“Mi chiamo Aurelia” di Elda Cortinovis

Mi chiamo Aurelia e faccio la badante. Non credo che mia madre mi abbia dato questo nome pensando all’imperatore Marco Aurelio, piuttosto credo pensasse alla via Aurelia come via di fuga, essendo io ultima di nove fratelli. Credo proprio che mia madre avesse in mente solo di scappare, per non fare più figli e liberarsi dalla schiavitù di mio padre. E se ne è andata, per davvero. Da sola sono cresciuta lo stesso, ho lottato e ce l’ho fatta.

Anche se non posseggo un granché, vivo onestamente del mio lavoro e sto mettendo via alcuni risparmi per comprarmi, forse un giorno, una casa. Ora lavoro dal signor Adriano. Quando si è presentato ho pensato, vista l’affinità dei nostri nomi, che poteva essere finalmente il posto giusto di lavoro e così ho accettato subito. Inizialmente curavo anche la moglie, ma poi è morta e io sono rimasta.

Adriano colto e saggio, degno del nome che porta, all’inizio non mi voleva, ma poi trovarsi la cena pronta, il bucato fatto, la casa pulita è diventato un piacere a cui gli era difficile rinunciare. Seduto sulla poltrona a meditare o ad ascoltare la musica, nell’orto a curare i pomodori, nello studiolo a leggere, comunque pieno di vita.

Quando me ne vado, faccio sempre il giro della casa. Voglio che tutto sia in ordine e mi assicuro che stia bene, che abbia tutto a portata di mano e che non faccia cose che lo possano mettere in pericolo. Non si sa mai, a quell’età basta una caduta e sei rovinato.

Ogni mattina si veste perfettamente ed esce per fare un giretto e a comprarsi qualcosa. Prudente, ma sempre attivo.

Dopo quattro anni da quando è rimasto vedovo, ha dato qualche segno di cedimento, così invece che tre volte la settimana mi ha chiesto di andare da lui tutti i giorni. Poi ho iniziato a rimanere anche qualche sera per leggergli le pagine del libro che non riesce a terminare, perché la vista si sta affievolendo. Sono ancora la sua badante a tutti gli effetti: è morto così improvvisamente che il mio contratto di lavoro è ancora in essere. Faccio fatica a parlare di lui al passato, perché dopo tutti questi anni gli sono profondamente affezionata.

L’ho vestito io per l’ultimo viaggio. Ho sistemato tutta la casa e l’ho accompagnato al cimitero per l’ultimo saluto. L’ho conosciuto bene, aveva così tante cose da raccontare che in questi anni ho imparato davvero molto. Aveva il pallino della Storia, così la sera, quando non gli leggevo qualcosa, me la raccontava come se fosse un fatto di cronaca. Era persino divertente, se penso a quanto noiosa mi era sembrata quando andavo a scuola.

Una mattina sono arrivata un po’ più tardi del solito e non lo vedevo girare per casa come ogni giorno, così sono salita in camera da letto e l’ho trovato raggomitolato, voltato di spalle. L’ho chiamato, poi mi sono avvicinata e ho controllato che respirasse. Dormiva, ma capii subito che qualcosa non andava. Ha iniziato così il suo lento declino, che ha vissuto con grande dignità. Da quel momento non sono stata solo la sua badante, ma anche la sua infermiera, per quello che potevo fare. Incredibilmente si lasciò lavare e accudire come un bambino. Non deve esser stato facile per un uomo indipendente come lui, ma le cose capitano un po’ alla volta e ci si adatta per sopravvivere.

Un giorno mentre faceva la doccia scivolò e iniziò a urlare spaventato. Corsi alla porta del bagno e lo chiamai ripetutamente, bussai chiedendo di poter entrare per aiutarlo, non riusciva più ad alzarsi. Dopo molta insistenza, me lo permise. La porta non era chiusa a chiave e io entrai. Presi una grande salvietta lo avvolsi e lo aiutai a rimettersi in piedi. Era così esile, mi accorsi solo in quel momento di quanto fosse leggero e fragile il suo corpo. Lo aiutai ad andare in camera e lo vestii per coricarlo con dolcezza. Lo sentii piangere nel letto; è da quel giorno che iniziò a fidarsi di me.

Ora sono qui davanti a un notaio, accanto a me un signore sconosciuto che mi guarda in cagnesco. Mi hanno convocato perché c’è una lettera da leggere, in cui anche io sono citata. È il testamento. Quel signore è il figlio di cui non ho sentito tanto parlare. Non ho mai visto una foto che lo ritraesse in tutti questi anni, non l’ho mai visto passare dal padre per sapere come stava e chiedere se avesse bisogno di aiuto. Mi sono chiesta dove fosse stato in questi anni e perché tanta indifferenza verso un uomo che aveva così tanto da dare.

Io sono stata fortunata, ho conosciuto suo padre. L’ho potuto accompagnare nella parte finale della sua vita ed è stato un privilegio a cui il figlio ha rinunciato, inconsapevole di ciò che un uomo anziano può ancora donare. Quando chiedevo di lui, Adriano e prima ancora la moglie mi hanno sempre risposto che viveva lontano e che per lavoro non poteva venire a trovarli. Mai una parola di rimprovero verso quel figlio, anche se era facile cogliere nella loro voce un velo di tristezza.

Le parole che seguono sono chiare: al figlio Adriano lascia la quota legittima, il resto tutto a me. Un giorno forse, mi sono sempre detta, avrei avuto una casa tutta mia.

 

 

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