CONQUISTA (9) _ Laura Giardina

Probabilmente fu scoperto, come la maggior parte delle cose, per caso. Probabilmente era una giornata calda con una leggera brezza, e chissà quale fu la distrazione che permise alla ciotola incustodita di cereali, pronta per la cena, l’incontro con i lieviti selvaggi nell’aria che fecero il resto. La poltiglia piatta, al ritrovamento, si era trasformata in un pezzo di pasta lievitata.
In quel preciso momento l’umanità e il lievito entrarono ufficialmente in relazione!
Sono tante le leggende che tramandano la conoscenza dell’acquisizione del lievito nella storia del cammino umano. Io non so con precisione quando entrai in contatto con il lievito, di sicuro ho ricordi di fiabe raccontate e del rispetto e gratitudine verso questo pezzetto di pasta crescente, questa sostanza magica che gonfia l’impasto del pane. È da sempre il dono di un essere soprannaturale della solidarietà, dell’apertura all’altro, un simbolo potente e un fattore di coesione. Nella tradizione era un bene comune che passava di mano in mano per essere utilizzata a turno, proprio come accadeva per il forno del paese. Mi ricordo mia zia Mimì che faceva il pane una volta alla settimana, aveva il forno a legna in un locale sul retro della casa, dove teneva il grano da portare al mulino, e ricordo la Bianchina dello zio, a cui si cambiavano inspiegabilmente le marce anche senza pigiare il pedale della frizione rotta.
Parlavo di apertura all’altro, dove nemmeno la peggiore inimicizia avrebbe giustificato un’interruzione dello scambio della sostanza fermentante.
Nonostante mia zia avesse una vicina impicciona e molesta, quando bussava alla porta non le veniva mai negato un pezzo di crescente.
Era una catena ben oliata di un ingranaggio coerente e perfetto.
Nella via di mia zia c’erano tre panificatrici: Angelica, Angelina e Santuzza. Panificavano per le loro famiglie a turno, a giorni alterni, in modo da avere assicurato un ricambio costante di lievito fresco. I corrieri coinvolti in questi scambi eravamo noi bimbi, che ritiravamo il bene prezioso di casa in casa, dentro involucri di foglie di cavolo o di altra verdura a foglia larga a seconda della stagione. Finito di fare l’impasto se ne staccava un pezzo e lo si metteva da parte per la prossima condivisione. Mentre impastava, mia zia mi dava un pezzo di pasta da farci qualcosa e mi raccontava sempre la stessa fiaba: quella di Betta pelosa. Tanto brutta quanto pelosa, così brutta che nessuno le rivolgeva la parola. Aveva un pregio, però: quando sfornava il suo pane l’odore si sentiva in tutto il vicinato. Un giorno, un ragazzo forestiero percepì la fragranza del pane appena sfornato, entrò nella sua casa, s’innamorò di lei e si sposarono. Fu così che Betta pelosa divenne Betta felice.

La signora Angelica diceva che il crescente di mia zia era speciale e che quando lo usava, il suo pane veniva più buono. Mia zia aveva un ingrediente segreto, un valore aggiunto: semplicemente raccoglieva l’acqua piovana, la filtrava e la teneva da parte per panificare. Così ogni volta prima di infornare, ne conservava un pezzetto da spartire con le altre per il pane successivo.
Era forse la combinazione di lieviti e batteri che le nuvole portavano da Paesi lontani, che davano al pane quel sapore unico, diverso. Lei non lo sapeva, ma lo faceva, per necessità, per avvantaggiarsi sulla poca acqua razionata.
Per lei, il mantenimento del lievito a casa era una regola del suo vivere. Sapeva che la salute di quel tocchetto dipendeva da lei, dalla sua ritualità. Nutrire quel pezzettino di pasta con la farina e l’acqua piovana, insieme al calore delle sue mani e al suo umore allegro, erano la sua impronta distintiva.
Mia zia era molto bella d’aspetto, i tratti normanni di mio nonno, ereditati da dominazioni di tempi lontani, avevano contraddistinto la nidiata.
Molto più tardi negli anni, compresi qualcosa in più da quei semplici gesti: la potenza dello scambio e del dono. Questa effervescenza che altera e rende altro, senza la quale il pane non cresce, fa incontrare, sviluppare. E come i lieviti nell’aria che mia zia accoglieva nel suo pane, lo straniero venuto da altrove, porta con sé in una terra nuova, quelle trasformazioni che proprio alterando e contaminando in maniera proficua, sono lievito necessario, che fanno crescere ed evolvere con nuove conoscenze.

 

 

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CONQUISTA (8) _ Giovanni Zambiasi

Le capsule di stasi si erano aperte contemporaneamente. Il sonno durato 25 anni luce era finito e le lampade solari di simulazione rendevano questo momento sempre uguale e incredibilmente simile ai risvegli di quando ero bambino.
L’equipaggio della nave stellare, me compreso, aveva solo 50 minuti per attivare il protocollo di avvicinamento alla stazione spaziale b–222 e dovevamo fare in fretta, sapevamo di essere stati già miracolati poiché la nostra nave prima del salto a velocità Parsec era seriamente danneggiata e prima di entrare nelle capsule ognuno di noi non sapeva se si sarebbe risvegliato e se avrebbe rivisto gli altri al risveglio.
B–222, in orbita attorno ad Encelado, satellite di Saturno, non era altro che un vecchio cantiere della flotta dove le riparazioni sarebbero durate più a lungo del normale, ma non avevamo scelta e lì dovevamo restare.
Nei lunghi giorni all’ormeggio, osservando gli androidi riparatori dall’oblò della cabina, rivedevo la battaglia per la conquista del sistema 61 Cygni.
Il piano di attacco prevedeva il fattore sorpresa comparendo nell’orbita del 4° pianeta interno del sistema, cuore delle forze nemiche che da anni respingevamo con fatica ai confini del nostro sistema solare. Loro erano arrivati come uno sciame di cavallette fameliche e devastanti e la Terra non aveva avuto altra scelta se non combattere per la propria sopravvivenza.
La tecnologia Parsec, però, aveva fatto la differenza e quando i nostri servizi capirono che la Flotta di 61 Cygni non poteva viaggiare così veloce, il Consiglio delle Nazioni aveva deciso di inviare il contingente che presidiava il quadrante di Saturno a distruggere il cervello e il cuore dei mostri che, a ondate, si buttavano sulla cintura degli asteroidi per oltrepassarla e raggiungere il nostro pianeta: volevano l’acqua.
Ci aspettavano e otto anni di attacchi non erano riusciti a scalfire le loro difese, ma la flotta era stata richiamata procrastinando lo scontro.
La conquista del loro sistema stellare era un dovere che il mio io-guerriero mi aveva imposto, quindi partii con una delle navi classe Arciere, veloci e letali come le frecce di Eracle.
Quel giorno, però, mi sentivo un’idiota! Il tempo trascorso a dormire nella camera di stasi durante i viaggi stellari mi aveva separato dalla mia vita di circa 150 anni: erano già tre le campagne di guerra a cui partecipavo e ogni viaggio mi allontanava sempre di più nel tempo dalla donna a cui avevo giurato di tornare. Einstein aveva ragione: il tempo e lo spazio si dilatano e si restringono in relazione alla velocità con cui si percorrono.
Marta era sicuramente morta da almeno 100 anni terrestri, io ero invecchiato fisicamente di 8 anni ma mi trovavo avanti di 150, in un futuro che non conoscevo.
Improvvisamente l’interfono convocò l’equipaggio: il Capitano e gli Ufficiali avevano importanti comunicazioni da fare. Tutti curiosi e stipati in sala adunata ascoltammo stupiti il Capitano che ci comunicava la fine della Guerra con 61 Cygni, incredibilmente si erano arresi per la scarsità di risorse idriche, combustibile base per i loro motori stellari e le loro astronavi.
Felici e confusi, potevamo rientrare sul pianeta Terra!
La navetta atterrò e il tempo riprese la velocità che conoscevo prima della mia partenza, la folla che ci aspettava esultante vestiva in modo normale, in fondo non tutto era cambiato in questo futuro. Eravamo i primi a rientrare e l’accoglienza a noi riservata era degna degli eroi dei tempi passati, i miei occhi, però, non riconobbero nessun viso conosciuto e la felicità piano piano si trasformò in solitudine. Avevamo conquistato un sistema stellare, ma a quale prezzo per tutti noi che avevamo deciso di partire?
Arrivato al Centro Militare per il periodo di reinserimento sociale non desideravo altro se non la libertà di ritornare nella città in cui ero nato, per visitare le tombe dei miei cari, scoprire e conoscere gli eredi della mia famiglia, piangere per tutti gli affetti che avevo sacrificato e per l’amore che non avrei mai più potuto rivedere. Pensavo a tutto questo mentre riponevo nell’armadio il mio bagaglio e i miei ricordi dello spazio esterno, quando l’assistente di supporto entrando all’improvviso nella cameretta mi consegnò una lettera vecchia di un secolo. La aprii con cura, la paura mescolata alla gioia, e lessi quelle righe seduto sulla branda: Marta mi stava aspettando a poche ore di viaggio dal Centro, il suo risveglio dal crio-sonno era iniziato e in pochi giorni avrebbe potuto riabbracciarmi. Insieme avevamo conquistato il tempo.

 

 

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CONQUISTA (7) _ Barbara Favaro

L’aveva occupata come fosse stata un appartamento, un’occupazione abusiva. Si era introdotto nella sua notte, spaccando il vetro della finestra sul retro. Senza chiedere permesso e senza curarsi degli effetti collaterali. Tanto non erano i suoi.
Certo, lei glielo aveva lasciato fare. Era sovrappensiero. Di nuovo.
Kate lo stava fissando da dieci minuti, Colin era impegnato a sistemare la porticina della gabbia di Mickey, il criceto dai muscoli portentosi. Riusciva a crearsi un varco tra le sbarre afferrandole con le manine. Sì, piccole manine affannate. Kate se lo teneva stretto con la voglia di stritolarlo un po’, aveva di nuovo rosicchiato i fili delle casse e non c’era verso di farlo desistere. Mickey squittì infastidito.
“Lascialo andare, tanto non scappa”, disse Colin buttandole un’occhiata quasi casuale, era sicuro che la sua donna odiasse il suo criceto.
“Se si attacca di nuovo alle mie casse lo schiaccio senza pietà”, ribatté secca, spostando prontamente il pollice prima che Mickey glielo timbrasse con i lunghi incisivi.
Era evidente che i due non si piacevano.
Ogni tanto Colin sospettava che neppure lui piacesse alla sua donna. Kate era di poche parole, il che non era male, le parole delle donne spesso stordiscono. Kate era una brava cuoca, ben disposta a farlo, era il suo pregio. Fosse stata come sua madre non si sarebbe convinto a trasferirsi lì.
Kate continuava a fissarlo. Stava cercando di capire come aveva fatto. Da giorni sistemava il ricordo di quell’incontro e per quanto ci provasse c’erano dei vuoti inconcepibili. S’era svegliata al mattino e se l’era trovato lì nel suo letto. Punto.
E da quel punto in avanti era sempre rimasto lì. Dopo due giorni di sesso no-stop lo aveva costretto a farsi una doccia, obbligo di routine altrimenti Colin non ci avrebbe mai pensato. E poi lo aveva costretto ad andare a prendersi dei vestiti e della biancheria a casa. Preferiva fosse pulito se proprio aveva deciso di restare lì con lei.
Erano trascorsi tre anni. E c’erano Mickey e i calzini sporchi sparsi per casa. C’erano i suoi dischi su cui lui ci appoggiava la bottiglia di birra appena lei voltava le spalle. C’era il suo letto, mai rifatto per bene, con lui sopra o dentro, mai più solo suo. C’era quel sentirsi depredata, invasa, calpestata.
Colin alzò lo sguardo trionfante: “Fatto!”.
Kate si precipitò a consegnargli il topo peloso. Lei avrebbe voluto un gatto. Un norvegese, un norvegese col senso spiccato del territorio. Un maschio con artigli affilati, il gusto per la caccia. Mickey vedendo avvicinarsi la gabbia cercò di divincolarsi. Kate lo lanciò verso Colin che lo prese al volo, senza riuscire a schivare un morso. Questo lo fece ridere, adorava quello scriccioletto ribelle. Mickey ritornò dietro le sbarre. Vi si attaccò con le manine e fece forza per aprirle di nuovo, sotto i loro occhi. Il fil di ferro attorcigliato era fissato bene, ci sarebbero volute alcune notti di denti affilati per averne la meglio. Mickey aveva pazienza ed era un criceto costante. Per scaricare il nervoso saltò sulla ruota e pedalò a più non posso. Colin rise. Kate li guardava nauseata.
Colin ne fu colpito, quel modo di Kate lo attizzava sempre, e attirandola a sé sussurrò:
“Scommetto che è stato per questo che ti ho conquistata”.
Kate spalancò gli occhi. Conquistata?
“Cosa significa?”, chiese gelida.
“Ci so fare con gli animali”, Colin le strizzò l’occhio.
Kate si divincolò, ma lui era deciso a non lasciarla. Le mise il braccio attorno alle spalle e la strinse. Kate non fece resistenza, diede un’occhiata veloce a Mickey, e addentò più forte che poteva il braccio del conquistatore. Colin lanciò un urlo e mollò la presa.
Mickey squittì.

 

 

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CONQUISTA (6) _ Giorgio Matteotti

Aveva vent’anni Luigi, vent’anni da poco compiuti. Si sentiva un drago ed era convinto di sapere tutto della vita, ormai. Per quanto riguardava il sesso, poi, non parliamone. Le donne erano il suo mistero glorioso. Diceva di conoscerle bene e si vantava con gli amici e conoscenti di essere un conquistatore nato. Affermava che erano tutte ai suoi piedi, pronte a servirlo come se lui fosse un califfo e loro le odalische del suo harem personale.
La sua vita era tutta incentrata su quel tipo di rapporto col sesso femminile e ne andava fiero. Ne cambiava una ad ogni piè sospinto e spesso, per brevi periodi, poteva capitare che avesse rapporti con più donne contemporaneamente.
Di mestiere faceva il rappresentante per una società farmaceutica e guadagnava molto bene. Di tempo ne aveva parecchio a disposizione ed erano più le ore che dedicava al suo piacere preferito (le donne) che quelle del lavoro vero e proprio.
Questo a grandi linee era lo stile di vita di Luigi.
Una sera si era recato a una festa invitato da amici e aveva conosciuto, tanto per cambiare, una tipa che gli parve da subito avere quelle qualità da lui ritenute adatte ai suoi desideri più intimi: era alta, slanciata, occhi viola e capelli biondi e lisci che le ricadevano sulle spalle. Le gambe snelle venivano valorizzate da un paio di scarpe rosse dal tacco altissimo e il suo incedere pareva quello di una tigre del Bengala. Luigi si innamorò all’istante e dentro di sé sentì quel richiamo primordiale che conosceva così bene e che gli prometteva momenti indimenticabili per il futuro.
Circe (questo era il suo nome) resse all’attacco per un tempo brevissimo nella realtà, ma lunghissimo per Luigi, uso a battaglie e a vittorie quasi immediate.
Per farla breve, nel giro di due ore il nostro cacciatore fece cadere la tigre nelle subdole maglie della sua rete.
Dopo una cena in un ristorantino adatto alla bisogna, la tigre si rivelò per quello che era: una vera femmina esperta in arti amatorie.
Per la prima volta Luigi si rese conto di dover onorare questa dedizione e, quasi senza pensarci su, chiese alla ragazza la sua mano.
In breve tempo erano una coppia sposata: tanto felice lei, quanto infelice lui, che ben presto capì di aver perso la libertà e di essere succube di quella tigre.
Si ripeté il solito dramma e la susseguente tragedia: il matrimonio, dopo aver distrutto l’amore, distrusse anche il resto.
I due si separarono, Luigi tornò a vivere come prima e fece altre conquiste, che duravano lo spazio di un mattino, lasciando il posto ad altre conquiste, fini a se stesse.
Un giorno, Luigi si recò nella propria banca per fare un prelievo e si sentì dire che il suo conto era prosciugato. Impietrito, ricordò che la moglie aveva a suo tempo fatto inserire il proprio nome nel suo conto corrente con relativo uso del Bancomat.
Solo allora il nostro tombeur de femmes capì di aver perso definitivamente la guerra di conquista che aveva a suo tempo imprudentemente scatenato.

 

 

 

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CONQUISTA (5) _ Luca Bonini

Mi chiamo Conquista. È un nome impegnativo, ma mi ci sono abituata. È facile quando a un nome ci nasci dentro, ho imparato ad abitarlo. Chi mi conosce da poco mi chiede quanto sia difficile portare un nome così, è un nome di responsabilità, mi dicono. Eroico, che obbliga all’azione.
Come mi piace, invece, la tranquillità, le mie zucche. Le zucche sono una meraviglia. Sono grandi, rotonde, ferme, d’arancio intenso e rappresentano il tutto. Io al contrario sono una donna che vive delle piccole cose, vivo nei movimenti impercettibili tra le persone, non sono l’idea che spiega l’intero, sono il particolare a cui vuoi bene. E tutti mi vogliono bene. Tutti. Io voglio bene alle zucche. Mi affeziono più agli oggetti e ai luoghi che alle persone, e quando la nostalgia mi raggiunge di solito guardo una cartolina. I luoghi sono la terra, le zucche sono la terra. Chi sono io non lo so. Oggi sono quella che vincerà il concorso della zucca più grande della Val di Cembra.

Conquista guarda Carlotta, la zucca che porterà al concorso. Ha un solco che la percorre dall’alto verso il basso, disegnandole una forma di naso, storto ma simpatico, ed un bozzo, poco sopra, che pare un occhio.
“Vinceremo” le dice accarezzandola, “sei bellissima, sei la mia figlia preferita, lo so che non si può dire di preferire un figlio a un altro, ma tu, Carlotta, sei la mia preferita. Sono sicura, vinceremo…”
“Col cazzo!”
No. le zucche non parlano. Pensa Conquista alzando la testa e guardandosi attorno.
“E tu dov’eri? Non ti ho sentito arrivare.”
“Son due ore che ascolto i tuoi sproloqui, filosofa! Dovresti imparare a pensare silenziosamente.”
“Invece penso e parlo insieme, che te ne frega?”
“Me ne frega e comunque non è vero che tutti ti vogliono bene.”
“Nessuno mi ha mai detto il contrario.”
“Per forza non parli con nessuno, a parte me, sembri il nonno di Heidi senza capre.”
“Bravo! O le capre o le zucche! le capre mangiano le zucche.”
“Sì, ma almeno ci fossero due capre con te durante il giorno parleresti a loro. Almeno le capre han due occhi e si muovono.”
“Non è vero che non parlo con nessuno. Martedì sono stata a Soriano a prendere la farina.”
“Oggi è venerdì.”
“Adesso smettila di farmi perdere tempo che devo caricare la zucca sul furgone. Ho fretta.”
“E come fai da sola a caricare una zucca così grande? Sei la solita scema.”
“Con l’argano. Come gli antichi Egizi.”
“Dai che ti aiuto io, spostati.”
“No, faccio da sola, leva quella mano.”
“Tu non sai usare le mani, sei quella che ha studiato. Non ho mai capito perché dopo l’università tu sia tornata qui…”
“Per mio padre”
“Non spingermi cretina.”
“Ma sei già ubriaco?”
“Io almeno posso bere quando mi pare.”
“Anche io.”
“No, a te fa male alle gambe.”
“Ma che dici, mica mi si gonfiano.”
“No! Ti si aprono.”
“Ignorante.”
“Dai che ti do una mano, spostati.”
“Piano però, lo sai che ci tengo tanto a vincere e quest’anno forse ce la posso fare. L’unico che mi preoccupa è il Bonaspetti.”
“La sua zucca dell’anno scorso era enorme.”
“Lo so, è bravo lui.”
“La corda non lasciarla cadere per terra che si sporca.”
“Scusa. L’anno scorso ero sicura!”
“E invece ha vinto il Bonaspetti. È lui l’uomo da battere. Ho visto le zucche degli altri e sono piccole
“Vorrei vincere, chissà come sarebbe felice mio padre.”
“Avrebbe le lacrime agli occhi. E invece anche quest’anno… ”
“Sei uno stronzo.”
“Però ti voglio bene.“
“Come tutti… perché mi guardi così serio?”
“Ho visto la zucca del Bonaspetti!”
“Non ci credo.”
“Sì, l’ho vista, ieri sera la stava trasportando, sai che ha un trattore come il tuo. Pensavo fossi tu.”
“E com’è? Dimmelo pirla!”
“Vuoi saperlo?”
“Sì, dimmelo.”
“Ma sei sicura?”
“Certo che voglio saperlo! Lega qua forte questa corda che sei l’uomo.”
“Non so. Non mi sembra corretto nei confronti del Bonaspetti.”
“Sei uno stronzo.”
“Guarda che non te lo dico.”
“Stronzo. Hai controllato la cima della corda di là? Chiudi il cassone.”
Conquista gli prende la mano. Screpolata. Ruvida per il lavoro con la terra. Una mano secca, quasi inaridita, come avesse donato tutta la propria vita al campo, all’orto, ai frutti di cui da sempre si prendeva cura. Una mano calda, sicura, forte. Una mano d’uomo, di maschio che si faceva madre nella generatività, nella creazione.
Lui ha gli occhi lucidi:
“Bé… È più piccola della tua. Quest’anno vinci.”
Conquista ride forte, sempre più forte, ridono insieme, lei guarda verso l’alto, con la mano di Giovanni appoggiata al cuore.
“Ho la tua mano sul cuore devo essermi ammattita.”
“Non è sul cuore, è sulle zucche, cretina.”

 

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CONQUISTA (4) _ Rossana Mazza

Un grande quadrato di tessuto morbido e trapuntato copre il tappeto. Piccoli fiori color pastello spiccano sullo sfondo candido, quasi un prato.
Emma, sdraiata nel mezzo, lancia gridolini alle mie smorfie buffe: storco il naso, infilo i pollici nelle orecchie e agito le mani. Copro gli occhi, è buio. Tolgo le mani è luce. E’ Emma.
Gli occhi curiosi fissano il soffitto. Dal lampadario pendono tante gocce di cristallo e giochi di luce si intrecciano con i raggi del sole. Incantata, per un attimo ferma il suo muoversi, la sua ricerca sensoriale.
“Chissà cosa pensa?”
Un istante ed è già alla ricerca di nuovi giochi, nuove scoperte. Si inarca, alza le gambe, cerca nuove prospettive ed ecco spuntare due pupazzetti che le sorridono, li prende con le mani tira… ops!
Le mini-calze colorate, regalo della nonna lasciano il posto a due piccoli piedi rosei e paffuti. Li tocca, muove le dita sembra ascoltare lo sfioramento poi li afferra e tira con forza verso di sé, quasi fosse di gomma si piega a metà.
All’improvviso arriva Artù, anche lui è incuriosito da quel piccolo essere. Grosso il doppio di lei, so bene quanto può essere pesante una sua zampa sul piede. Figuriamoci su Emma!
Con il fiato sospeso osservo, ma come sempre fanno gli animali, mi stupisce: si accuccia poco prima di lei, e strisciando piano piano si avvicina. La annusa, la lecca, strappandole una risatina e poco dopo è sdraiato, vicinissimo, fermo immobile. Entrambi sembrano godere del calore l’uno dell’altro.
La mano di Emma accarezza il soffice pelo, lo tira, lo strappa, ma lui niente. Sembra capire.
Corro a prendere la macchina fotografica, devo salvare questo momento. Due minuti soltanto, dalla camera non la sento più, nessun gorgheggio, nessun sospiro, nessun lamento. Con il fiato corto raggiungo la sala, la macchina al collo, mai avrei pensato di assistere alla scena che mi si presenta davanti. Resto immobile sulla porta, la bocca aperta, il cuore che batte a mille. Non oso dire o fare niente.
Emma, stringendo forte il pelo di Artù con le mani, si è alzata in piedi, e come un funambolo, si piega un po’ a destra, un po’ a sinistra, traballa… con uno scatto raddrizza le gambe, determinata a mantenere la posizione. Istintivamente allarga un braccio per bilanciarsi, ma senza lasciare la presa sicura. Sorride, sembra pensare:
“E’ bello qui in alto! Ah, ecco dov’è finita la mia bambola, dorme in mezzo a tutti quei fiori qui sotto.”
Si guarda intorno, mi vede, sorride di più, felice. Lascia la presa, allarga anche l’altro braccio e percorre la fune immaginaria.
Le mie braccia l’accolgono, la bacio sollevandola verso l’alto, rido con lei, danzo con lei su quel prato che ha accolto i suoi primi passi.

 

 

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CONQUISTA (3) _ Franco Pelizzari

 

 

 

 

 

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