LEGGEREZZA (8)_Giovanni Zambiasi

Il passo pesante e l’affanno lo stavano facendo pentire di aver partecipato alla festa di compleanno, ma come rinunciare al 50° di Marco?
D’altra parte l’escursione in vetta al Monte Zingla era stata programmata da tempo, ma quella mattina avrebbe dormito volentieri fino a tardi. Giulio, meditabondo, seguiva a stento il gruppo di amici che zampettavano davanti a lui come caprioli, in effetti avrebbe dovuto essere un giorno speciale, un’occasione che si ripeteva solo ogni 10 anni circa.
Sulla cima della montagna, infatti, in coincidenza con le forti piogge che ogni decennio si ripetevano puntuali a causa del minimo solare, sgorgava per alcuni giorni una colonna d’acqua che proveniva da chissà dove. Lassù, a 1500 metri, la gravità era messa in dubbio dalla forza dell’acqua che saliva come non avesse peso per alcuni metri quasi a raggiungere il cielo.
Il ricordo dell’ultima volta era ancora vivo nei suoi pensieri e assolutamente voleva rivivere quell’emozione, non poteva mancare e quello era il giorno perfetto.
Le gambe comunque sembravano non condividere il desiderio e non collaboravano. L’ultimo della fila era sparito dietro al costone, nessuno lo vedeva e poteva fermarsi a respirare, senza però far aumentare troppo i battiti: respirare profondamente e trattenere il respiro in sequenza alternata è un buon sistema per ridurre la frequenza cardiaca.
“Tanto il sentiero lo conosco… più in su della cima non possono andare“,Giulio pensava e borbottava da solo seduto sotto il faggio con la pancia segata a metà dalla cintura improvvisamente stretta che gli ricorda il compleanno.
La sera prima era stata fantastica, una festa veramente bella, Marco aveva invitato gli amici più vicini al suo modo d’intendere la vita e la sintonia era stata perfetta.
L’aperitivo allargato a quasi antipasto l’aveva colto di sorpresa, pizzette artigianali, sott’olii e formaggi delle sue montagne in olio EVO, accompagnato da Rosé brut come se piovesse, non poteva non essere condiviso. L’idea di trattenersi con le portate successive era miseramente naufragata all’arrivo dei tortelli gorgonzola e noci, buonissimi, conditi con burro estivo di malga fritto con salvia e pinoli tostati. Marco esperto macellaio, aveva preparato personalmente la carne salada arrivata dopo. Ci vuole maestria e pazienza per prepararla, saper dosare il sale e le erbe aromatiche, ma soprattutto il tempo: non poco, non troppo, il giusto periodo per far sì che la carne si cuocia nel sale il tanto che basta per renderla saporitissima. I fagioli con le cipolle serviti come contorno provenivano dagl’orti della sua Valle, neri e carnosi contrastavano con il bianco candido della cipolla a fettine, un abbinamento perfetto con l’aceto balsamico… troppo!
Il vino rosso scorreva, Botticino del 2009, annata eccellente, eccellente come il carrello di dolci e il passito che era apparso nei bicchieri.
Il colpo di grazia era però arrivato dopo le canzoni, gli auguri e i regali, davanti al fuoco mentre ricordavano insieme il peggio e il meglio delle loro vite condivise.
“Vi presento il miglior Whisky 21 anni del mondo”, Marco era fiero della sua scoperta.
Giapponese, è Giapponese e non l’avrebbe pensato mai nessuno, in ogni caso meraviglioso com’era l’avevano bevuto tutto.
Doveva rialzarsi e proseguire, ma la pancia e la cintura stavano litigando, brontolii sordi e minacciosi provenienti dal basso ventre non facevano presagire nulla di buono.
Una rapida occhiata verso valle:
“Non sale nessuno e gli altri sono già quasi arrivati”.
Giulio è solo, occasione perfetta: gira dietro al faggio a sbalzo sul costone, accucciato con i calzoni calati dona i ricordi dei bagordi della notte precedente al boschetto di rododendro aggrappato alle rocce sotto di lui. Una liberazione che riconcilia la cintura con la pancia, una leggerezza che ridà vita alle sue gambe intorpidite. Sale rapido adesso verso la cima, leggero come l’acqua che lo sta aspettando.

 

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LEGGEREZZA (7)_Barbara Favaro

Quel sasso pesava. Gli pesava all’altezza del petto, anche se l’aveva chiuso in un cassetto con la scritta in pennarello indelebile: PERDONO. Scritto così, in stampatello maiuscolo, perché era maiuscola la portata di quel perdono che non riusciva a concedere, a concedersi. Un pugno gli stava stretto, è facile abbandonare a un pugno il perdono perché la rabbia trova sostegno. Il silenzio difficilmente può sfogare l’umiliazione, difficilmente può. La sua vita era un andare fluido, anche se con venti avversi, anche se con fatica, perché spesso aveva voglia di lasciarsi andare e di non curarsi più di nulla, neppure di sé stesso. Rifugiarsi nel silenzio era la sua dinamica, rifiutando la rabbia che gli bruciava lo stomaco, pensava che girarsi dall’altra parte o affogare nel maalox avrebbe prima o poi funzionato. Si alzava dal letto e con la doccia dava il buongiorno al suo non-perdono, che neppure con il caffè andava giù. Il sasso nel cassetto sorrideva sornione, tanto prima o poi mi riprenderai in mano, e il sasso sapeva, tutti i sassi sanno perché ne hanno viste tante e, seppur non partecipando, hanno chiara la visione delle nostre miserie.
Si metteva al lavoro e il non-perdono lo appoggiava sulla scrivania, che spesso i pensieri gli scappavano e rodevano la sua concentrazione come se non ci fosse niente da fare. Si dedicava alla sua famiglia, e di tanto in tanto lanciava un’occhiata al suo non-perdono, con il timore e la speranza di non trovarlo più lì, dove lo aveva riposto. Chissà se a vederlo dissolversi avrebbe provato più stupore o smarrimento. Andava a dormire e quasi quasi gli dava il bacio della buonanotte, quel non-perdono sapeva essere seducente. Nel tempo rodeva, rodeva, rodeva. Un veleno che scava avrebbe fatto più in fretta, il tempo non gli permetteva di superarlo, ma soltanto di intensificarne il potere corrosivo. Quella sera non sarebbe riuscito a dormire, ne era certo, cominciavano sempre così le lunghe notti nere, con il pensiero fisso alla ferita. Steso sul letto guardò il cassetto ben sapendo l’esatta posizione del sasso al suo interno. Chiuse gli occhi e vide i mesi trascorsi e ebbe la sensazione che quel flusso di energia che con costanza gli aveva dedicato lo avesse trasformato in un masso. Si alzò di scatto, aprì il cassetto e prese in mano quella montagna. Una montagna in una mano. Ridisegnò con la memoria intatta i volti causa del suo dolore, ne contò tre. Volle rivivere quel momento, il tradimento, la prostrazione. Eppure per quanto facesse si accorse che il dolore, quello pungente, era svanito. Fu prima stupito, poi smarrito, infine incredulo. Tutto qui?, si disse. Strinse in una morsa PERDONO .
Prese l’auto e corse al fiume, parcheggiò, e nella notte di lucciole e spicchio di luna tolse dalla tasca la montagna e se la rigirò nel pugno fino a che sentì sbriciolarsi ogni resistenza e poi lanciò con forza, un proiettile in mezzo al letto scuro.
PERDONO venne inghiottito dalle acque, in silenzio. Alzò lo sguardo al cielo e gli sembrò di poter raggiungere con un balzo la luna, dopo tutto quel tempo sentì di poter tornare a casa col sorriso di chi sa essere sciocco e ingenuo, sì, ma Uomo.

 

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LEGGEREZZA (6)_Laura Giardina

“Ti posso parlare mamma? Solo per due minuti”.
Valentina voltava le spalle intenta a tagliare le carote per lo stufato, a quelle parole si bloccò, rimase immobile per un secondo e respirò profondamente prima di voltarsi. Sapeva in cuor suo che non sarebbero bastati due minuti, ma che invece sarebbe stata risucchiata per ore in un vortice di discorsi immaginari, che solo una mente confusa sa produrre.
Da quando era tornato a vivere con lei, non poteva far finta di non vedere la sua fragilità e il suo mal di vivere. Era fermo lì, impantanato nello scarto e nella tensione, fra ciò che è, ciò che vorrebbe, potrebbe, dovrebbe essere, fra la realtà e la possibilità, identificato nel fare i conti con i propri limiti e con l’imperfezione che contraddistingue ogni essere umano.
Matteo è un anno che non beve e non fuma, ha deciso di mettere ordine nella sua vita e la madre per lui rappresenta questo: poter rimanere sui binari. Per fortuna in quel periodo i suoi sbalzi d’umore erano stati abbastanza sopportabili per lei, ma le rendevano lo stesso la vita più difficile di quanto avrebbe dovuto essere. Rinegoziare ogni volta posizioni già stabilite e concordate la estenuava. Questa condizione era un viaggio a due, inscindibile, Valentina si ritrovava suo malgrado sulle montagne russe;
 a fasi alterne, insieme a lui precipitava verso il basso, nel buio profondo, e poi sempre con lui verso l’alto, dove ogni volta si illudeva che quell’attimo, quello stato di apparente serenità, potesse rimanere incorniciato in un fotogramma immutabile.
“Lo sai mamma, che in dieci milioni di anni luce ci sono altre duecento milioni di galassie e che quindi la nostra galassia è paragonabile a un puntino? E quindi qualsiasi problema noi ci facciamo all’interno di questi 200 miliardi di stelle, del tipo che scoppi la terza guerra mondiale, Israele che bombarda Gaza, i problemi fra mamma e figlio, noi siamo solo una specie fra 8 milioni di specie e tutto quello che ci succede, se paragonato al Tutto, non ha senso? Quindi cambiando punto di vista…”.
Valentina si era seduta e si era già staccata emotivamente dal discorso, ormai per istinto di sopravvivenza, per non soccombere e per non arrivare allo scontro, aveva imparato che dandogli un altro bersaglio su cui volgere l’attenzione riusciva a interrompere il flusso straripante di questi pensieri logico-lineari.
Si alzò, si tolse il grembiule e sorridendo gli disse:
“Mi accompagni giù al porto? Ho voglia di vedere il mare, potremo continuare lì la nostra conversazione”.
Scesero le scale, lei e il suo bambino alto quasi due metri, arrivarono al lungomare, si sedettero sugli scogli vicino al faro e rimasero in silenzio. Il mare nel suo moto infinito già riportava le cose a posto. Tutto assumeva un valore diverso, attorno non c’era più nulla. I pensieri possono portarci in mondi distanti e farci allontanare da tutto, ma una cosa resta la stessa: il legame perpetuo dell’essere madre ai tuoi figli. Vorresti salvarli, ma in realtà sono solo loro stessi a potersi salvare. Valentina sentì il sole sul viso, inspirò quell’attimo, un attimo in più, un pezzettino rosicchiato da incollare sul tabellone dei momenti felici.

 

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Francesca Garioni

 

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LEGGEREZZA (5)_Elda Cortinovis

La donna stava immobile, tutta d’argento, lo sguardo fisso nel vuoto in cerca di un preciso equilibrio.
Ogni giorno Dolores dedicava alla sua preparazione quasi due ore. Ogni giorno Dolores, dal corpo alto snello e dai lineamenti sottili, ripeteva con garbo la sua vestizione. Le grandi ali argentate erano il risultato di un duro lavoro, di oltre due mesi. Per prima cosa aveva scelto, con cura estrema, l’immagine per rappresentare in modo perfetto l’angelo che era in lei. Scorrendo testi d’arte, a lei così familiari, era stata abbagliata da un meraviglioso angioletto di un artista di fine ‘400. Ali preziose che rendevano esattamente l’essenza di ciò che lei avrebbe interpretato.

Il blocco di polistirolo, acquistato all’angolo tra l’Aribau e la Madrazo, aveva già dentro di sé le sue ali, bisognava solo scavare e lavorare quello straordinario materiale, con le raspe giuste, levigando ogni sua parte, con la lucida visione del risultato voluto.
Ogni incavo che si formava era un piccolo gesto d’amore, togliere il superfluo donava vita a quelle ali; un lavoro superbo, in cui ogni piega trovava la giusta dimensione fino allo splendore della forma.
Argento come specchio aveva fin dall’inizio immaginato:
“Sulle ali si rifletta il cielo, il sole, le luci del tramonto”.

L’abito era una lunga tunica trovata, quasi per caso, dopo un girovagare affannoso; era in fibra sintetica e luccicava ad ogni passo. Dolores la indossava solo dopo aver dipinto con cura braccia, mani, viso, capelli e denti: uno ad uno con una pasta argentea densa che si attaccava con prepotenza ad ogni cosa. Ai piedi un paio di ballerine, affatto nuove.

Quanti turisti, su e giù per questa strada, attorniati da luci, colori, profumi di tapas, cinguettii di uccelli in gabbia e pappagalli fuggiti dallo zoo della Ciutatdella.
Questa via frenetica e vitale che dall’alto della città scorre, come un tapis roulant che trasporta tutti e tutto, arriva fino al mare, avanti e indietro, quasi senza meta.
Il chiasso della gente, le auto a destra e sinistra che sfilano costantemente, i clowns, i trampolieri, i bari che estorcono qualche soldo per imbrogli di carte ormai noti, ma che incantano ancora qualcuno.
Sapeva di non essere poi così unica e originale nella sua arte da strada, ma là, sulla Rambla, imperturbabile al caldo e al freddo, Dolores raggiungeva il suo posto, scelto non per caso.
Ogni volta cercava qualcosa capace di rapire la sua attenzione e che le permettesse di concentrarsi. Ora era là, davanti ai suoi occhi, in uno scatto pubblicitario una mano esile e bianca che si poggiava con delicatezza ed eleganza sulla spalla di un uomo in giacca nera.
Le si mise di fronte, sedotta da essa, all’altezza dell’Husa Orient Hotel, di fianco a lei un botteghino di animali in vendita che creava attorno a sé un colorato schiamazzo.
Dolores arrivava sempre verso le 17, in bicicletta, carica di tutto l’occorrente, con quella destrezza che solo la pratica quotidiana sa dare. Scaricava le ali delicatamente, con il riguardo dovuto a qualcosa che si è creato e a cui si era data vita; srotolava, quindi, con attenzione la tunica in cui erano ben custodite le ballerine, apriva una scatola di trucchi dotata di specchio e si concedeva il giusto tempo.
Avrebbe affrontato le ore a seguire con la calma e la consapevolezza necessaria affinché il sacrificio non fosse vano.
Una volta pronta si alzava dritta in piedi e si metteva in posa, a braccia conserte, e cercava rapidamente cogli occhi il particolare dapprima scelto, per fissarsi ad esso e rimanere così immobile, in equilibrio sulle mezze punte quasi sospesa nell’aria per minuti, ore… nel tempo.

I passanti che sfrecciano e non si fermano. I bambini, però sì, sono sempre loro che si trattengono per osservare con grande curiosità, e forse con un po’ di timore, queste sculture umane. Le scrutano con sospetto, nel dubbio che siano davvero statue o che possano animarsi improvvisamente giocando loro brutti scherzi. Chiedono ai genitori un soldo da lasciare, sperando di vedere chissà quale prodigio.
Sono loro la vera salvezza per questi artisti, a cui di tanto in tanto viene permesso di sgranchirsi qualche muscolo, rompendo il silenzio e l’immobilità delle loro pose.
Un soldino, solo un cent, per allargare le braccia con moto sinuoso partendo dalle scapole, e offrire un lieve, silenzioso battito d’ali. Poi chinare il viso e lasciar scivolare un sorriso angelico, ogni volta cercando di fare meglio.
“In fondo è solo questione di esercitarsi”, a questo pensava Dolores con lo sguardo fisso e il controllo di ogni parte del corpo, persino del respiro che era lungo e profondo, impercettibile.

Chissà se qualcuno noterà la sublime leggerezza di quell’angelo.

 

 

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LEGGEREZZA (4)_Mara Fracella

Marianna fece scivolare la mano sull’ampia gonna del vestito bianco. L’immagine riflessa dallo specchio la riempì di soddisfazione.
– Sembro una regina, finalmente! – ma subito un’altra immagine si sovrappose alla prima e rivide lei, bambina, seminascosta dalla porta dell’anticamera, assistere muta alla cacciata di casa del padre da parte della madre. Frasi sconnesse accompagnarono il gesto, una fra tutte che non dimenticò mai: “Avrai un bastardo da lei”. Marianna non fece domande sulla scomparsa del padre ma nei suoi giochi inventati spesso ripeteva la scena di un re cacciato da una furibonda regina che urlava di dolore per essere stata tradita con un’ancella e presto un bastardo sarebbe da lei nato. Gli anni passarono, e smise di giocare mentre del padre non volle sapere più nulla. Delusione, rabbia, rifiuto, frustrazione, quante cose da allora avevano condizionato le sue scelte. Una su tutte: l’imitazione. L’ancella era stata vincente, divenuta regina benestante le aveva portato via tutto. Marianna crescendo affilò le armi della civetteria, dell’adulazione, della seduzione come dolce ricatto affettivo, ogni strumento veniva da lei utilizzato per forgiare a piacimento le mature figure maschili che incontrava sul suo cammino rendendole più agile la vita scolastica, sportiva, professionale. Mal vista dalla maggior parte del regno femminile, con spavalderia si disinteressava delle malelingue. Non aveva bisogno di loro e nemmeno di quei rincitrulliti maschi coetanei che ogni tanto le si avvicinavano. Voleva riprendersi quello che la vita le aveva tolto, all’inizio almeno, ma il suo desiderio di rivalsa era insaziabile, la voglia di potere inesauribile.
Lavorava come impiegata in uno studio notarile, molto attenta alle norme di legge che regolavano le successione ereditarie e, soprattutto, i lasciti a titolo particolari con nomina di legatari.
Selezionava le amicizie, facendo leva sulla sua sensualità che le apriva ogni porta e ogni portone.
Prediligeva case nobili e altolocate, ambienti in cui si destreggiava alla grande, dove l’ipocrisia e l’incoerenza proliferavano sovrane, consentendole di attraversare serenamente i loro ponti levatoi.
Nessuno rimaneva colpito dalla sua frequente nomina come legataria nelle successioni aperte degli ultimi anni, in fin dei conti si diceva che si dava un gran da fare.
Fu a una di quelle feste mondane che le presentarono Umberto, di trent’anni più grande di lei. Le piacquero subito l’ironia e la sobrietà delle sue battute. Non aveva successori diretti e quest’aspetto la rendeva rilassata, senza nessun desiderio di affrettare gli eventi, anzi voleva perfezionare le sue capacità di cacciatrice e di finta preda per crescere ancora. L’uomo fu suo in breve tempo, era una brava persona con un debole per le belle e giovani donne. Umberto non era in grado di occuparsi dei numerosi beni immobiliari che possedeva e pertanto delegava la gestione degli stessi ad amministratori vari.
Marianna studiò e imparò tutto quello che le poteva servire per la gestione delle proprietà di Umberto e, con eleganza, sostituì il personale con persone di sua fiducia al quale non faceva mancare la sua guida da super visore.
Il giorno del suo compleanno Umberto le chiese di diventare sua moglie e la dichiarazione non la stupì. I preparativi del matrimonio l’assorbirono notevolmente. L’ingresso lo voleva trionfale.
Era giunto finalmente il giorno… ma si stava facendo tardi, come mai nessuno veniva a chiamarla per portarla in chiesa?
Il telefono prese a squillare:
– Marianna, vieni presto all’Ospedale Civile, Umberto è in prognosi riservata, un attacco di cuore. Marianna svelta non so se…
– No, no, no – urlò Marianna gettando furiosamente il telefono a terra – non ora, no!
Un dolore immenso la fece piegare su se stessa. Rantoli soffocati le uscivano dal corpo.
Un unico pensiero la pervadeva rendendola incapace di qualsiasi azione: non gli aveva fatto firmare la successione particolare con la nomina a legataria.
Che beffa!
Pensava di poterselo permettere, ora.

 

 

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LEGGEREZZA (3)_Franco Pelizzari

NOTA del CIRCOLO SCRITTORI INSTABILI

Questo è sempre lo spazio di Franco e Franco ora sta bene ed è a casa. Di questo non possiamo che essere incredibilmente grati e siamo felici di dirvi che Franco sta ricominciando a scrivere pertanto il suo spazio verrà riempito presto con i nuovi racconti.

Il tempo ce l’abbiamo, la voglia di rileggerti pure, aspettiamo volentieri Franco. Altroché!

Barbara, Laura, Rossana, Mara, Giovanni, Luca, Elda, Giorgio.

LEGGEREZZA (2)_Giorgio Matteotti

Era una scintillante mattinata di giugno. Nell’aria vagavano profumi soavi e canti di merli provenivano dal parco. Pareva di vivere come in un incantamento generale.
Tutti sembravano felici e, forse, lo erano per davvero. Oltre ai profumi e ai canti dei merli, la natura tutta dava l’impressione di vivere una giornata straordinaria nella quale anche i cattivi parevano buoni e i buoni facevano di tutto per sembrare ottime persone. Io stesso, che di norma vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto, quel mattino lo vedevo mezzo pieno ed ero arrivato al punto di fischiettare durante la doccia.
Guardavo mia sorella e la vedevo più bella del solito mentre faceva colazione e discuteva con nostra madre.
Era luminosa e sorridente, come se vedesse la vita dal lato positivo, cosa strana in lei che di norma era considerata da tutti una musona che non parlava mai con nessuno, salvo che con la gatta, una magnifica soriana cui aveva imposto, chissà perché, il nome di Beatrice.
Mia madre, che di norma stava sempre coi piedi per terra ed era disposta a fare carte false pur di essere giudicata una persona seria, quel mattino era diversa.
La vedevo piena di voglia di discutere su tanti argomenti con mia sorella, ma anche con me che da poco avevo preso il posto di mio padre, stroncato da un infarto a cinquantadue anni.
Dopo la dolorosa dipartita, il clima in famiglia si era pian piano assestato. In certo qual modo si stava meglio di prima, quando mio padre svolgeva le sue funzioni di padrone di casa. Noi figli ci eravamo resi conto della nuova situazione e delle nuove responsabilità da cui ci sentivamo investiti, ora che era venuto a mancare il fattivo appoggio di quel despota di nostro padre.
Il rapporto con nostra madre pareva, per così dire, migliorato e i nostri discorsi si stemperavano in un clima di pace, di serenità e di parità veramente invidiabile.
“Che bella giornata!”, stava dicendo mia madre, senza rivolgersi a nessuno in particolare, e noi approvavamo in religioso silenzio.
A un tratto mia sorella Margherita disse, rivolta a me:
“Data la bella giornata, Luigi, potremmo andare all’Altare della Patria.”
“A che fare?”, chiesi io.
“Come a che fare?”, ribatté lei, “Oggi è il decennale della proclamazione della Repubblica. Ci sarà anche il Presidente Gronchi.”
“Non mi interessa”, feci io, “chissà quanta gente! Lo sai che non sopporto la folla.”
“E allora, ci andrò con la Mirella!”, ribatté lei.
A questo punto, intervenne mia madre:
“No! Con Mirella è meglio che tu non ci vada, Lo sai che è una ragazza leggera. Non mi piace, non mi piace per niente.”
Si era rabbuiata in volto la mamma e il clima era divenuto pesante. Improvvisamente la bella giornata era divenuta orribile e anche il clima fra di noi si era d’un tratto guastato.
Provai a porvi rimedio deviando il discorso usando parole dolci, ma non riuscii nel mio intento. Ormai la frittata era fatta, persino i merli non cantavano più sulla robinia del parco, il vento era cambiato e i profumi nell’aria avevano ceduto il posto a maleolenti effluvi provenienti da un vicino distributore di benzina.

 

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LEGGEREZZA (1) _Rossana Mazza

Narra la leggenda che in un piccolo villaggio, nascosto in un albero secolare, vive un popolo di folletti paciosi e ballerini. Essi custodiscono il Libro Magico dei Sogni e hanno un compito importante: donare a tutti i bambini la capacità di sognare.

“È ora, è ora! Presto correte!”, urlarono Juno e Trino, arrotolati su se stessi, scivolando come delle biglie sui rami e sorpassandosi con salti acrobatici nel loro perenne gioco di sfida.
Tutti presenti nella sala delle Piume, al centro del Grande Albero, protetta da folti rami che si protendono nel vuoto. Nella stanza regnava il silenzio e i folletti sedevano in cerchio. In mezzo a loro, sospeso a mezz’aria, il libro dei sogni.
Il Saggio entrò e recitò la frase magica:
“Che la luce delle stelle scenda a noi, recando i nomi dei bimbi e la piuma dei sogni con sé.”
Lentamente i folletti iniziarono a danzare, cantando come una preghiera la frase magica, seguendo la musica delle foglie e dei rami che piano piano si spostavano per creare un grande passaggio verso il cielo.
Tornò il silenzio, per un attimo sembrò non succedere nulla, ma a un tratto dalle stelle si staccarono mille puntini luminosi che come tante piccole lucciole scesero fino al libro. A quel punto, iniziarono a girare vorticosamente aumentando sempre più il loro bagliore finché ci fu un lampo e nel buio apparve una piuma dorata che, leggera, scriveva nel Libro Magico dei Sogni, il nome dei bimbi nati quello stesso giorno. Una volta terminato, il libro si richiuse e la piuma dorata si adagiò su di esso.
Allora il Saggio parlò di nuovo:
“Trino, Juno, tocca a voi: avete tempo fino all’alba per sfiorare il nasino dei bimbi scritti nel libro, passando loro il dono dei sogni.”
Consegnò la piuma a Juno e il libro a Trino e i due folletti giocosi si recarono al Grande Soffione che li avrebbe trasportati nel loro viaggio.
Un alito di vento e il Grande Soffione si alzò in volo:
“Tengo io il libro”, disse Juno.
“No! Il Saggio lo ha dato a me!”, rispose prontamente Trino.
“Dai, fammelo tenere!”, ma Trino non sentì ragioni. Per tutto il percorso si alternarono scherzi e tranelli, fin quando l’alba fu vicina. Erano alla fine del loro viaggio, solo un nome mancava quando Juno, con uno scatto improvviso, riuscì a rubare a Trino il libro e la piuma volò fuori dalla sua bisaccia per cadere nel vuoto!
Entrambi si guardarono spaventati e consapevoli di ciò che significava, si buttarono subito all’inseguimento della preziosissima piuma dorata.
Leggera scendeva la piuma, scivolando sui rami e sollevandosi a ogni alito di vento, mentre Juno e Trino sbatterono e rimbalzarono, fin quando toccarono con un tonfo il terreno.
Il viso per terra uno e la pancia per aria l’altro!
La piuma atterrò dolcemente poco più in là, proprio nel giardino di Luna, l’ultimo nome scritto nel libro, ma il sole già si alzava nel cielo.
“E adesso cosa facciamo?”, si chiesero spaventati i due folletti pasticcioni. Juno, che si sentiva in colpa per quanto era successo, propose di provare comunque e di corsa andarono nella cameretta della piccola Luna.
Inconsapevole di tutto lei dormiva tranquilla, un raggio di luce filtrava dalla finestra illuminandole la fronte. Velocemente Juno e Trino sfiorarono il suo nasino con la piuma, lei se lo stropicciò con le piccole mani e i folletti, pian piano, si allontanarono con la speranza di aver rimediato e che il dono dei sogni fosse ora con lei.
Il tempo passò. Luna crebbe e divenne grande. Il dono dei sogni su di lei, però, funzionava in modo speciale: anziché di notte lo faceva di giorno. Sognava ad occhi aperti.
Tutto ciò che vedeva, il suo sguardo lo trasformava in un mondo d’incanto, bastava anche un semplice fiore per immaginare danze di fate e folletti!
Finché, un giorno, decise di raccontare i suoi sogni in un libro di favole dedicate ai bambini.
Juno e Trino tornarono spesso a trovarla e si narra che nelle sue notti senza sogni, siano proprio loro a sussurrarle all’orecchio racconti fantastici di gioco e sorrisi.

 

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LEGGEREZZA_Agosto 2014

(foto catturata dal web – autore sconosciuto)
(foto catturata dal web – autore sconosciuto)

Senti un solletico, una vertigine, senti pizzicarti le piante dei piedi e sollevarsi le braccia. Senti che il corpo molla gli ormeggi, i pensieri ridono al cielo. Senti che non sei lo stesso anche se tutto è uguale, e non t’importa perché quel che è vero lo puoi sognare e quel che è sogno per te, in un istante, può rendersi reale. Un istante che sia nei ricordi il tuo ‘persempre’.

C.S.I.