“Figure di cartone” di Marcello Rizza

Il randagio si avvicinò lasciando le sue impronte sulla neve fresca, si fermò felpato e plastico a tre metri da lei, la guardò come chi firma un armistizio col nemico e si infilò dentro il cartone per scaldarsi. Pur sorpresa lo lasciò fare e si limitò, infilandola in una larga tasca, a salvare dagli artigli la sua bambola col vestitino color pesca e macchie d’olio, con le trecce di lana biondo infeltrite, con gli occhi di plastica che una volta erano stati azzurri come quelli di Aurora. Non le era mai successo, i gatti randagi non sono i compagni più socievoli, vivono ai margini dello spazio vitale dell’uomo, ma questo era particolare, ad accarezzarlo se ne stava coccolone a prendersi le moine. Come criticarlo? A chi non piace qualche tenerezza sul pancino, il caldo del cartone quando fuori nevica? Era lo scatolone di un televisore, leggero e caldo, profumava di pulito, di cellulosa e di ospedale. I migliori sono quelli dei tivù al plasma. Si trovano facilmente nelle discariche. Sono ampi, rinforzati, pieni di imbottitura con bolle d’aria che puoi usare per cuscino e tengono caldo.

Non le importava molto di quella invasione randagia, era sorpresa dalla bellezza del paesaggio. Si trovava dove voleva da sempre essere la sera di natale, guardava il circondario seduta sopra una panchina di ferro, verde, col metallo intarsiato, sulla riva del fiume a San Pietroburgo. Nevicava, col suo corollario di candidi fiocchi poetici e nemmeno faceva freddo, e infatti, senza temere l’inverno e confidando nei pochi stracci di cui era vestita, si sedette facendo scivolare sul prato la coperta dei clochard. Era estasiata, guardava a lato lo scorrere quieto del Neva, poi si volgeva verso il parco qua e là brillante di soffice neve per ancora alzare la testa e fissare la magnificenza del Palazzo d’Inverno. Era uno scenario molto diverso da quello bellissimo offerto dai colonnati di San Pietro dove, per un tacito accordo con la Chiesa, lei e altri trovavano ospitalità. In tanti si trovavano lì e senza clamore, di sera, i preti portavano a lei e agli altri qualcosa da mangiare e quella splendida cornice di colonne e l’imponenza della Basilica erano splendide. San Pietroburgo era però un sogno che finalmente si realizzava. Aveva visto anni prima, fuori da una agenzia di viaggio, una bellissima immagine del natale della incantevole città russa e se ne era innamorata: un grande giardino con una fontana che si trovava a sinistra dell’Hermitage, abbellita con una meravigliosa cascata giocosa di zampilli illuminati, lampadine e cristalli di neve, con una galleria di archi traforati che coi lampioni gialli creava un ambiente dove è giusto sognare.

Finalmente era lì e mentre che si riempiva gli occhi di bellezza si sentì prendere per mano con una stretta leggera e morbida. Si volse e si sorprese di vedere una bambina, forse era Aurora, non la vedeva da almeno quarant’anni. Il randagio guardò, forse intuiva che stava accadendo un fatto privato più importante delle carezze.

Aurora, sei tu bambina mia? Cosa ci fai qua? Non è un posto per te”, guardandosi e guardando il suo giaciglio di cartone.

Perché no? Se ci stai tu posso starci anche io.”

Irene capì che qualcosa non funzionava, che ciò che è troppo bello è anche sospettoso, non poteva essere la sua bambina che aveva abbandonato scappando quando le dissero che era strana, che era pericolosa, e la imbottivano di pastiglie e di iniezioni. E nel momento del sospetto la stretta di mano della bambina divenne più importante.

Non sono Aurora, Mamma. Sono Gesù Bambina, come mi hai sempre sognato. Avevi ragione, sai? Gesù Bambino aveva una sorellina che si chiamava come lui.”

Quante cose belle le stavano accadendo! Ora aveva anche la conferma che non era pazza come le dicevano tutti, esisteva Gesù Bambina. E poi si insinuò in lei il dubbio che nasce da una esperienza di strada vagabonda dove anche quando dormi devi stare in allerta.

Non puoi essere Gesù Bambina, mi hai chiamato mamma. Tu sei Aurora, anche se non assomigli molto a tuo nonno. Lo ricordo… portava sempre nella tasca destra dei pantaloni una castagna matta quando mi portava con sé per funghi, diceva che portava fortuna e tornavamo sempre col cestino pieno”, e poi si chiese se non stesse sognando.

E se fosse? Il sogno è quel momento perfetto che condividiamo con Dio. Anche lui ama sognare cose belle.”

Ma tu mi leggi nel pensiero?”

Non pensi che Gesù Bambina possa farlo?”

Si, e allora non sei Aurora.”

Irene si tolse dalla stretta della bambina, prese in braccio la bambola, si parò con una caricaturale espressione altera, dignitosa e cortese, così buffa per una clochard, e le disse: “Signorina Gesù, La ringrazio per essermi venuta a trovare. Si può fermare qui con me se lo desidera, ma se Lei non è Aurora preferisco continuare a guardare le luminarie del Palazzo d’Inverno”.

Va bene, allora. Sono Aurora, Mamma,” e trasse dalla tasca una castagna matta, “e ora starò sempre con te, staremo sempre assieme”, Le riprese la mano, “ora dobbiamo andare mamma”. 

Irene sbarrò gli occhi, dimenticò di colpo il Palazzo d’Inverno, si fece condurre via e dopo tanti anni fu felice.

Giulia, così ordinaria con i capelli raccolti a crocchia e gli occhiali sul naso, con quel camice da lavoro che nascondeva le forme attrattive delle donne, non aveva una grande considerazione di sé. Pensava a quel ragazzo che l’aveva conquistata dicendole che lei riusciva a sfioragli la mente. Pensava ad Antonello, a perché non aveva funzionato. Non si sentiva speciale, lui le aveva detto che invece sì, che era “qualcosa di più”, che lei era una gran parte di lui e ci aveva creduto per tre anni. Era così speciale che con Antonello andò a puttane, lui andò a puttane, uno strano modo per convincerla. Continuava a chiedersi quale fosse il suo compito, quali doni possedesse, non era stata nemmeno capace di tenersi stretta un uomo. Tutti hanno un disegno e uno scopo nella vita, semplicemente non intravedeva la magia di quel disegno e scopo per quanto la riguardasse. Non valeva la pena di vivere una vita inutile come la sua, così pensava.

Aveva studiato filosofia e poi fatto un corso come infermiera professionale, infelice relazione di ambiti che portano a ragionare sulla morte anzitempo quando non si è dell’umore giusto, quando lavori in quei reparti. Aveva una particolare sensibilità nel capire il momento esatto in cui le persone ricoverate all’ospedale dove lavorava erano sul punto di morire. Era di turno quella notte, era Natale. La clochard, una donna minuta dall’età indefinibile, senza documenti e senza un nome, era in fin di vita. Lo dicevano i grafici delle attrezzature mediche che la monitoravano e lo presagiva in qualche modo lei grazie all’unico dono che possedeva e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. La poverina era stata tormentata e cosparsa di benzina da balordi che non sapevano come passare il tempo. Stava morendo sedata e sperava che non soffrisse per le gravissime e inguaribili ustioni. L’aveva calmata, placata con morfina e altri intrugli che conosceva bene. Sarebbe stato a breve, lo faceva con tutti i moribondi che non avevano persone care al loro capezzale: sarebbe andata a tenerle la mano, l’avrebbe stretta con affetto con la sinistra e con la destra avrebbe monitorato il polso fino a sentirlo cessare di battere. Arrivò giusto in tempo, gli ultimi due minuti. Le prese la mano, la tenne stretta a sé fino a quando venne a mancare il polso, fino a quando non sbarrò gli occhi e se ne andò. E poi tornò ai suoi doveri, chiedendosi quale fosse il suo compito nella vita.

Di fuori soffici fiocchi calavano a coprire e a scaldare la terra e le orme di un gatto si dirigevano lontano dall’ospedale.

Note dell’Autore:

https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/01/31/clochard-bruciato-vivo-pena-sospesa-per-enne_FZeNCnF82j1E6NGqrgtqkI.html

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

https://www.youtube.com/watch?v=doffpjavNbM

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