CONDIVISIONE (8)_ Giovanni Zambiasi

La camera dell’Agriturismo era molto bella, arredata con mobili di famiglia, offriva l’occasione di assaporare un’accoglienza che andava al di là degli ospiti. Fuori nevicava forte e la macchina nel parcheggio non si vedeva quasi più, sommersa da almeno 40 cm di neve. Malgrado il suo fosse un fuoristrada era riuscito a stento a proseguire fino a raggiungere quel posto, seguendo i cartelli segnaletici nella tormenta inaspettata, deciso ad attendere il mattino con la speranza che i mezzi spazzaneve avrebbero pulito la strada.

A casa era tutto tranquillo, sapevano che era al sicuro e comunque non c’era niente di urgente di cui occuparsi. Le voci delle ragazze lo distolsero dalla finestra, erano nel bagno e sarebbero uscite a breve. Gentili, avevano insistito nell’offrire il terzo letto della loro camera a lui, ultimo arrivato nell’Agriturismo ormai al completo, avrebbe dormito volentieri su una sedia pur di non guidare quella notte, ma Stefania e Carolina l’avevano convinto, e dopo un giro di grappe si erano rintanati nella camera calda e accogliente.

Bagno libero, toccava a lui: doccia calda, dentifricio ed esce. La piccola luce notturna sul comodino illumina le due compagne di camera, sono belle. Il piccolo letto lo aspetta in un angolo, tra il muro e l’armadio, probabilmente era il letto di un bimbo, ma non importa e, raggomitolandosi, dà loro l’ok per spegnere la luce.

Stefania ride: “Ma non sei un po’ scomodo in quella culla?”.

“Vieni qui con noi, il nostro letto è grande”, Carolina si sposta di lato a conferma che lo stanno aspettando.

Il sogno proibito di Giorgio arriva al cervello come un petardo con la miccia difettosa che scoppia in mano, il tempo si ferma e lui incastrato tra la voglia di saltare in quel letto e il dubbio di aver frainteso non riesce a muovere un muscolo. Ci pensa Stefania, capelli rossi e crespi e un corpo abbondante, ma non troppo, sposta le coperte e scende dal letto, il pigiama è una t-shirt lunghissima che le arriva alle ginocchia:

“Dai, vieni non fare il timido”, lo prende per la mano e lo trascina fuori dal suo rifugio. L’angolo in ombra in cui era rintanato si allontana in modo proporzionale all’aumentare dei battiti del suo cuore, Stefania lo invita a entrare nel letto, in mezzo, accanto a Carolina, bionda e provocante. La luce non si spegne e lui socchiudendo gli occhi usa l’olfatto per inebriarsi dei profumi diversi e intensi delle due ragazze. Il petardo ormai era scoppiato e l’idea di fare sesso in tre occupava ogni singolo neurone del suo cervello.

Il calore del corpo di Stefania si mescolava al movimento della gamba di Carolina: “Ma voi volete dormire?”.

La frase stupidissima gli esce dalla bocca senza che se ne accorga e la risposta esplode dolcissima: sta baciando Stefania che, come impazzita, lo abbraccia togliendosi la t-shirt e facendo volare le mutandine, lui fa lo stesso eccitato come non mai dalle mani di Carolina che già nuda li sta accarezzando entrambi. Profumi si mescolano a sapori aspri e dolci, sospiri che diventano lamenti di piacere. Non esiste più alcun ruolo, solo la libertà di provare sensazioni fortissime. Stefania… Carolina… Giorgio… ricominciare scambiandosi gli occhi, la bocca, la pelle, piacere altissimo, insieme, eccitati come mai avevano sperato, con la certezza di non essere in un sogno. La luce del giorno, amplificata dalla neve bianchissima, li sveglia annullando quella della lampadina rimasta accesa; Carolina è ancora avvinghiata a lui, Stefania lo bacia sulla guancia guardandolo con gli occhi verdi chiarissimi. Avevano condiviso la stanza, i loro corpi, la notte. Carolina, accarezzando l’orecchio di Giorgio con le labbra, sussurra:

“E’ presto, la colazione termina alle 11”.

Avrebbero condiviso anche il mattino.

 

 

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CONDIVISIONE (7)_Barbara Favaro

Mezza bottiglia rimasta non sarebbe bastata: “Chiama qualcuno, Jimmy”, la sua occhiata accompagnò un lungo sorso.
“Già fatto”, si allungò per prendere il Jack, era il suo turno. Stavano ascoltando quel pezzo da ore, da quando si erano rifugiati lì, la festa sotto era per gli altri.
“Keith, tesoro, le ho portate”, la voce arrivava da dietro la porta, squillante. Jimmy ridacchiò, Keith fece un tiro più lungo che poté e poi, con calma, fece uscire il fumo dal naso.
“Grazie, bellezza, ci pensiamo noi”, lo sbuffare deluso della bambolina arrivò fino a quei due, seduti a terra a un metro l’uno dall’altro con le chitarre tra loro. Jimmy fece il suo tiro, mentre lui arrivava gattonando alla porta e la apriva con molta cautela per recuperare le due bottiglie. La puntina si alzò, il carrello la riportò al suo posto d’origine, silenzio. Jimmy recuperò il riff e lo sistemò bene tra le corde della sua Numero Uno, la Gibson Les Paul Standard Sunburst color miele del 1959, ma seppur nella perfezione di stile non suonava la stessa.
“E’ qui che lo nasconde…”, riprese in mano la sua Fender Telecaster, soprannominata Micawber con accordatura in sol, lo stesso passaggio per tutta la notte, ogni volta che quello sfuggiva lo riprendevano dall’inizio, “Stiamo qui finché il solco si squaglia, amico”, e il sorriso a metà bocca permise l’equilibrio della Marlboro, “Muddy quella notte me lo fece vedere…”, Keith ripercorse la battuta, assieme alla registrazione, e lì su quello slide provò di nuovo.
Jimmy appoggiato con la schiena al divano buttò indietro la testa sul cuscino, lì dentro in quel secondo da niente c’era il trick: “Rimettilo per favore”.
Mannish boy, come se fosse la prima volta. Quella cosa lo faceva impazzire da anni. Muddy Waters, se lo vedeva ancora lì davanti, il viso di marmo e un accenno di sorriso, tanto per farti capire che te la sta facendo sotto gli occhi, di nuovo.
“Keith, forse è questo che ti lega al vecchio Mud, no? Forse è lì che vi tenete stretti”, la voce di Jimmy sapeva fare bene se presa in dosi giuste, per questo parlava poco, solo che glielo voleva dire da ore, e gliel’aveva detto finalmente.
“Fuck! Qui c’è il diavolo sotto!”, sbottò esasperato.
“Dicono di te che gli sei parente”, sputò tra una risata e un colpo di tosse Jimmy.
Anche Keith rise, scivolò giù, ne approfittò per stendersi e chiudere gli occhi: “Tu ci hai parlato eh?”
Nel silenzio la pioggia scrosciante e la tempesta di lampi li illuminò, insieme per la prima volta nella stessa stanza.
“E’ lui che mi parlava… finché non ci siamo capiti”, sornione in una rapida scala in minore.
“Già… “, Keith ridacchiò, “niente paragonato alla voce del vecchio Muddy, credimi!”.
Risero insieme, un tuono spaccò il cielo sopra l’hotel.
“Figli di puttana, senza di me non avreste neanche cominciato!”
Quella voce, roca, profonda, risuonò amplificata dal Marshall nell’angolo. Spento. Keith e Jimmy si tirarono su, improvvisamente sobri.
“Ehi Muddy”, il sussurro di Keith fece cadere la Marlboro sul tappeto damascato, Jimmy fissava ipnotizzato l’amplificatore zitto. Il carrello partì, la puntina toccò il disco, Mannish boy suonò. Nessuno si mosse. Arrivato al solco incriminato la puntina rallentò. Il 45 giri rallentò. Il tempo rallentò.
Jimmy e Keith ripercorsero con il polso quello slittamento veloce e preciso. Il mistero si slegò mostrandosi. Il disco si fermò, lì a metà. Le 16 dita suonarono daccapo, per non farselo più scappare. Mud rise, ma il tuono lo coprì, poi la tempesta si placò.

 

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CONDIVISIONE (6)_Elda Cortinovis

Mollati gli ormeggi la barca si staccò dalla banchina. Il timoniere si voltò un attimo a guardar terra e con un sorriso sembrò lasciare al molo tutti i cattivi pensieri, issata la vela, in un attimo, barca ed equipaggio si trovarono in mezzo al mare.
Il cielo, vagamente nuvoloso, era tagliato da lame di luce bianca e sullo sfondo il profilo morbido, grigio blu, della terra appena abbandonata, andava scomparendo.
Il viaggio era iniziato e sebbene un membro dell’equipaggio avesse tracciato la rotta, tutti erano ben coscienti che il vento avrebbe detto l’ultima parola e loro si sarebbero adeguati senza repliche.
Chi parte per mare sa che ci vuole un buono spirito di adattamento per condividere spazi stretti, cibo e decisioni, ma non basta, sa anche che a bordo ci deve essere un capitano, un equipaggio e una chiara distribuzione dei compiti, per saper affrontare tutte le situazioni.
E così era per i cinque uomini imbarcati sul dodici metri Queen.
Marco al timone conduceva la barca e sapeva farla camminare, al carteggio il suo amico fidato Gian, alla randa c’era Bob, tutti lo chiamavano così perché assomigliava da morire a Bob Dylan; Giuseppe, detto Jack, manovrava il fiocco, gli mancava un dito della mano destra, ma nessuno ci faceva più caso; infine Antonio, il factotum, voleva diventare cuoco, ma il destino gli aveva fatto incontrare la Queen e da allora non aveva mai smesso di navigare e oltre a nutrire l’equipaggio, si attivava ad ogni approdo alle cime di ormeggio e all’ancora.
Il vento soffiava da sud est a venti nodi; randa e fiocco erano regolati alla perfezione e il timoniere anticipava sapientemente le raffiche che arrivavano alle spalle.
– Niente di più facile – commentavano tra loro, mentre le vele a farfalla spingevano la Queen verso la meta scelta. Antonio preparò sotto coperta un buon riso e patate che salvava sempre dal mal di mare e passò i piatti fumanti all’equipaggio in pozzetto.
Dopo dodici ore di navigazione erano in avvicinamento alla baia che li doveva accogliere per la notte, ma il vento che andava calando sparì in pochi attimi lasciandoli ciondolare sulle onde ormai lunghe. L’unico rumore era lo sciabordio del mare sullo scafo, per il resto c’era solo silenzio.
Marco sentì arrivare qualche raffica fredda e il mare iniziò ad incresparsi, alzò lo sguardo e vide, sopra la costa, il cielo grigio plumbeo; nel mare una riga bianca di acqua polverizzata dal vento.
Un vento che veniva da nord e che in pochi secondi si sarebbe scontrato con il fronte caldo proveniente da sud, scatenando l’inferno. Marco era un timoniere esperto, ma chiunque lo avesse osservato attentamente, avrebbe intravisto nei suoi occhi, un velo di paura.
Chiamò l’ammaina, Bob esitò un attimo a lascare la drizza della randa, un fulmine schiarì il cielo e il boato del tuono che seguì fu paralizzante. Immediatamente, senza lasciare spazio a pensieri, il vento li raggiunse soffiando a più di 50 nodi e come se non bastasse si rovesciò sulle loro teste un violento acquazzone, che in breve si trasformò in grandine.
In quella situazione mollare la drizza e ammainare la randa divenne un’impresa impossibile, Antonio salì in coperta e con Bob agguantò la vela per tirarla giù e legarla al boma, ma la barca si inclinava sul mare e rimanere in piedi aggrappati a qualsiasi appiglio era davvero un miracolo.
A prua Jack con una mano sulla battagliola, bestemmiava per il dito mancante, che ora avrebbe reso la presa più forte, con l’altra cercava di agguantare il fiocco, ma questo sbatteva così furiosamente che rischiava di essere gettato in mare.
– Giaaan! – gridò a squarciagola Marco – Vieni in coperta, per Dio, e vai a prua ad aiutare Jack!
Gian aprì il tambucio e saltò fuori come un grillo, arrancò sulla coperta scivolosa aggrappandosi alle sartie e raggiunse Jack.
La grandine cessò, ma la pioggia sempre più pungente li sferzava in viso; non vedevano niente e si rannicchiarono contro l’albero.
Marco aveva acceso il motore e cercava di tenere la barca contro vento, ma le raffiche che non mollavano la loro forza, sbandavano lo scafo sull’acqua. I tuoni e i fulmini non accennavano a cessare e non sembrava ci fosse alcun armistizio neppure per il diluvio.
Tutto durò interminabili minuti, fino a quando il violento temporale, così come era arrivato, altrettanto rapidamente si dileguò, spostando il suo centro altrove.
La coda del vento portò via l’ultima pioggia, rimasero solo l’onda fastidiosa e cinque uomini stravolti. Si guardarono in faccia, fradici. Erano salvi!
Jack fu il primo a parlare:
– Bravo Marco sei stato grande a domare la barca!
– Siamo stati in gamba tutti! – rispose.
– Porca miseria, un’avventura così la potremo raccontare per cent’anni! – osservò Bob.
– Racconteremo i fatti, – aggiunse Gian – ma non l’emozione che si prova in queste situazioni. Quella la puoi spartire solo con chi l’ha vissuta!
Ci fu un attimo di silenzio; poi Antonio, già tornato alla cambusa, gridò:
– Ehi, ragazzi, birrino fresco per tutti?

 

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CONDIVISIONE (5)_Laura Giardina

Sono il numero 56, accidenti! Hanno già chiamato il mio volo all’imbarco, spero che gli ultimi numeri prima di me si sbrighino in fretta e non si facciano tutti e 5 riempire di crema i cannoli.
Finalmente il mio turno, prendo i dolci di mandorla, al pistacchio e i rosoli al finocchietto selvatico. e come al solito mi dico “Ma quanto costano!?”, e come al solito mi rispondo “Ma quanto sono buoni?!”.
In aeroporto vedi sempre girare i sacchetti di Nonna Rosa, casomai ti dovessi dimenticare di fare tappa al suo punto vendita, ci sono loro a ricordarti di passare di lì. Arrivo al punto di imbarco trafelata, c’è ancora una fila chilometrica, ho abbastanza tempo per infilare i dolci e i rosoli nel trolley.
Mia madre mi diceva sempre di ottimizzare il numero di borse da infilare nei bagagli e di avere il più possibile le mani libere per non rischiare di perdere roba nella fretta degli spostamenti. Lascio fuori, però, un sacchetto di dolci alle mandorle, su questi voli low-cost non ti danno proprio nulla da mangiare. Oltrepasso l’imbarco e, come al solito, non trovo mai spazio per il bagaglio a mano sopra al posto assegnatomi, deve essere un’altra legge incomprensibile del cosmo, come i calzini nella lavatrice che entrano pari e ne escono dispari. Cose che a noi comuni mortali non è dato sapere.
Trovo spazio per il mio trolley quindici file più in là, e finalmente torno al mio posto, mi allaccio la cintura e iniziano le simulazioni delle hostess sulle misure di sicurezza che nessuno, compreso me, si fila. Finalmente il decollo. Ho vicino a me un signore che legge un libro, sbircio sempre le copertine per farmi un po’ un’idea delle persone che mi capitano accanto, ma di questo non conosco né l’autore né il titolo. Accendo il mio Kindle e comincio a leggere anch’io. Dopo qualche minuto vengo richiamata alla realtà dal rumore del mio sacchetto dei dolci, il mio vicino ci affonda una mano e estrae il pacchetto di quelli alle mandorle. Lo apre, lo mette sul mio tavolino e se ne prende uno guardandomi con un sorriso. Rimango immobile, non riesco a capire se è una cosa che sta capitando realmente o se me la sto sognando. Penso a una candid camera, mi guardo intorno cercando una telecamera nascosta, ma no, andavano di moda 30 anni fa! No, deve essere proprio uno… Ma tu guarda che faccia tosta!
Ricambio lo sguardo , incredula e accigliata, poi ritorno tra le righe del mio ebook con fatica. Dopo altri dieci minuti il mio vicino allunga la mano e si prende un altro dolcetto, e dopo ancora un altro. Decido di non associarmi, di non mangiarne neanche uno, voglio proprio vedere se se li mangia tutti lui, anzi voglio anche rendere il suo gesto, isolandolo, più colpevole e amplificato. Con intervallo metodico, il tipo se li mangia tutti, fuorché uno.

Che carino, me ne ha lasciato uno!”, penso con giustificato sarcasmo. Riprendo a leggere, ma le parole che leggo meccanicamente mi si confondono, sono entrata in un flusso di pensieri negativi che mi innervosisce.
Cerco di cambiare lo stato d’animo con altri pensieri, ma il fastidio ritorna con forza, accresciuto dal risentimento. Finalmente inizia la fase di atterraggio, decido di aspettare che tutti scendano, andare controcorrente per tutto quel tratto di corridoio non ha senso. Aspetto.
Il mio compagno di merenda si alza, recupera il suo bagaglio e se ne va.
Finalmente rimango sola sull’aereo, il mio bagaglio è l’unico rimasto. Lo recupero e mi avvio all’uscita. Mi sento chiamare dalla hostess che si trova davanti al vano dove prima c’era il mio trolley. Mi sta chiedendo se quel sacchetto dimenticato è mio. E’ un sacchetto azzurro, il sacchetto di Nonna Rosa, quello mio, sì. Intonso.

 

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CONDIVISIONE (4)_Mara Fracella

Glielo aveva promesso, solo perché lei ci teneva, sembrava che tutto dipendesse da quello, ma a Teresa pregare proprio non le riesce. Ci prova, inspira profondamente, chiude gli occhi ed ecco che la bocca dello stomaco si contorce, la gola si stringe e deve desistere. Il motivo lo conosce bene. Non riesce a chiedere a Dio ciò che l’uomo può, ma non fa.
E’ più forte di lei ma lo aveva promesso. Come fare?
Cerca con Google “Ucraina 12 aprile 2014”,  giorno del loro incontro.
– Ecco un articolo sul gas non pagato. Interessante il prezzo è stato raddoppiato, ma è possibile andare alle armi per questo? Sequestro forniture gas naturale destinate all’Europa occidentale… però!
Teresa continua a cercare, deve trovare un modo per sbloccarsi. Una lettera dal PdCI al Cc, Teresa la legge tutta, la rilegge. Riflette, ma resta confusa: il sig. Sorini responsabile del Dpt esteri del PCI parla di attacchi da parte di nazional-fascisti contro i comunisti ucraini… inoltre “grazie al loro lavoro a tempo pieno in Italia i media non possono più evitare di parlare della persecuzione contro i comunisti ucraini”.
Spaesata, così si sente Teresa, anziché un modo per sbloccarsi ne ha trovati tanti per stordirsi e non più orientarsi.
Il ricordo va alla signora incontrata per caso in una chiesa, piangeva inginocchiata, col rosario fra le mani congiunte. Teresa si era sentita catturata da quell’immagine e aveva incominciato a fotografarla, poi con cautela si era avvicinata e aveva cominciato a parlarle.
Maria era il suo nome, vero o finto non lo sapeva. Piangeva per i figli che erano in Ucraina, una situazione tremenda di rischio di guerra civile. Era furiosa con Putin che voleva il loro mare e spaventata per i suoi affetti. Si sentiva banale Teresa, con la sua macchina fotografica appesa al collo, mentre guardava le rughe di sofferenza dell’anziana donna.
Maria dignitosamente si era asciugata le lacrime e alzandosi le aveva preso le mani chiedendole ripetutamente di pregare, in questo modo forse la guerra sarebbe stata evitata.
“… gli Stati Uniti sono interessati all’Ucraina esclusivamente per farla entrare nella Nato e impiantare basi militari quasi in territorio russo. Obama ha pagato tanti soldati per scendere in piazza a Maidan, Putin reagisce per non farsi sottrarre zone importanti per la Russia. Il mondo vive di equilibri tra poteri e potenze. Un po’ come la democrazia, non possiamo avere una maggioranza senza un’opposizione…”.
– Pregare, ora sì posso farlo: Dio aiuta Maria dell’Ucraina ad affrontare l’imbecillità umana fatta
di equilibri fasulli, di ipocrisie vestite, e di nessuna considerazione umana. Aiutala a sostenere il peso di ciò che guarda, e a portare con dignità il suo dolore. Accompagnala, sostienila, abbracciala, e se puoi, proteggila da coloro che nonostante il loro potere mai lo faranno. Amen.

 

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CONDIVISIONE (3)_Franco Pelizzari

NOTA del CIRCOLO SCRITTORI INSTABILI

Questo è sempre stato lo spazio di Franco dall’inizio della nostra avventura insieme. Ora Franco sta combattendo una battaglia importante, la più importante di tutte, pertanto questo suo spazio resterà qui in attesa di essere riempito fino a che Franco non si sarà rimesso in forze per continuare a scrivere e a dar voce alle storie che abitano il suo cuore. Noi aspetteremo il suo ritorno con pazienza, con speranza, con tanta nostalgia della sua energia e il suo grande amore per tutto quello che la scrittura abbraccia. Ci manca molto la tua voce, Socio, hai dimostrato di essere il più INSTABILE di tutti noi sciammannati, quindi hai vinto… ma ora, ora persevera e dacci dentro che abbiamo bisogno di te.

Barbara, Laura, Rossana, Mara, Giovanni, Luca, Elda, Giorgio.

CONDIVISIONE (2)_Rossana Mazza

Mario sorride guardando il piccolo rettangolo ingiallito. Eccoli lì, i quattro della Banda del cerotto!
Sfumatura alta, visi rubicondi che parlano di corse e giochi all’aria aperta, mentre cicatrici e fasciature portate come trofei di guerra spuntano tra i calzoncini e i calzettoni.
È impresso nella sua memoria quel giorno:
“Appuntamento domani sotto la grande quercia nel bosco”, aveva detto Luca, tirando le bretelle colorate e sistemandosi i calzettoni prima di andare a casa.
Come di consueto, avevano estratto dalla grande scatola di latta un ritaglio di giornale.
Il gioco consisteva nel travestirsi e imitare il personaggio o la situazione:
“Indiana Jones! Indiana Jones! Lo faccio io, ho già il cappello!”, sentenziò Luca.
Erano corsi a casa felici, ognuno con la mente già proiettata alla preparazione della nuova avventura.

Mario fu il primo ad arrivare. Preciso e amante della storia, aveva deciso di impersonare il Professor Abner. In mano, oltre a qualche libro, quel che lo aveva impegnato per tutta la notte ovvero: una mappa, disegnata su di un foglio di carta, che aveva bruciacchiato qua e là per dargli un’aria antica. Marzia, frangetta e lunghi capelli ricci che cadevano sulle spalle, era Marion. Un gilet infilato sulla candida camicetta e un paio di stivali rossi di gomma, gli unici che aveva trovato, l’aiutavano a entrare nel personaggio.
Silvio stava raccontando di come era riuscito a rubare la matita per gli occhi della mamma, sghignazzando sotto dei grossi baffi neri e roteando nell’aria una pistola di legno, strumento indispensabile per essere “Il cattivo”.
All’improvviso apparve lui: un cappello, due misure di troppo, gli copriva il viso mentre una corda arrotolata pendeva dalla spalla, nella mano una paletta (la cosa più simile ad una pala, cara ad ogni esploratore che si rispetti).
“Sono Jones, Indiana Jones”, disse prendendo la frase in prestito da 007. E il gioco ebbe inizio. Nel bosco risuonavano grida e risolini, finte sparatorie e conseguenti urla di dolore, poi il silenzio. Ansimando Marzia si era nascosta dietro un cespuglio di pungitopo, Mario e Luca erano saliti su un grosso albero lì vicino:
“Lega la cima a questo ramo”, aveva sussurrato Luca.
“Ma cosa vuoi fare?”, nel frattempo Silvio si era fermato proprio sotto di loro, cercando di capire che direzione avevano preso.
“Ora vedrai!”, prese l’altra estremità della corda e si lanciò nel vuoto. Tutto successe in un attimo.
“Oddio!”
Aveva volato, proprio come il suo eroe, ma dopo qualche metro la corda gli era scivolata dalle mani facendolo cadere a faccia in giù sul sentiero. Mario scese di corsa scorticandosi le gambe, il cuore batteva nella testa. Silvio, illeso per miracolo, era in ginocchio accanto a lui insieme a Marzia.
“Luca! Luca!”
Lui, tossendo e lamentandosi si girò, sul viso nero di terra un sorriso da ebete spiccava: “Avete visto che volo? Mitico!”
La tensione si sciolse in fragorose risate. Passarono alcuni giorni ed anche i graffi e i dolori. Seduti in cerchio sotto la grande quercia, la latta nel centro, la fotografia di una grossa motocicletta faceva bella mostra di sé.
Si guardarono negli occhi poi Silvio disse:
“Che ne dite se fermiamo il gioco fin quando non saremo in grado di guidare motociclette vere?”
Non si sa se la loro scelta fu dettata dalla paura provata giorni prima, o dall’imminente fine dell’estate, ma tutti furono concordi.

Mario prende la fotografia, la scansiona, digita luogo e ora poi preme il tasto condividi: era giunto il momento di riprendere il gioco.

 

 

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Silvia Visini

 

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