“Frammenti di futuro” di Giovanni Zambiasi

Giacomo e i colleghi avevano passato giorni cercando nella valle, senza risultato, nessuna traccia, niente di niente. Angelo era sparito ormai da dieci giorni e anche la stampa se ne stava occupando spingendo tanti cacciatori e guide improvvisate a cercare… mancavano solo i Boy Scouts.

Giacomo non riusciva a darsi pace, il ragazzo non poteva essere sparito nel nulla!

La malga era diventata il campo base della ricerca e Giovanni, malgrado la scelta di solitudine, era il vero punto di riferimento per tutta la squadra: dettagli di sentieri, anfratti da controllare, direzioni da esplorare… un vero database geografico vivente della vallata oltre che cuoco stupefacente, capace di creare piatti buonissimi utilizzando i pochi ingredienti a disposizione. La sera accoglie il rientro della squadra, l’ultimo giorno di ricerca disponibile era stato ancora vano, il niente li accompagnava insieme alla consapevolezza che dal giorno dopo tutto finiva. Angelo sarebbe diventato uno tra i molti scomparsi nel mondo. Camminano in fila con in testa Giacomo e Paolo, in silenzio, Paolo è il primo a parlare: “Che profumo… il Gioanì deve aver preparato qualcosa di speciale”.

In effetti l’aria era invasa da qualcosa che Giacomo ben conosceva: “Sembra spiedo!”

Giovanni li vede arrivare stanchi e, tutto orgoglioso sentenzia in Italiano: “Il ragazzo non si è trovato vivo, ma nemmeno morto… quindi seduti e mangiamo”. La polenta, rovesciata sul tagliere di faggio con lo spago per tagliare la fetta arrotolato sul manico, il bottiglione di rosso del Balì (famoso per l’uvaggio fruttato di Clinto), il formaggio che avrebbe sostituito il dessert e lo spiedo “sforcolato” nella grande teglia rianimano il gruppo.

La ricerca di Angelo e i luoghi esplorati uniscono i sei uomini che in pochi giorni sono diventati amici, la condivisione di quei giorni li aveva fatti diventare fratelli. Angelo non era con loro ma loro si erano trovati. L’ultima grappa e un buon caffè concludono la serata, i saluti e la voglia di rivedersi presto precedono i fari dei fuoristrada che lentamente illuminano la notte sempre più lontano, giù nel fondovalle.

***   ***   ***

Buongiorno Giacomo… l’en po che te te fe mia veder!” [trad. “Buongiorno Giacomo… è un bel po’ che non ti fai vedere!”]

Buongiorno Giovanni oggi non lavoro, ma avevo voglia di passare da queste parti…l’è ormai quasi n’an e mes che vegne mia sò” [trad. è già più di un anno che non vengo sù… ]

Erano passate due stagioni e questa era l’ultima per il malghese e forse l’ultima anche per la malga. Era già Settembre e nessuno ancora aveva presentato l’offerta per le stagioni 2013-2018, ancora poche settimana e l’asta sarebbe andata vuota. Chiacchierano e ricordano camminando vicini a scendere il sentiero che dal Prà Calvis riportava al casale, tante cose da ricordare e tante nuove da raccontare.

Fermet a disnà… so semper che sul… no volta che te vede scapa mia!” [trad. “Fermati a pranzo… sono sempre solo e adesso che ti vedo mica scapperai!”]

Grazie mi fermo volentieri, nello zaino ho del pane con il salame e un po’ di frutta…”

Te lase la frutta… ma vores tastà el salam specialmente se le bù” [trad. “Ti lascio la frutta… ma vorrei assaggiare il salame, specialmente se è buono”]

Da dove sbucasse il bottiglione di vino era sempre un mistero, ma di fatto compariva dal nulla. Il tempo di qualche fetta di salame con un po’ di pane e la pasta con le farinelle [trad. spinaci selvatici] e il pestom [trad. pasta di salame] e il pranzo fu servito: nessuna cifra in denaro poteva pagare quei sapori unici, antichi e interpretati ogni giorno in modo diverso, impossibili da replicare.

E cosa dire del formai so la gradela?! [trad. formaggio alla brace] Alchimia di temperature e consistenze, sbagliare l’una o l’altra è l’inizio della fine: il tutto precipita nella brace lasciando il vuoto e la delusione. Privilegi favoriti dal Rosso ricco di profumi e dei tannini del Clinto in attesa del caffè e dell’immancabile grappa come gran finale.

Improvvisamente la porta si apre e il ragazzo vestito in modo strano per quei luoghi entra e si siede sul gradino del fuoco. Giacomo precipitando dall’estasi sensoriale dovuta alla cucina non fa in tempo a salutare, Giovanni con la moka da sei in mano resta muto a guardare.

Buongiorno, sono passato a ringraziare, a ringraziare per tutto quello che mi hai permesso di scoprire…”

Il ragazzo si rivolge al vecchio malghese con tono gentile ma distaccato, rispettoso e allo stesso tempo informale. Giacomo si chiede chi possa essere e come mai si trovasse lì vestito come il suo vecchio professore di matematica, vorrebbe ricambiare il saluto, presentarsi… ma il ragazzo non lascia spazio.

Ho trovato la cascata! Ho attraversato l’acqua, ho trovato l’amore e ho scelto di restare. Loro mi hanno insegnato a guardare con gli occhi dello spirito, ad ascoltare le pietre e comunicare con gli alberi. Loro mi hanno permesso di essere qui adesso per consegnarvi il messaggio delle pietre. Il popolo delle pietre sono la memoria del pianeta, sono ovunque. Nere e bianche, rosa e beige, piccole e grandi, giovani e antichissime, loro parlano, parlano attraverso i sogni in un livello di realtà diverso da quello che siamo abituati a vivere ogni santo giorno… bisogna saperle ascoltare. Le pietre si muovono, ci trovano… sono la voce della Terra e oggi stanno gridando. Ma nessuno le ascolta e per questo devo avvisarvi: sarete testimoni di una grande malattia che cambierà l’ordine della società, un’arma perfetta colpirà l’uomo che è la più grande minaccia per il mondo verde e per la stessa Madre Terra. Il popolo delle pietre, la foresta e tutti i suoi abitanti sono sul piede di guerra e il tempo sta finendo. La madre Terra sta per impartire la lezione al proprio figlio, all’uomo che ha dimenticato i suoi fratelli… “

Il silenzio si taglia con il coltello nella grande cucina, il ragazzo si alza e saluta Giovanni rassicurandolo: “Nessuno e niente ti farà mai del male”.

Angelo… ”

Il primo a parlare è il malghese, ancora congelato nel movimento, ancora fermo, sospeso tra il fornello e il tavolo con la Bialetti in mano e il caffè in equilibrio, guarda il forestale ancora sbalordito.

Fuori non si vede nessuno, il ragazzo non c’è più e il vento da voce agli alberi. Il mormorio delle foglie adesso è assordante.

 

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