“Maldive o tacchino?” di Elda Cortinovis

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola. Finalmente alle Maldive!

L’agognato viaggio si è concretizzato dopo anni in cui non riuscivo ad abbandonare il tradizionale Natale. Ho finalmente tagliato il cordone ombelicale che mi teneva stretta alla famiglia e ho preso il volo per Malè. Mi sono trovata catapultata in un luogo incantato dove crogiolarmi al sole, con i piedi a bagno nell’acqua calda e cristallina. Lontana da tutto con una noce di cocco in mano da sorseggiare, godendo di questo paradiso, che temevo di non riuscire a raggiungere, prima che uno tsunami lo faccia sparire per sempre. Non vedevo l’ora di fare le immersioni. A bordo di un Dhoni sono uscita al largo con un gruppo di subacquei e mi sono tuffata in queste acque magnifiche. Immediatamente sono stata circondata da pesci coloratissimi, tartarughe e mante che nuotavano indisturbate tra strapiombi e coralli, in un’atmosfera surreale.

Dicembre al caldo, cosa desiderare di più? Mi sono chiesta cosa cucineranno su questo atollo per il giorno di Natale. Cucina esotica, immagino, piatti tipici di pesce, curry e altre spezie, cocco.

«Sarà una sorpresa», mi sono detta.

Oggi è il 25 e arrivo a pranzo curiosa. Ed ecco in mezzo alla tavola, a far da padrone, un bel tacchino ripieno che aspetta i commensali. Altro che cucina maldiviana! Proprio un tacchino, esattamente come quello che in questi ultimi anni ha accompagnato il nostro Natale, o meglio la nostra Vigilia, perché è quella che festeggiamo. Siamo in venti in famiglia e la metà di noi vuole decidere che cosa si cucina. Così, per anni, abbiamo affrontato questo banchetto come un gran bazar, dove ogni mercante metteva in piazza un po’ di tutto.

Ognuno voleva cucinare quello che sapeva far meglio e chi non cucinava esprimeva il proprio desiderio, naturalmente uno diverso dall’altro. Conclusione: sulla tavola comparivano almeno dieci antipasti differenti, sei primi piatti, perché c’era sempre qualcuno che nonostante si fosse optato per due tipi di lasagne, si presentava con delle crespelle con minimo tre ripieni diversi e chi portava i tortellini in brodo, convito che così la cena sarebbe stata più leggera. I secondi piatti spaziavano tra arrosti, “polpettine della nonna” per i più piccoli, che poi si mangiavano anche i grandi, faraona ripiena e come contorno almeno cinque verdure, cotte in modo speciale. Nemmeno fosse “Il pranzo di Babette”.

Tenuto conto che dopo gli antipasti misti, tra formaggi francesi, salmone, paté, Sormontè di terra e di mare, salame, torte salate e focacce farcite, si arrivava al primo già sazi, immaginate cosa accadeva al dolce. Praticamente boccheggianti ci si accingeva al tavolo dei dessert dove in ordine comparivano: panettone farcito e pandoro classico, accompagnati da quattro tipi di creme; almeno tre torte, perché a ognuno piace esibire il suo dolce speciale, e una casetta di pasta frolla decorata dai bambini. Frutta, inclusi gli immancabili datteri, e sorbetto, per chi non gradisse le creme o, come diceva qualcuno di noi, per digerire. Il tutto bagnato da vino bianco secco e spumante.

Inutile dire che nessuno si tirava indietro, tutti assaggiavano tutto, pensando che in fondo capita una volta all’anno e a dieta ci si mette dopo le feste. Finalmente è intervenuta una delle mie sorelle, quella mezza svizzera visto che ha sposato un ticinese e ora vive là, e ha decretato la fine dell’anarchia. Ha introdotto un menù con al massimo due piatti per ogni portata. Per non perdere l’occasione di questo tentativo di riordino, il menù viene approvato e sottoscritto un mese prima e i compiti vengono spartiti con una precisione, appunto, svizzera.

Dicevo due scelte per ogni portata, regola che non vale per il secondo dove a far da unico protagonista è il tacchino ripieno, accompagnato da salsa di mirtilli. Tipico piatto del Thanksgiving Day. E chi poteva cucinarlo se non l’altra mia sorella, quella mezza americana? Mezza americana, perché se potesse scegliere volerebbe negli Stati Uniti all’istante. È cresciuta con il mito americano e va da sé che la sua casa rispecchi proprio questa identità. Tutto è over size, come il letto king size e l’enorme frigorifero, tappezzato di calamite, che immagazzina una spesa strabordante con salse e cibi tipici della cucina d’oltre oceano. Solo lei poteva, ormai da tre anni, prendersi la briga di spennare, pulire e cuocere nel forno extra large, questa bestia gigantesca, per sfamare l’allegra brigata.

In ogni caso, regole o no, il Natale a casa mia è un vero caos cosmico. Ognuno che parla ad alta voce, in una scala di note in un crescendo incredibile; non mancano recite di poesie e canti natalizi collettivi. Tutti si muovono di continuo in uno spazio ampio, ma mai sufficiente. Tutti che mangiano disordinatamente, chi in piedi, interpretando la cena come un buffet, chi seduto, aspettando di essere servito, chi, come i bambini, intorno ai regali, agognando di aprirli il prima possibile.

A mezzanotte e un quarto scatta la gran bagarre e tutti si catapultano sui regali e iniziano a stracciare le carte che li impacchettano e a cercare affannosamente il proprio nome sui biglietti. A dire il vero, non proprio tutti; c’è chi fa l’indifferente, ma rimarrebbe molto deluso se non ricevesse niente. In ultimo il Patriarca, ovvero mio padre o meglio il nonno, come ormai lo chiamiamo tutti, che dalla sedia non si alza mai e attende che qualche nipote gli porti i regali. Più esattamente un regalo, perché avendo bocciato ripetutamente tutti quelli precedenti, si vede arrivare un solo regalo da parte di tutti, solitamente mangereccio, con un libro che inevitabilmente va a cambiare. Considerato che il nonno riceve un solo regalo, gli altri diciannove hanno circa dai tre ai quattro doni ciascuno, quindi stiamo parlano di una media di sessantacinque pacchetti ogni anno, praticamente una montagna sotto l’albero, alla faccia dell’austerity.

In tutto questo frastornante Natale accade però una cosa speciale.

La nonna, cinque minuti prima della mezzanotte, cerca tra la “folla “il nipotino più piccolo e gli affida, in modo solenne, un minuscolo Gesù bambino da posare nella culla vuota. Come una magia, tutti i nipoti si mettono in fila per osservare la scena. Un momento di silenzio che dà ragione a tutto quel gran fracasso del prima e del dopo. A far da sfondo vi è un insolito presepe che la nonna costruisce, raccogliendo e conservando per tutto l’anno pezzi di cartone, fogli colorati, arbusti, bacche e molto altro. Un presepe folcloristico che è la memoria di molti viaggi che mia madre e mio padre hanno fatto durante la loro vita; per cui non c’è da meravigliarsi che accanto alle tende berbere, ci siano le case merlate dello Yemen, e che i cammelli dal Sahara finiscano in una piazza tipicamente napoletana, dove tutti i mestieri sono ben rappresentati, compreso il pizzaiolo che non potrebbe certo mancare in questo presepe, ma è difficile che ci fosse a Betlemme più di duemila anni fa. Luci colorate, acqua vera che scorre sul letto del fiume di carta stagnola; personaggi animati come il fornaio che muove la pala e inforna il pane, contadini con animali da cortile, vicino all’incantatore di serpenti, prelevato direttamente dalla piazza Jamma el Fna a Marrakesh e poi banchi carichi di frutta di tutte le stagioni. Sullo sfondo la sacra capanna, incastrata tra montagne di carta da pacco, dipinte per l’occasione e casette e chiese tirolesi. È fantastico e non lo si potrebbe immaginare diverso. Caotico, come il nostro Natale, divertente come tutta la mia stravagante famiglia.

«Stai a vedere che adesso mi mancano. Uno va alle Maldive per staccare dal resto del mondo, per godersi un paradiso terrestre, uscire dalla routine e tagliare qualsiasi relazione per almeno sette giorni consecutivi e al posto di un pranzo esotico si trova un tacchino arrosto che risveglia tutte le malinconie possibili. Credo che questa volta salto il pranzo, me ne torno in spiaggia e mi tuffo in mare».

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola.

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