la piazza. C’è un profumo di arrosticini misto a spezie che mi circonda. Sullo sfondo fiori di Vilucchio rivestono un grande muro. Fiori che sembrano coppe di champagne ricche di prelibato polline. Sembra tutto perfetto, ma non lo è. Troppo vuoto, troppo silenzio. Dove è finita tutta la gente. Svanita? Attraverso la piazza e l’asfalto brucia, fa caldo. Ho sete, tanta sete. Mi sveglio, è notte fonda, bevo dalla bottiglia, la mia personale, non la deve toccare nessuno.

Oggi è un bel giorno, in questo periodo gli alberi coi rami secchi e i cespugli vuoti si sono trasformati. Il prato è di un verde energico e freschissimo, le chiome ombreggiano folte: è una primavera che sa d’estate. È magnifico, ma c’è sempre qualcosa che mi rode dentro e coccia con questa perfezione.Tengo duro, “il tempo aggiusta le cose” e io so attendere.

Pedalo lungo un sentiero nel bosco umido e le fronde mosse dal vento mi accompagnano.

La terra schiacciata sotto la ruota scricchiola; pedalo ancora per molto tempo sempre in salita, un tornante dopo l’altro, fino a quando il bosco si apre. L’aria fresca mi riempie i polmoni affaticati, una scia d’aereo come un’improbabile meteorite rompe il cielo azzurro sopra di me.

– Una scia d’aereo… – ripeto stupita – Non ne vedevo da tempo…

Guardo l’orologio al polso sono di nuovo le nove. Sogno.

 

 

 

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4 pensieri su ““Tempo” di Elda Cortinovis

  1. Letto e riletto e lo rileggerò ancora perché questo racconto mi ha irretito. Non so dove, non so perché, ma ha qualcosa di magico che mi affascina. Bellissimo!

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