“Una brutta storia” di Livia Trentini

Svetlana quella mattina si svegliò, si vestì con cura, preparò la colazione e uscì dal suo caldo appartamento. Faceva piuttosto freddo, ma ben coperta con il suo piumino avvolgente e con una soffice sciarpa di lana fu pronta per affrontare il viaggio. Era un giorno speciale, suo nipote Andrey avrebbe compiuto dieci anni dopo qualche giorno e lei aveva già ordinato un bel libro come regalo. Quel giorno lo avrebbe ritirato.

Doveva attraversare tutta la città con la metro, ma perlomeno si poteva godere un po’ di tepore. Per lei anche un breve viaggio era un’avventura. Le era sempre piaciuto guardare le persone, immaginare dove stavano andando, inventare storie su chi sale e scende dalla metro. Il poliziotto con lo sguardo da duro; la commessa già annoiata ancor prima di iniziare il lavoro; l’impiegato che pensa di essere più importante degli altri solo perché lavora in un ufficio pubblico; la mamma che porta a scuola i bambini e sta provando le tabelline a quello più piccolo che confonde i numeri; un anziano con il viso rassegnato.

Il viaggio era iniziato da poco quando vide salire una signora di mezza età, un piumino rosa sotto il quale si intravedeva un maglione grigio, un berretto di panno rosa, la borsa rossa appoggiata sulla spalla e un fucile fra le mani. Tutti i passeggeri la guardarono attoniti. Si sedette fra due persone, adagiò il fucile in grembo con la canna appoggiata sulla spalla, si guardò attorno e poi chiuse gli occhi. I due passeggeri vicini si spostarono, erano spaventati. Uno dei due alla prima fermata scese velocemente, l’altro rimase in piedi fingendo di leggere un adesivo, oramai stinto, incollato su un finestrino. Intorno alla signora si era fatto il vuoto, Svetlana era curiosa, per cui decise, quando la signora sarebbe scesa, di seguirla.

Dopo diverse fermate la metro uscì dal tunnel, un tratto della linea era all’aperto, la signora con il fucile aprì gli occhi, guardò fuori dal finestrino e si preparò a scendere. Scese anche Svetlana, camminando a una certa distanza. La signora in rosa procedette con un’andatura decisa, quasi marziale. Attraversò un parco e, sempre con il fucile fra le braccia, si avvicinò a un alto edifico, sembrava la sede di una serie di uffici. Cercò una panchina e si sedette, anche Svetlana fece la stessa cosa ma più defilata per non farsi vedere. Trascorsa una mezz’ora, dall’edificio uscì un signore in giacca e cravatta, la signora si alzò, imbracciò il fucile, prese la mira e sparò. Un colpo preciso, in mezzo agli occhi, non ci fu scampo. Crollò a terra, il sangue iniziò a sgorgare da quel piccolo foro e dipinse di rosso vivo il marciapiede. Il tempo si fermò, sembrava che tutto fosse rallentato, per riavviarsi attimi dopo. Si sentirono urla, si vide gente uscire dall’edificio.

– Chiamate un ambulanza!

– Chiamate la polizia!

– Ma… chi è stato?

Voci concitate, una ragazza aveva visto tutta la scena e piangeva sommessa in un angolo del portone. Venne identificata l’autrice dello sparo, impassibile, in piedi vicino alla panchina con il fucile che sembrava quasi un accessorio. Arrivò la polizia, le sirene con il loro suono acuto fendevano l’aria. L’autrice di tanta atrocità fu presa immediatamente in custodia, non prima di essere stata disarmata, la polizia la caricò in auto e venne portata via sotto gli sguardi increduli delle persone. Svetlana era sbigottita, non sapeva che fare. Ancora incredula, si riprese e quasi correndo tornò alla metro, voleva tornarsene a casa velocemente, nel posto che sentiva come il più sicuro in quel momento.

La sera al telegiornale un lungo servizio su questo efferato omicidio ancora senza movente, la donna in rosa non parlava; la vittima era un dirigente di un’importante società, molto conosciuto.

Il giorno dopo anche i giornali danno ampio spazio alla vicenda, iniziano con le congetture su chi fosse lei e chi fosse, in realtà, lui e sul possibile movente. Intervistarono la vicina di casa, che non ne sapeva nulla, l’omicida era una donna molto riservata. La polizia entrò nell’appartamento della signora in rosa e trovò una casa semplice, pulita, accogliente, sul cassettone molte foto di una ragazza, sempre la stessa, in varie fasce di età: il primo giorno di scuola con un bel fiocco rosa; in un giardino con un cagnolino; sulla bicicletta con un cestino pieno di fiori; davanti a un portone con uno zaino in spalla, la mano destra con il pollice alzato e al polso molteplici braccialetti colorati. Le foto, una decina in tutto, ritraggono sempre la stessa persona fino a circa vent’anni. Nell’ultimo cassetto trovano ritagli di vari giornali.

Leggono di una ragazza, partita in autostop per le vacanze al mare, della quale si sono perse le tracce dopo pochi giorni. Leggono di un gruppo di sette dirigenti che si erano dati appuntamento nella stessa località marina. Leggono di come questi dirigenti si erano comportati con il personale dell’albergo, di come avessero infastidito alcune ragazze. Leggono delle denunce che la polizia aveva ricevuto. Leggono del corpo riemerso dalle acque marine di una giovane donna, era stata picchiata e violentata. Leggono di come tutto era stato insabbiato per la posizione privilegiata di questi sette personaggi.

La signora in rosa, mamma della ragazza, aveva trascorso gli ultimi dieci anni a cercare il gruppetto, in un faldone aveva raccolto i nomi dei dirigenti e gli articoli di giornale, sempre negativi, sui comportamenti tenuti in vari congressi, copia di denunce presentate e poi ritirate, per paura, dalle vittime stesse. Di fianco a ogni nome aveva inserito un trafiletto di giornale con la data segnata a biro. Uno era stato investito sul marciapiede; uno avvelenato; uno era precipitato dal nono piano del suo ufficio; uno era stato schiacciato da una macchina contro un muro; uno disarcionato e calpestato dal suo cavallo; uno era morto nell’incendio di casa sua. Mancava solamente l’ultimo. La signora in rosa si era vendicata delle persone che avevano violato sua figlia e alla quale non avevano permesso di vivere la sua vita.

Svetlana seguì tutta la vicenda sui giornali, e alla fine prese una decisione. Avrebbe insegnato al suo giovane nipote Andrey il rispetto per le persone e soprattutto per le donne, si deve iniziare dai bambini per cercare di cambiare i futuri comportamenti della società.

 

 

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