“Mi chiamo Aurelia” di Elda Cortinovis

Mi chiamo Aurelia e faccio la badante. Non credo che mia madre mi abbia dato questo nome pensando all’imperatore Marco Aurelio, piuttosto credo pensasse alla via Aurelia come via di fuga, essendo io ultima di nove fratelli. Credo proprio che mia madre avesse in mente solo di scappare, per non fare più figli e liberarsi dalla schiavitù di mio padre. E se ne è andata, per davvero. Da sola sono cresciuta lo stesso, ho lottato e ce l’ho fatta.

Anche se non posseggo un granché, vivo onestamente del mio lavoro e sto mettendo via alcuni risparmi per comprarmi, forse un giorno, una casa. Ora lavoro dal signor Adriano. Quando si è presentato ho pensato, vista l’affinità dei nostri nomi, che poteva essere finalmente il posto giusto di lavoro e così ho accettato subito. Inizialmente curavo anche la moglie, ma poi è morta e io sono rimasta.

Adriano colto e saggio, degno del nome che porta, all’inizio non mi voleva, ma poi trovarsi la cena pronta, il bucato fatto, la casa pulita è diventato un piacere a cui gli era difficile rinunciare. Seduto sulla poltrona a meditare o ad ascoltare la musica, nell’orto a curare i pomodori, nello studiolo a leggere, comunque pieno di vita.

Quando me ne vado, faccio sempre il giro della casa. Voglio che tutto sia in ordine e mi assicuro che stia bene, che abbia tutto a portata di mano e che non faccia cose che lo possano mettere in pericolo. Non si sa mai, a quell’età basta una caduta e sei rovinato.

Ogni mattina si veste perfettamente ed esce per fare un giretto e a comprarsi qualcosa. Prudente, ma sempre attivo.

Dopo quattro anni da quando è rimasto vedovo, ha dato qualche segno di cedimento, così invece che tre volte la settimana mi ha chiesto di andare da lui tutti i giorni. Poi ho iniziato a rimanere anche qualche sera per leggergli le pagine del libro che non riesce a terminare, perché la vista si sta affievolendo. Sono ancora la sua badante a tutti gli effetti: è morto così improvvisamente che il mio contratto di lavoro è ancora in essere. Faccio fatica a parlare di lui al passato, perché dopo tutti questi anni gli sono profondamente affezionata.

L’ho vestito io per l’ultimo viaggio. Ho sistemato tutta la casa e l’ho accompagnato al cimitero per l’ultimo saluto. L’ho conosciuto bene, aveva così tante cose da raccontare che in questi anni ho imparato davvero molto. Aveva il pallino della Storia, così la sera, quando non gli leggevo qualcosa, me la raccontava come se fosse un fatto di cronaca. Era persino divertente, se penso a quanto noiosa mi era sembrata quando andavo a scuola.

Una mattina sono arrivata un po’ più tardi del solito e non lo vedevo girare per casa come ogni giorno, così sono salita in camera da letto e l’ho trovato raggomitolato, voltato di spalle. L’ho chiamato, poi mi sono avvicinata e ho controllato che respirasse. Dormiva, ma capii subito che qualcosa non andava. Ha iniziato così il suo lento declino, che ha vissuto con grande dignità. Da quel momento non sono stata solo la sua badante, ma anche la sua infermiera, per quello che potevo fare. Incredibilmente si lasciò lavare e accudire come un bambino. Non deve esser stato facile per un uomo indipendente come lui, ma le cose capitano un po’ alla volta e ci si adatta per sopravvivere.

Un giorno mentre faceva la doccia scivolò e iniziò a urlare spaventato. Corsi alla porta del bagno e lo chiamai ripetutamente, bussai chiedendo di poter entrare per aiutarlo, non riusciva più ad alzarsi. Dopo molta insistenza, me lo permise. La porta non era chiusa a chiave e io entrai. Presi una grande salvietta lo avvolsi e lo aiutai a rimettersi in piedi. Era così esile, mi accorsi solo in quel momento di quanto fosse leggero e fragile il suo corpo. Lo aiutai ad andare in camera e lo vestii per coricarlo con dolcezza. Lo sentii piangere nel letto; è da quel giorno che iniziò a fidarsi di me.

Ora sono qui davanti a un notaio, accanto a me un signore sconosciuto che mi guarda in cagnesco. Mi hanno convocato perché c’è una lettera da leggere, in cui anche io sono citata. È il testamento. Quel signore è il figlio di cui non ho sentito tanto parlare. Non ho mai visto una foto che lo ritraesse in tutti questi anni, non l’ho mai visto passare dal padre per sapere come stava e chiedere se avesse bisogno di aiuto. Mi sono chiesta dove fosse stato in questi anni e perché tanta indifferenza verso un uomo che aveva così tanto da dare.

Io sono stata fortunata, ho conosciuto suo padre. L’ho potuto accompagnare nella parte finale della sua vita ed è stato un privilegio a cui il figlio ha rinunciato, inconsapevole di ciò che un uomo anziano può ancora donare. Quando chiedevo di lui, Adriano e prima ancora la moglie mi hanno sempre risposto che viveva lontano e che per lavoro non poteva venire a trovarli. Mai una parola di rimprovero verso quel figlio, anche se era facile cogliere nella loro voce un velo di tristezza.

Le parole che seguono sono chiare: al figlio Adriano lascia la quota legittima, il resto tutto a me. Un giorno forse, mi sono sempre detta, avrei avuto una casa tutta mia.

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Orient Express” di Livia Trentini

Finalmente eccomi nel mio scompartimento, un sogno che si avvera!

La prenotazione è stata fatta mesi fa, viaggiare sul Venice Simplon Orient Express ha i suoi tempi e i suoi costi, Venezia-Londra, una sola notte sul più famoso treno che ha iniziato a sferragliare nel 1883. L’atmosfera fa ritornare agli anni ‘20, dove l’eleganza e il lusso non mancavano, il viaggio in queste carrozze frequentate all’epoca da reali, nobili, diplomatici e uomini d’affari – e oggi da persone benestanti – costa parecchio, ma ho voluto coronare il mio sogno. Gli scompartimenti sono rivestiti in preziosi tessuti e i divani questa sera diventeranno un comodo letto, per non parlare della raffinata cucina, non vedo l’ora che arrivino le 13 per poter assaggiare alcune prelibatezze!

Per il momento mi godo la vista della pianura, avremmo dovuto essere in due ma io e la mia compagna ci siamo lasciati un mese fa. Ho preferito prendermi comunque questa pausa, anche se per una sola notte, per immergermi in un’atmosfera d’altri tempi. Il bagaglio è già stato sistemato dall’inserviente, non resta che rilassarmi, anzi… prima faccio un giro per godermi il treno in tutto il suo splendore. Gli scompartimenti sono chiusi per garantire massima privacy ai viaggiatori. Passo davanti a questa fila di porte, una è leggermente aperta e, intravedo un paio di gambe fasciate in collant neri velati con ai piedi un paio di scarpe rosso fuoco con tacco vertiginoso. Mi fermo, ma proprio in quell’istante la porta si chiude. Quell’immagine, però, mi rimane ben impressa nella mente.

Proseguo il mio girovagare, arrivo nella carrozza bar per una tazza di caffè. Le voci si sovrappongono, inglese, tedesco, francese, italiano, e i viaggiatori sono per la maggior parte accoppiati. Sembrano tutti felici, io mi intristisco pensando alla mia ex, ma poi la mente mi riporta a quelle gambe intraviste poco prima. Chissà chi è quella donna… la fantasia galoppa: un’attrice, una manager, un’amante? Rimango immerso nelle mie fantasie ancora per un po’ mentre proseguo il mio girovagare fermandomi di tanto in tanto a guardare il panorama che scorre dai finestrini, l’Italia è proprio bella!

Decido di tornare nel mio scompartimento, entro nella carrozza-bar proprio nel momento in cui dalla porta opposta vedo di sfuggita uscire la donna con le gambe fasciate nei collant neri e le scarpe rosse. Accelero il passo, ma una coppia si alza dal tavolino interrompendo il mio inseguimento. Mi è sfuggita!

Rientro nella mia carrozza proprio nel momento in cui si chiude la porta dello scompartimento della mia “visione”. Sono arrivato tardi. Ci sono ancora tante ore di viaggio, sicuramente prima o poi riuscirò a dare un volto alla Dea che mi ha intrigato. Ormai sono troppo preso, devo, sì devo, proprio vedere chi è.

Dopo alcune ore di massimo relax è giunta il mio turno nella carrozza ristorante, mi accomodo e mi viene servito un aperitivo di benvenuto, un flûte di spumante accompagnato da stuzzichini e dal menu. Piatti prelibati, non so cosa scegliere: carne… pesce… opto per il pesce. Antipasto tartàre di salmone servita con blinis e panna acida, a seguire un raviolo aperto con asparagi e lardo, il tutto innaffiato con prosecco, il mio vino preferito. Termino il pranzo con una crème brûlée e un ottimo caffè. Nel gustarmi il caffè la visione riappare, ma è nascosta dietro un separè in compagnia di un uomo. Riesco a vederle solamente la schiena, nel mio immaginario avrei abbinato gambe e scarpe a un tubino nero invece l’abito è sì nero, ma vaporoso e nasconde le forme, solo le gambe e le scarpe danno una nota intrigante di colore.

Passano le ore e il panorama cambia: paesi, vallate, montagne, laghi la fanno da padroni, come pure i colori e le forme delle case che cambiano in base ai paesi che il treno attraversa, non ci si stanca di osservare questo paesaggio in costante cambiamento.

Dopo il tè delle 17.00, servito nello scompartimento accompagnato da pasticcini mignon e biscotti, è giunto il momento di un’altra passeggiata. Apro la porta e mi scontro con la mia “visione”!

Ma… tu sei Giorgio, il mio compagno di banco al Liceo! Quanti anni sono passati? Forse venti… non ti ho più visto… Quante ne avevamo combinate insieme! Cosa fai nella vita? Cosa fai qui? Come mai sei vestito così? Permettimi di dirtelo: che gambe!” tutto questo mi esce d’un fiato.

Giorgio ride: “Effettivamente sono un po’ cambiato, sono diventato una Drag Queen… non so se hai mai visto il musical “Priscilla, la regina del deserto”, ecco io sono Bernadette una delle interpreti. E la persona che mi accompagna è il mio Manager. Stiamo pubblicizzando il Musical e devo farmi vedere con l’abito di scena… ”

Ceniamo insieme, facendo le ore piccole raccontandoci gli ultimi vent’anni di vita. Ci saluteremo a Londra con la solenne promessa di ritrovarci l’anno prossimo per almeno due giorni di viaggio in treno o in auto. Non si possono scordare cinque anni trascorsi insieme sui banchi di scuola!

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Inevitabile” di Barbara Favaro

La tavolata vociante cominciava a darle sui nervi. Lo guardava parlare fitto fitto, e qualche volta sorridere in quel suo modo, con la donna dal seno rifatto e sguardo rigato dal kajal.

Si trovò a ridere senza sapere perché, il sedicente scrittore intellettualoide, che le stava accanto, insisteva nell’illustrarle la trama del suo ultimo romanzo psicotico, no psichedelico o forse psicotrofico, e lei sorrideva. Si guardava restare lì, come se niente fosse, mentre la sala dell’Hilton la stava scarnificando con il suo acre odore di soldo.

Scusami, ma penso che sia arrivato il momento di andare…” e con un sorriso irreprensibile rivolse un’occhiata di scusa, tipicamente femminile, allo scrittore psicotico, alzandosi e dirigendosi senza esitazioni verso il suo editore, alle prese con un occhialuto fotografo in missione per una rivista dalla copertina patinata e fitte pagine pubblicitarie di alta moda.

Vado”, gli disse puntando lo sguardo sul viso sorpreso

È ancora presto, volevo farti conos… ”

No, vado. Ne ho abbastanza”

Come vuoi, se sei di questo umore tanto vale insistere”

Bravo. Ciao ciao”

Ti chiamo domani”

Sì, sì, sul tardi però” e recuperò il cappotto e l’uscita e l’aria fresca della notte.

C’erano dei taxi nel parcheggio dell’Hotel. Ne avrebbe preso uno e si sarebbe fatta portare a casa.

Aspetta, aspettami!”

La voce alle sue spalle, in un ansimo da corsa fuori programma. Poteva far finta di nulla ma le era già vicino.

Non andartene così… “, le prese il braccio e la fece voltare.

Così come?”, lo guardò dritta

Senza salutare”

Nessuno se ne preoccuperà, tranquillo. Ne ho abbastanza e vado, torna dentro prima di destare sospetti”, gli sorrise. Avrebbe potuto non farlo e tutto sarebbe suonato come un’accusa, con il sorriso il tono si addolciva e le parole scivolavano meglio.

Non è di loro che mi preoccupo”

No, ma dovresti. Buonanotte”

Non mi hai ancora guardato. Non puoi andartene e lo sai”

Quelle parole, sapeva sarebbero arrivate, ma sperava di riuscire a salire sul quel maledetto taxi prima.

L’ho fatto. Eri troppo impegnato per accorgertene.”

Non l’hai fatto abbastanza da incontrarmi, ti ho cercata tanto.”

E guardarlo ora è inevitabile. Tutti e due lì.

Sembri un po’ stanco… come stai?”, la voce più bassa mentre lui le si avvicina.

Sto diventando matto per cercare di starti lontano e come vedi non funziona”

Vieni via con me”

Sì”

Il taxi si ferma davanti a casa. E nel tragitto le parole escono senza spazi, neppure quelli giusti per loro.

Il Canada ti ha fatto bene, sei bellissima”

È l’aria fresca”, sorride, scende dal taxi e lui la guarda in cerca di qualcosa. Dovrebbe dirglielo, dovrebbe…

Devi ritornare alla festa?”

No”

Resti con me?”

Detto.

Lui paga, scende, la prende per mano mentre lei si gira e s’incammina sul vialetto tra il verde.

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Il Professor Moreau” di Rossana Mazza

Il Professor Moreau uscì dal laboratorio di chimica e si chiuse la porta alle spalle. Lo sguardo corse come una biglia lungo il corridoio, fino al piccolo gruppo di persone che si trovava all’altra estremità.

Strike!”, pensò contenendo un sorriso.

L’abito a righe fucsia e viola, leggermente bombato sul fondo ed il collo lungo e sinuoso, della Prof.ssa Dubois dava alla collega l’aspetto di una clava, mentre il trucco artistico degli occhi ben si sposava con la sua professione. Lei, gli era sempre piaciuta, la erre rotolava nei suoi discorsi dando loro un non-so-che di raffinata gentilezza che spesso virava in un tono canzonatorio e scherzoso.

Il Professore di italiano, alto e smilzo, indossava una giacca dalle maniche troppo corte mentre mani scarne sbucavano dai polsini della camicia, un tutt’uno con la borsa consunta come i libri che leggeva. Questi, assieme al Professore di matematica, un tipetto tutto baffi e occhiali, completavano il gruppo che stava confabulando sul portone:

Hai sentito? Insiste con i suoi assurdi esperimenti. Non si capisce dove voglia arrivare, non dice niente a nessuno. La settimana scorsa sembra abbia ricoperto le mura del laboratorio con una sostanza strana e appiccicosa. Una persona così schiva e musona non l’ho mai conosciuta!”, esclamò facendo inarcare le sopracciglia fino ad uscire dalla montatura degli occhiali.

Di sicuro non ama stare con la gente, non so come riesca a entrare in sintonia con la classe. Un vero orso, piatto e per niente poetico!”, disse il Professore di italiano agitando la borsa che teneva in mano.

Orrrsù Signorrri! Diamogli fiducia. Dovremmo cercare di conoscerrrlo di più. Non sappiamo niente di lui… Ssssst! Eccolo che arrriva… buongiorrrno Professor Moreau!”

Gruf… ehm… buongiorno a voi, esimi colleghi!”, farfugliò passando loro davanti in tutta fretta. Il sorriso trattenuto si palesò uscendo all’aria aperta e l’anima si fece leggera: “Non vedo l’ora di vedere i loro visi quando sapranno, ci sono quasi, oggi l’esperimento è andato bene. Ancora qualche prova e poi sono pronto”, pensò allungando il passo. Nonostante la sua corporatura importante, sembrava saltellare, mentre il torace si alzava e abbassava con possenti respiri; una bolla sospinta da un alito di fiato.

Per raggiungere l’Istituto, quella mattina, decise di prendere la strada che attraversava il parco cittadino. Amava il verde degli alberi e dei prati, per lui fonte di ispirazione. Il popolo del parco poi, variegato e ricco di profumi, gli ricordava la sua passione per…

Ops scusi, ero distratto!”, esclamò urtando la persona che procedeva davanti a lui.

Moreau! Che sorprrresa incontrrrarla qui… ”

Professoressa Dubois! Un fiore tra i fiori… ”, disse quasi sussurrando.

Un sorriso compiaciuto si dipinse sul viso della donna:

Chiamami Sara”, disse prendendolo sottobraccio.

Camminando chiacchierarono come mai avevano fatto, sorpresi di quante cose avessero in comune. Lui si dimostrò divertente, intuitivo e con uno spiccato senso creativo, mentre le risate di lei, rivoli d’acqua cristallina, arrivavano dirette alla sua anima. Quel percorso che li aveva trovati colleghi li restituì amici, fu così che arrivati all’entrata, lui prese coraggio e la invitò allo spettacolo che si sarebbe tenuto al teatro cittadino.

Questo è il biglietto d’entrata: poltrona centrale n. 22, io ti raggiungerò un po’ più tardi, ma poi potremo finire la serata insieme, se ti va naturalmente.

In quel mentre arrivarono anche il Professore di matematica e di italiano:

Buongiorno? O no?”, dissero rotolando lo sguardo da uno all’altra.

Stavo giusto dando alla Professoressa Dubois i biglietti per uno spettacolo a teatro… ecco ne ho uno anche per voi. Buongiorno.”

Catturò lo sguardo di Sara, mille parole in un battito di ciglia, si girò e raggiunse la sua classe.

Quella sera i tre amici si sedettero sulle poltrone assegnate, vicino a Sara una poltrona libera. Le luci si abbassarono e un blu fiordaliso illuminò il palco davanti a loro. Le voci si spensero e l’attenzione fu immediatamente catturata. Alla musica il compito di creare l’atmosfera.

Al centro del palco, un uomo, dal viso dipinto di bianco e un improbabile copricapo nero, camminava poggiandosi a un bastone nerboruto, un teschio come impugnatura. L’andatura dinoccolata e una leggera gobba sulla schiena lo rendevano inquietante. L’enigmatico personaggio si fermò di fronte a un grande contenitore fumante. Con movimenti lenti del braccio iniziò a scrivere nell’aria misteriose formule magiche e quando il bastone tuonò sul pavimento immerse la mano nel contenitore per estrarla grondante di un liquido traslucido. Unì quindi pollice e indice, vi soffiò attraverso e una sfera comparve. Leggera poggiava sul palmo della sua mano, e lo sguardo del Mago la scrutava cercando di carpirne la storia. Un gesto repentino e la bolla volò al soffitto, portando con sé gli sguardi ammirati del pubblico. Sulle loro teste un trapezio ondeggiava sostenendo una ragazza filiforme, lunghe strisce di candido tulle come abito, sulla schiena due ali di brina dipinte. Volteggiava danzando come se ci fosse nata sopra quell’attrezzo. L’incarnato roseo, espressione di vita, si irradiava nel vento dondolante.

Il bastone vibrò due colpi sul legno polveroso e una nebbia lattiginosa salì fino a raggiungerla. Lento oscillava il trapezio, e la nuvola di tulle cadde nel vuoto!

Il pubblico sussultò trattenendo il respiro, il Mago fece roteare nell’aria il bastone e più forte fu il suo soffio. Un’enorme bolla, tonda e trasparente salì accogliendo l’Acrobata come un morbido giaciglio. Piano piano, la creatura fu inglobata, il viso sbiancò, la bolla divenne prigione. Ciondolava leggera mentre scendevano a incontrare il palco accompagnate da una musica struggente. Le piccole mani toccavano le pareti trovando resistenza. La magica bolla atterrò sul pavimento, la ragazza intrappolata, seduta con la testa tra le braccia, attendeva il suo destino.

Il Mago l’osservava curioso, il teschio reclamava quella vita senza più via di fuga, girò e rigirò intorno alla gabbia sferica poi – all’improvviso – vi posò sopra le labbra, un lieve bacio e… pufff! La sfera sparì riempiendo il teatro di mille piccole bolle umide, appiccicose e gioiose. Una storia a lieto fine: l’amore ancora una volta trionfava. Per un attimo il silenzio riempì lo spazio dell’intero teatro, poi un applauso liberatorio diede di nuovo vita agli Artisti sul palcoscenico e al pubblico incollato alle poltroncine.

L’Acrobata e il Mago si inchinarono, il cappello volò via mentre il corpo si ergeva a raccogliere il caloroso successo. Un sorriso radioso e carico di mille promesse raggiunse Sara e la sorpresa colorì le sue gote mentre sussurrava:

Professor Moreau… ”

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Smarrirsi” di Bianca Patrizi

«Io lavoro al bar di un albergo a ore. Porto su il caffè a chi fa l’amore… »

Non è esattamente così, ma quasi. Nel senso che spazzo e spolvero e rassetto i vagoni del treno dopo che la locomotiva, con un sospiro fra stanchezza e soddisfazione, lo lascia al capolinea. Lavoro di lena, ma con coscienza, perché mi piace fare le cose per bene; mi dà la sensazione di togliere le tristezze che i viaggiatori abbandonano su quei sedili per ricoprirli con nuove speranze. Una sorta di velo di fiducia che stendo con affetto affinché nuovi pendolari le ritrovino il mattino seguente, magari quando salgono ancora un po’ insonnoliti, ma già stanchi all’idea di affrontare un’altra giornata che a loro appare greve e grigia anche nelle più belle mattine di sole.

«Vanno su e giù coppie tutte uguali, non le vedo più manco con gli occhiali»

E nemmeno questo è vero fino in fondo perché io non vedo i passeggeri, non fisicamente intendo, ma li intuisco attraverso gli oggetti che dimenticano nei vagoni: un libro, una sciarpa, un portafoglio scivolato fuori dalla tasca dei jeans, il tacco di una scarpa e talvolta, spesso purtroppo, il sudiciume che spargono intorno al loro sedile. Non è il vomito che mi indigna, talvolta il bagno è troppo lontano o è occupato, sono le bucce di mandarino, le bottiglie vuote di birra, il contenitore delle patatine fritte o degli hamburger, i leggeri gusci d’arachide con quella pellicina rossastra, croccante e leggiadra che vola dispettosa dove ho appena passato l’aspirapolvere.

Mi chino – toh, guarda! Un bottone dorato e qui, incastrato nell’angolo, un accendino – il cellulare si sgancia, lo riacchiappo al volo sfiorando il tasto sbagliato.

«E il treno corre forte, il treno va lontano e il quadro cambia sempre da dietro al finestrino… »

Come le canzoni che si susseguono nella mia play list.

I treni di oggi sono decisamente più confortevoli di quelli di una volta: sedili imbottiti, aria condizionata d’estate e riscaldamento quando fa freddo, distributori di snack e bevande e velocità assicurata che riduce le attese. Per non parlare dei telefonini che mantengono contatti, prevedono le temperature all’arrivo, informano dei ritardi, delle possibili coincidenze, permettono prenotazioni on line, indicano la via più breve per raggiungere la destinazione una volta scesi dal treno.

Una manna per me che mi perdo nel mio monolocale.

Tutto di corsa, tutto previsto, tutto calibrato, tutto scontato e il più lieve inciampo è motivo di impazienza, di insofferenza, di rabbia.

Dov’ero arrivata? Ah, sì, terza fila.

Chissà come facevano una volta? Come si faceva quando ero piccola io?

Si aspettava. L’autobus, la lettera, la telefonata, la neve a Natale e che gioia alzarsi una mattina e scoprire che tutto intorno era diventato bianco… La meraviglia. Lo scricchiolio sotto la suola delle scarpe. Le palle di neve. Roba d’altri tempi. E l’immagine di quell’ultimo vagone andato in pensione tanti anni fa mi torna in mente e mi ci perdo. No. Mi ci smarrisco.

Buffo, come anche le parole si siano smarrite con l’andar del tempo. Perdersi è molto più moderno. Una parola ridotta nei suoi confini. Smarrirsi spazia e sa di antico. Ho riletto cinque vecchi romanzi di mia nonna e ho contato quante volte l’autore ha usato il verbo smarrirsi in quelle pagine: 57 volte.

«Il cielo che si smarriva nel mare. Incontrò i suoi occhi, si smarrì, tacque all’improvviso. Quando l’azzurro si smarrisce in un delicato colore di perla. Rivedeva i suoi occhi smarriti… »

Perché? Li ha persi?”, mi domanderebbe perplessa mia nipote se mai le parlassi di occhi smarriti. Ma lei è giovane, figlia dei bit, dei bite e dei chip. Non credo nemmeno che troverebbe fascinosa quell’immagine del vecchio vagone vuoto pieno di storia.

I sedili di legno lucidi dall’usura, il supporto dei braccioli e dei porta-bagagli in alto di ferro battuto sagomato, le spesse tendine di stoffa ai finestrini, l’alta portiera con la pesante serratura meccanica e, soprattutto, quelle lame di luce che fendono la penombra del vagone e la esaltano in un gioco di chiaro-scuro che abbaglia o culla dolcemente.

«… e pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo prende il tempo dà… »

Già! Comunque corre, e io sono ancora qui inginocchiata a gingillarmi con i miei pensieri vaganti, ma non riesco a non immaginare le signore nei loro fruscianti abiti lunghi, attillati, le mani guantate, i copricapo con veletta e in mano una cappelliera tonda e ingombrante che certo le impicciava, è vero, ma sicuramente qualche giovane ufficiale le avrebbe cavallerescamente aiutate a riporla sulla retina con un galante: «Permette, signorina… » e un accenno di inchino. Un Conte Vronkskij in piena regola, letale e fascinoso come la Tarantola dalle scarpette rosse che ho visto in una mostra di aracnidi a Villa Alba, se non ricordo male, tanti anni fa. Ero rimasta incantata a fissare quella livrea di velluto nero con la punta delle otto zampette rosse, come intinte nella cera lacca. Lo stesso colore smagliante delle mostrine rosso fuoco che risaltavano con i bottoni dorati sulle uniformi bianche degli ufficiali di fine ottocento, mentre piroettavano in walzer turbinosi provocando nelle loro dame avvolte in veli e pizzi fluttuanti un meraviglioso smarrimento.

«… l’oscurità ci avvolge, prendi il dono che la vita ci porge… »

Dov’ero rimasta?

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Davanti a lei” di Alessandro Tondini

L’amavo alla follia, come in una canzone vecchio stile. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei, mi sarei anche ucciso, forse. Lei mi amava, può darsi, ma non era pazza di me.

«Ti voglio bene, ma non sei un tipo dinamico come vorrei. Sei troppo immobile, sei una certezza, ma non sei quello che cerco», diceva la tr…, diceva Annalisa.

È finita dopo due mesi o poco più e io non mi sono più ripreso.

Prima il trauma, poi l’ossessione. La seguivo, la pedinavo, le telefonavo solo per sentirla rispondere, poi mettevo giù. Stavo diventando uno stalker, la mia vita non aveva più senso e tutto ruotava attorno al mio amore perduto. Forse è perché sono un uomo buono o solo pavido o, più o meno, civilizzato, ma non ho mai pensato di ucciderla e poi uccidermi come va molto di moda. Ma non ce la facevo più. Era finita, finita, finita.

Dimagrivo, piangevo, bevevo, niente droga perché non conoscevo un pusher simpatico. Ero ridotto maluccio, ma non ancora ai minimi termini e a quel punto della storia si riesce a svoltare oppure si cade nell’abisso. Io trovai una terza via.

Lei abitava in una villetta a schiera lungo un viale alberato. Davanti al cancello d’ingresso si ergeva un maestoso tiglio dal tronco rugoso e possente che con le sue fronde faceva ombra al nero asfalto e pure a un pezzo del tetto della sua casa. Era un albero gentile: la proteggeva dal feroce sole estivo e d’inverno si metteva a nudo per permetterle di osservare tutto il viale.

In una notte di luna piena mi avvicinai alla sua abitazione. Mi appoggiai con la schiena al tiglio e rimasi fermo a guardare la luce che usciva dalla finestra della sua stanza. Poco prima di mezzanotte la tapparella venne abbassata. La notte era ventosa e io rimanevo lì, appiccicato a quel tronco conficcato nella terra, inamovibile. Pensai che per sradicare una pianta simile sarebbe servito un uragano oppure un uomo dalla forza erculea, tipo Obelix. Risi. Dato che dalle nostre parti gli uragani sono un evento alquanto improbabile e Obelix è un personaggio di fantasia, realizzai che quel tiglio sarebbe durato a lungo, molto a lungo. Ecco, l’idea che quell’albero potesse stare lì davanti ad Annalisa ogni santo giorno mi sconquassò dentro. La luna diventava sempre più grande e luminosa e il vento aumentava la sua irruenza. L’aria, violenta e fresca, mi sussurrava: «Svegliati, riprenditi, torna sui tuoi passi e ricomincia a vivere». Io non ne volevo sapere, volevo lei, solo lei, nient’altro che lei e, benché fossi consapevole del mio pietoso stato melodrammatico, presi una decisione: non mi sarei più mosso da lì!

Accadde qualcosa: mi sentii sprofondare nel legno del tronco, ruvide scariche elettriche lacerarono la mia pelle, le mie ossa vennero frantumate fino a essere ridotte in polvere, una centrifuga furiosa risucchiò e triturò i miei organi interni. Rimaneva di me solo una parte della mia mente. Non sentivo dolore, solo stordimento, finché persi conoscenza. Mi risvegliai con i primi vagiti dell’alba. Nei miei capelli si era insinuato un uccelletto nero che emetteva monotoni richiami, le mie gambe non rispondevano più, erano pietrificate. Eppure, dentro di me, sentivo una forza inaudita, un’energia incredibile. Avrei voluto urlare, ma non riuscivo a emettere alcun tipo di suono. Percepivo ogni vibrazione, ogni minima variazione di temperatura e di umidità. Mi sentivo come una stazione meteorologica, ma non ero diventato un androide. Ero stato inglobato dall’albero, ero diventato io stesso l’albero. Ero attonito, frastornato, ma felice. Ero lì dove volevo essere, davanti alla sua casa, davanti a lei.

Avevo tutto il tempo del mondo per poterla aspettare, per vedere cosa faceva, quando usciva, quando rientrava, come si vestiva, come stava. Io ero lì e nulla poteva sfuggire al mio controllo. La nuova situazione comportava dei vantaggi e qualche fastidio. La possibilità di stare lì giorno e notte e aspettare il momento propizio per scorgerla era, ahimè, l’unico vantaggio. I fastidi erano di vario tipo: ero esposto al tempo atmosferico, dovevo sopportare le suppliche per il cibo dei pargoli di una merla che aveva nidificato in mezzo ai miei rami e, infine, ogni mattina e sera il mio bel tronco veniva oltraggiato dalle minzioni di Oliver, il simpaticissimo cane bastardo dei vicini di Annalisa. Purtroppo un bastardo di altra fattura divenne ben presto il mio unico problema. Una grossa Audi nera aveva iniziato a fermarsi davanti al cancello di Annalisa. Neri erano anche i vetri e così non riuscivo a vedere chi fosse alla guida. Lei usciva di casa tutta ben vestita e si precipitava all’interno della vettura emettendo graziosi versetti di contentezza. Avrei voluto estirparmi e crollare su quell’auto tamarra riducendola in miseri brandelli di lamiera, ma ero un albero e non potevo fare un bel niente.

Passai tutta l’estate, definita dai cronisti la più calda e siccitosa del secolo, a tentare di scagliare qualcosa contro quella macchina, ma a parte far svolazzare una manciata di foglie ed espellere micro-goccioline di liquido appiccicoso non riuscii a combinare un bel niente. Dopo l’estate dovetti affrontare l’autunno più piovoso degli ultimi trent’anni in cui le mie lacrime si confondevano con la pioggia battente. Il Natale mi regalò la dipartita dell’Audi nera. Annalisa, invece, non se n’era andata e quando usciva non si metteva più in ghingheri. In compenso iniziarono picchi di gelo da record che culminarono in una nevicata epocale. I primi giorni di marzo portarono un poco di tepore e una Porsche Cayenne color canna di fucile che si sistemava proprio al mio fianco. Da questa fuoriusciva un tipo alto, muscoloso, abbronzato e sempre vestito con camicia bianca attillata e jeans sdruciti ancor più aderenti.

«Ecco la mia meraviglia!», sbraitava il ganzo tutte le volte che Annalisa faceva capolino.

Mi sentivo umiliato, frustrato e letteralmente schiaffeggiato, complice la primavera più ventosa di sempre. Dopo un anno ero ancora lì, davanti a lei, ma non ce la facevo più. Era stato un anno difficile, per il morale e… per il meteo. Quando sorse la luna piena, grandiosa e splendente come quella di un anno prima, la supplicai di farmi tornare quello che ero.

Il mattino dopo mi ritrovai ai piedi del tiglio. Accovacciato in posizione fetale, con i vestiti logori, sporco, la barba lunga e i capelli tutti appiccicati. Mi sollevai a fatica e tentai qualche passo sghembo, ma perdetti l’equilibrio e dovetti appoggiarmi al cancello. Annalisa uscì proprio in quel mentre.

Con un misto di stupore, ribrezzo e paura mi guardò e, dopo alcuni istanti, disse: «Oddio, ma Gianfranco, sei tu?»

Guardandola in faccia ringhiai deciso: «No, mai più». Mi voltai e mossi i primi passi sicuri. Non ero più davanti a lei, ma avevo tutta la vita davanti.

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“La donna del Faro” di Sabrina Angiolilli

Quella sera, come tante altre: una giornata lavorativa alle spalle, temperature torride, una parola detta con un tono sbagliato e… il copione che si ripete, come se modificare anche solo una pausa o un respiro, potesse innescare meccanismi sconosciuti e imprevedibili.

Basta, questa volta è davvero finita, vado a vivere in un Faro”, dissi sbottando furiosa.

Sì, ti vedo come custode di un faro, sopratutto quando indossi il tuo paio preferito di scarpe rosse… da editrice a custode con i tacchi a spillo”, rispose Davide sghignazzando. Umorismo becero pensai e mi rinchiusi nel mio mutismo.

La mattina dopo, aprendo il giornale, vidi un annuncio che parlava della possibilità di prendere in concessione un Faro. Incredibile! Senza pensarci, fomentata da un impeto sconosciuto, mandai subito la mia candidatura e un attimo dopo l’invio ero già ripiombata nell’automatismo gestuale di una vita ormai vuota. Vuota fino alla tarda mattinata, quando l’arrivo di una mail mi confermò che avrei potuto prendere possesso del Faro! Non ci misi molto a preparare le mie cose, un’unica valigia, conteneva tutta la mia vita e… stranamente le mie scarpe rosse.

Arrivai presto quel giorno, per prendere confidenza con il luogo, e proprio in quella prima mattina sentii una voce proveniente dal mare, era un pescatore:

È lei la nuova custode del Faro? La donna del nord?”

Sì“, risposi.

Strano una donna nel Faro”, replicò il pescatore

Le ricordo che il Medioevo è passato da un po’ e al nord le donne guidano anche i tram”

No… è che… mai una donna…”

Non capisco, cosa vuole dire”

Un giorno… forse”

Non avevo voglia di indagare, girai lo sguardo verso il cancello e notai la presenza di una donna con un libro in mano che cercava di richiamare la mia attenzione:

Buongiorno, le serve qualcosa?”, chiesi.

In realtà sarei venuta per la mia ora di lettura nel Faro”

Non capisco… ”

Ogni giorno da un anno vengo qui… non la disturbo, salgo in cima, leggo e poi sparisco”

Mi sembrò strano, avevo capito che nessuna donna prima di me era entrata in questo Faro, ero in totale confusione.

Da quel momento ogni mattina lo stesso copione, il pescatore che dal mare ripeteva ”Un giorno… forse” e la donna che continuava con la sua ora di lettura nel Faro.

Fu proprio la voglia di chiarirmi le idee, che mi portò dentro quella stanza ad aprire quell’armadio. Tra tanti vestiti maschili spiccava un colorato abito da donna con un paio di scarpe identiche alle mie e la cima di una barca. La cima e un abito, il pescatore e la donna: sentivo che era in questo legame che avrei trovato la risposta alle mie domande. Nel frattempo la confusione aumentava e proprio per questo un giorno decisi di spiare la donna. La vidi dirigersi all’armadio, prima di salire, prendere il vestito e le scarpe e, una volta giunta in cima, declamare qualcosa e buttare l’abito e le scarpe in mare.

Tornata giù, aprì il libro e lesse:

O mare, mare inquieto una cosa ti chiedo, togli il velo a questa realtà, per amore della verità”.

Quando mi vide, cercò di spiegare: “Questo è un mantra… questo luogo è sacro… ora ha riconquistato il suo potere”.

Non capisco”, risposi confusa, “puoi essere più chiara?”.

Questo Faro è stato costruito sul Tempio di Ara. A quell’epoca non era un edificio, ma un cerchio di tredici donne che, ogni notte, in questo luogo creavano un altare simbolico offrendo in dono versi, parole e scritti al mare. Lo scopo era portare amore e guarigione alla Terra. Per arrivare su questo isolotto, però, serviva una barca e un uomo. Fu scelto un pescatore, unico uomo a cui veniva permesso di assistere al rito, che doveva avere un legame con una delle tredici donne. Nel tempo tanti pescatori si susseguirono, fino a quando uno di loro finì con il rivelare il segreto alla comunità. Così, per allontanarle da questo luogo, fu costruito un Faro che fu vietato alle donne. Questo durò fino a un anno fa, quando entrando qui per curiosare, vidi sotto una cima un foglietto con scritto: un vestito devi portare, delle scarpe indossare e tutto nell’armadio collocare, una donna arriverà, quando l’ultimo mantra risuonerà”.

Ero allibita, non sapevo cosa dire, quindi la donna continuò: “Ora prendi questo libro, tu sai cosa farne. Dimenticavo… il pescatore è mio marito”.

Sparì tra i fasci di luce di una giornata torrida, e io come quella mattina in cui tutto questo ebbe inizio, mossa da uno strano impeto, presi il telefono e chiamai la casa editrice per annunciare che avevo un nuovo libro da pubblicare: ”Il tempio di Ara”. Quindi afferrai le mie scarpe rosse e le portai sotto un Nocciolo, sicura che il tempo e gli agenti atmosferici avrebbero fatto il resto.

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Funerale” di Barbara Favaro

Lo zapping forsennato di quella notte era stato interrotto dall’urlo di “Anarchy in the UK”.

Rotten. Funckin’ Rotten, borbottò mentre un lungo sorso di vino da poco gli scendeva nella gola per riempirgli lo stomaco già piuttosto pieno. Avrebbe voluto la sua batteria lì, in quel preciso istante, per spaccare la notte dei vicini ordinari.

Punk’ll never die, borbottò con un nuovo sorso.

Il cellulare squillò per l’ennesima volta e ancora non erano le 11 di quella sera da riempire come lo stomaco, come la testa, come le mani. Non doveva darla via la batteria, ma dove cazzo erano finite le sue bacchette? Non se le era vendute quelle, ne era sicuro. Quasi. Sì, insomma, sicuro all’80%, una percentuale onorevole considerando il periodo che stava passando. Se l’era venduta a un terzo del prezzo di mercato.

Fuck off Rotten!

Fece volare il cd dall’altra parte della stanza, poi si ricordò che il cellulare aveva suonato. Visualizzò la chiamata persa. Brian. Che cazzo voleva ancora? Lo richiamò.

– Che c’è?

– Dai vieni qui, ti stiamo aspettando

– No, non stasera

– Dai, ti fai un paio di birre e poi te ne torni a casa

– No, cazzo Brian no

– Ma cosa cazzo dei fare?

– Un funerale

– E che cazzo di funerale è?

– Del mio pesce

– Vuoi dire che Hughie è schiattato?

– Sì, fottutamente morto

– Ah. Mi dispiace Amico mio. Va bene… vuoi che venga lì?

– E che cazzo ci vieni a fare? È un pesce, mica mia madre!

– Sì, hai ragione, allora ciao… ti chiamo domani

– Sì, ok… a domani… ciao… ah, salutami tutti

Buttò il cellulare sul divano e quello rimbalzò finendo sul pavimento, sotto il divano. Si chinò a raccoglierlo, si allungò con il braccio teso al massimo finché toccò qualcosa che, stranamente, riconobbe. Le bacchette. Rise di gusto.

L’aveva detto che l’80% era una fottuta buona percentuale. Oh, yeah! Prese i Clash e cercò la sua preferita, “Rock the Casbah”. Iniziò a picchiettare su ogni cosa fosse degna di essere picchiata. Sorrise soddisfatto, non aveva perso il tocco. Si concentrò sul pezzo e diede l’anima per tre minuti. Si concesse una pausa e un sorso. Guardò il corpo esanime di Hughie nel lavello, ancora intatto nonostante i tre giorni di decesso. Era stato un incidente. Ma non è che un dannato pesce rosso viva per sempre, no? Un incidente può succedere a tutti. La vita è breve. E piena di sorprese. Come quella volta che aveva dato una craniata allo skinhead sbagliato e si era lacerato l’occhio, fucking bastard, quella volta era sicuro di averlo perso quel suo cazzo di occhio. Ma lui era uno che si riprendeva in fretta.

Hughie era stato un po’ sfortunato e un po’ deboluccio. Forse era da qualche giorno che non gli dava da mangiare. Non ricordava. E poi l’acqua era abbastanza lercia, forse era già morto ancor prima che lui sbattesse la boccia di vetro contro il muro. Forse non era stato il trauma cranico a farlo crepare, forse era già morto per mancanza di cibo. Anyway, sempre di un incidente si trattava. Esistono migliaia di tipi diversi di incidenti nel mondo. Non è colpa di nessuno. E lei poteva anche restare. Nessuno l’aveva obbligata ad andarsene. Non era colpa di nessuno. La vita è piena di sorprese.

Fuck off girl!

Un sorso lungo e poi un altro e poi un altro ancora. Alla tua salute Hughie! Alla tua salute donna, ovunque tu sia…

E ne aveva abbastanza anche dei Clash. Cambiò cd. “Why does my heart feel so bad?”, cantò quella voce nera, e lui si girò verso il suo letto e la vide ancora lì sotto le lenzuola che lo guardava e gli chiedeva di stendersi accanto a lei. Lui pensava che era bella come un sogno.

Fuck off Moby-bastard!

Rimise su i Clash.

– Time for funeral, Hughie!

Lo raccolse con cura e lo tenne nel palmo della sua mano. E con le note di “Should I stay or should I go?” (canticchiando come si conviene) tenne il passo diretto verso il gabinetto. Accese la luce che lo colpì alla testa come un pugno. Barcollò e si appoggiò al muro con un tonfo. Strinse il pugno e il corpo di Hughie si stritolò un po’, come una spugna. Aprì di scatto la mano, terrorizzato.

– Ti ho fatto male?

Hughie non rispose, ma come una spugna ritornò alla sua forma originaria.

– Ti ho fatto male baby? Mi dispiace, non volevo, non volevo che te ne andassi. Volevo che la nostra fosse una famiglia. Avremmo potuto fare una fantastica festa con tutti gli amici… poteva essere fantastico…

Si inginocchiò davanti al WC con il palmo aperto e Hughie più morto che mai. I suoi occhi appannati, è la vita, le dannate sorprese della vita. Se solo lei avesse aspettato qualche giorno prima di andare, lui avrebbe potuto fare qualcosa per farsi perdonare.

Fuck off bloody woman!

Si asciugò gli occhi con il braccio libero.

– The speech now!

Guardò Hughie e lo ricordò felice nella sua boccia, lo rivide nuotare agilmente tra le piantine di plastica verde fosforescente. Dopotutto la sua era stata una bella vita. Tranquilla, senza problemi. Una vita onorevole. Sì.

– Sei stato un buon amico Hughie…

Lo disse con il cuore. Gli sembrò sufficiente. Dalle sue parti contavano poco le parole, contavano i fatti. Si alzò in piedi, tese il braccio con il palmo in alto sopra la tazza.

– Rest in peace my friend…

Rovesciò il palmo e Hughie volò giù.

– Bye bye!

E tirò lo sciacquone. Svuotò la vescica. Ritornò in cucina. Svuotò anche la bottiglia di vino da poco. Prese le bacchette e si buttò sul divano. La vide sorridergli mentre usciva da casa dandogli appuntamento per la mattina seguente. Era bella. Come un sogno.

Il cellulare suonò ancora e ancora, ma non se ne accorse. La sua notte era finita.

 

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Le vie del Signore” di Marcello Rizza

Dolce è sentire, Signore, come il mio cuore sia gonfio di amore e bellezza sebbene nuove ruote scorrano lungo la via, nuove gambe spingano verso la meta, siamo vicini a Roma. Signore, ora so. Non capii il Tuo disegno, la prova, il crudele col miele come un piatto agrodolce della mia terra d’origine.

Due anni prima, partiti in quattro da Canterbury, moderni novizi in un percorso dal sapore antico, dopo quattro settimane eravamo già alle porte della Città Eterna, avremmo ricevuto l’indulgenza plenaria. Miglior preparazione prima dei voti sacerdotali non avremmo potuto studiarla. Il Rettore, poco propenso alle mattane giovanili, indugiò a intercedere per noi col Vescovo, volevamo percorrere la Via Francigena come i pellegrini nel Medio Evo. Quando l’alto prelato ci convocò alla Curia annessa alla Cattedrale di San Lorenzo, la primavera alle porte, i profumi delle spezie di Sottoripa e le navi mugghianti in porto, ci accolse semplicemente, vestito con un impeccabile clergyman, con una soluzione già pronta incredibilmente moderna per dei Francescani. A piedi avremmo impiegato cinque mesi, troppo, la preparazione agli esami di teologia era importante. Avremmo potuto partire in bicicletta! In bicicletta! E sarebbero bastate quattro settimane.

Le gambe viaggiavano e le ruote giravano, tra forature, grandinate e guasti eravamo comunque entro i tempi previsti, ancora due giorni e saremmo arrivati a San Pietro. Ero pervaso da entusiasmo, infervorato d’amore per Te, guardavo il cielo e le chiare stelle, la madre terra con prati, frutti e fiori. Cantavo quella canzone, le parole francescane le facevo mie nell’attraversare le campagne profumate di primavera, dipinte di more e lavanda.

E poi caddi. Mi risvegliai all’ospedale di Viterbo due mesi dopo l’incidente. I medici mi parlarono di una seria commozione cerebrale risolta e di una lesione alla colonna vertebrale, non avrei mai più camminato. Passarono altri mesi, l’inverno stava fuori dalla finestra d’ospedale e dentro il mio cuore. Non cantavo le Tue lodi, Tu lo sai che ho dubitato sulla fede, sul Tuo disegno, su di Te. Ti ho odiato, ho accettato che sei imperscrutabile, ma la Logica Divina è dura da osservare a fronte a certe prove. Mi ritrovai capovolto, un agnello sacrificale sgozzato e appeso per le zampe.

Arrivò lui, inaspettato. Lo avevo incontrato in seminario da adolescente, veniva dalle missioni, si presentò timido: Giustino Kouyaté. I suoi occhi color cerbiatto erano bellissimi e quando mi chiese se potesse toccarmi il volto, solo allora capii che era ipovedente. Non mi disse che ero bello: ”Sei buono, ti vedo ora”. Quel pomeriggio stavo suonando con la chitarra “Dolce è sentire” di Baglioni, eravamo all’aperto, il sole era caldo. Mi stava vicino e mi ascoltava cantare assorto, a far sua la musica e le parole. E poi si alzò, si tolse la tunica da seminarista, restò in mutande mostrando un corpo scurissimo, magrissimo di passati stenti, e cominciò a ballare elegante al suono della mia chitarra, un ballo tribale che aveva qualcosa di sensuale. Continuai a cantare e lui ad africanizzare Baglioni, l’Altissimo, la Bellezza. Con Te, con la Natura, con l’entusiasmo adolescente vivemmo quel momento magico e ci abbracciammo, rimanemmo così per parecchi minuti. Prima della sua partenza passammo assieme tanto tempo, ci promettemmo amicizia eterna confidando nel Tuo disegno, Signore. Tornò in Africa a studiare, sarebbe rientrato in Italia per studiare teologia, ma sarebbero passati anni, ci perdemmo di vista.

Quando lo rividi in ospedale non lo riconobbi immediatamente, poi disse: ”Posso toccarti il volto? Chissà come sei cambiato!”.

E li proruppi: “Giustino! Giustino… tu!”.

Feci il gesto di scendere dal letto per andare ad abbracciarlo, ormai non lo facevo quasi più, l’entusiasmo scemò in un secondo. Colse immediatamente, si avvicinò al letto, mi toccò il volto: ”Non sei cambiato, sei buono”, e mi strinse forte a sé.

Il suo corpo era ancora asciutto, gli occhi erano sempre quelli, belli, i capelli corti con una stranissima treccina dietro la nuca, un ciuffo mai tagliato che doveva avere un significato d’Africa. Vestiva una camicia bianca, dei jeans, sandali senza calze. Parlava perfettamente l’italiano, ne aveva fatta di strada. Mi raccontò dei suoi dubbi, della sua omosessualità, che ora lavorava in ufficio per conto di una ONG con sede a Roma, non guadagnava molto ma gli bastava per vivere dignitosamente. Io spiegai a lui che in procinto di prendere i voti rimasi paralizzato e che non mi sentivo più vocato al sacerdozio. Raccontai che una cosa in fondo superflua come quella di essere a un passo da Piazza San Pietro senza aver potuto compiere l’impresa mi ferisse, non riuscendo a comprendere la prova a cui mi stavi sottoponendo. Perché in questo modo? Perché togliendomi l’uso delle gambe?

Nei successivi mesi venne a trovarmi ogni sabato e domenica, ogni volta mi toccava, mi accarezzava il volto e ripeteva: ”Sei buono”, parlavamo del più e del meno. Lo aspettavo, aspettavo il sabato e la domenica.

E poi un giorno mi disse: ”Tra poco uscirai dall’ospedale, che ne dici di fare assieme la Francigena?”.

Lo guardai stupito: “Giò, sono un paralitico, non potrò mai più andare in bicicletta”.

Sorrise: ”Ho già pensato a tutto. Partiremo da Viterbo, ho gambe africane che sapranno spingere una carrozzina”, e ancora sorrise.

Ero esterrefatto: “Giò… “.

E allora proseguì: “Andrea, guarda che mi occorri, dovrai descrivermi la campagna e i luoghi che incontreremo e nel mentre canteremo Dolce è sentire. Vedi di impararla a memoria”.

Poco convinto, col tono di chi non ci crede dissi: “Sì, certo, e magari ci portiamo dietro la chitarra”.

Andrea, non scherzo, arriveremo assieme a San Pietro”, e dopo un attimo aggiunse, “Dio lo vuole”.

Dio lo vuole? Mi ritrovai ancora capovolto, stavolta non come un agnello sacrificale, stavolta come il pipistrello che dorme a testa in giù perché è la sua natura. Ora ho capito Signore, Tu ami e promuovi qualsiasi amore. Tu volevi che raggiungessi San Pietro con Giustino, che non hai mai smesso di amare, e non hai smesso di amarmi.

Le gambe spingono potenti, le ruote della carrozzina aggrediscono la strada bianca, cantando e scorgendo da lontano la cupola impariamo ad amarci sempre più intimi, per ora siamo ancora amici, ma è dolce sentire come nel nostro cuore ora umilmente stia nascendo amore.

 

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“In viaggio” di Elda Cortinovis

Il treno era partito ormai da qualche ora. Elsa distolse lo sguardo dal finestrino e frugò nella borsa in cerca del biglietto; insieme estrasse una fotografia che portava sempre con sé, l‘unica che ritraesse lei con Luigi e Pierre. Due giovanotti sorridenti con al centro una ragazzina smilza, occhi neri e profondi puntati dritti nell’obiettivo. La mano di Pierre appoggiata sulla sua spalla. Era stato molto tempo prima, nel giardino di casa; una bella polaroid, ricevuta per il suo compleanno, aveva immortalato quell’attimo. Luigi aveva conosciuto Pierre a Ginevra e lo aveva invitato a fermarsi qualche giorno da loro. Lo aveva presentato alla famiglia e Pierre con la sua esuberanza aveva conquistato subito tutti. Tutti, tranne il padre sempre diffidente e ostile alle novità. Per Elsa fu un’infatuazione e ripensare a ciò che quella mano posata sulla sua spalla aveva scatenato in lei, ora, la faceva sorridere. Un’intera notte sveglia a fantasticare. Lei e Pierre insieme, Pierre che la cingeva a sé, Pierre che la portava via da quel paesino in Val Maggia, che già allora dodicenne le stava stretto.

Elsa guardò nuovamente fuori dal finestrino. I filari di alberi scorrevano veloci; sullo sfondo, le cascine sparse nella campagna le ricordavano la sua casa d’infanzia. Entrava sempre dalla cucina che dava sul cortile, dove il grande camino era il punto di raccolta di tutta la famiglia nelle sere d’inverno. Il salotto non le piaceva, sua madre si ritrovava qualche volta con alcune amiche a prendere lì il tè. Tutti i suppellettili in ordine, i centrini a uncinetto a ricoprire i mobili, le tende inamidate sembravano attendere sempre un ospite e a lei pareva un luogo privo d’intimità. Non era lo stesso per le camere da letto al piano di sopra, collegate da un lungo corridoio che tante volte era diventato la pista per le gare di scivolata con i suoi fratelli. Ma la stanza che ancora oggi, a ripensarci, la turbava come allora era la mansarda, una volta un sottotetto pieno di ciarpame, poi diventata la stanza “segreta” di suo fratello Luigi.

L’Artista, come lo chiamavano in famiglia, si rifugiava in quello spazio impenetrabile e lì, stregato dalla pittura, perdeva la cognizione del tempo. Elsa lo ammirava, qualsiasi cosa raccontasse ne era affascinata e lo ascoltava in religioso silenzio. Luigi si beava di essere così adorato dalla sorella, ma ciò nonostante il divieto di entrare nella sua stanza valeva anche per lei. Era gelosissimo di quello spazio, si doveva concentrare e nessuno poteva disturbarlo. Così Elsa dapprima cercò, con un po’ di fantasia, di immaginare quale segreto egli celasse e fantasticò su grandi tele colorate che coprivano porte segrete. Poi cercò di circuirlo, per poter dare almeno una sbirciatina, infine divenne una vera ossessione. Così una sera decise di salire in mansarda. Conosceva bene quella scala e sapeva che solo un gradino era particolarmente scricchiolante, se non si era abbastanza cauti da posare il piede a lato e non al centro. Si fermò davanti alla porta e avvicinò l’occhio al buco della serratura. Intravvide sulla tela un busto maschile abbozzato e suo fratello, con un camice coperto di schizzi di colore, che compariva e scompariva alla sua vista. Il cuore le batteva all’impazzata e temeva che Luigi potesse sentire il suo respiro affannato.

– Elsaaa, – gridò la madre dalla cucina – vieni ad apparecchiare la tavola. Come risvegliata da un sogno distolse lo sguardo dal buco della serratura e scese svelta le scale.

Nessuno si azzardava ad entrare in quella stanza, neppure la madre che aveva sempre messo sul piedistallo quel fratello maggiore, tanto sensibile e intelligente, a discapito degli altri due maschi, che non avendo una gran voglia di studiare, erano stati messi a lavorare nell’impresa edile del padre. Ancora oggi, ripensandoci, questa predilezione della madre per il fratello, la faceva arrabbiare.

Cullata dal movimento del treno ripensò allo sguardo severo di sua madre che la zittiva, quando le chiedeva perché non intervenisse a far aprire quella stanza. Fino a quando un bel giorno, accadde l’impossibile. Luigi, addolcito da una serie di adulazioni, frutto dell’innata tattica femminile, invitò Elsa ad entrare e le affidò i pennelli da lavare. Lei ne fu onorata ed eseguì quel compito con una precisione e una dedizione tale da conquistare definitivamente la fiducia del fratello. Poi era arrivata l’estate, quella della fotografia. Lei innamorata di Pierre seguiva Luigi e il suo nuovo amico ovunque, ma loro erano più grandi e spesso se la svignavano, per non essere seguiti da quella sorella un poco appiccicosa. A fine estate quando Luigi decise di partire, fece scivolare nella tasca di Elsa la chiave della stanza:

Mi raccomando, sorveglia il mio studio, pulisci i pennelli e non toccare altro!

Quella sensazione di orgoglio per essere stata la prescelta, Elsa non la dimenticò mai. Al ritorno dal viaggio Luigi però era cambiato, rivolle la chiave indietro e non le permise più di aiutarlo né, peggio, di entrare nel suo atelier. Cos’era accaduto? Perché suo fratello era diventato così schivo e introverso? Pareva turbato per qualche motivo. Elsa non se ne dava pace.

Fu così per un anno intero. Una sera, mentre aiutava la madre in cucina, sentì il fratello bisbigliare al telefono, non riusciva a captare nessuna parola, tranne alla fine:

Sì, Pierre, ti aspetto.

Troppo sale finì nelle verdure, troppo formaggio nel riso, lo sguardo imbambolato.

Elsa non vedi che la brocca è già piena. Dove hai la testa! Veloce che tuo padre e i tuoi fratelli stanno per tornare e si mangiano anche le gambe del tavolo, se non è pronta la cena.

In camera cercò la polaroid scattata due estati prima e l’appese al muro vicino al letto. La sola idea che Pierre tornasse le faceva vibrare tutto il corpo, che ora, tra l’adolescenza e l’età adulta, rivelava una sensualità acerba.

Il treno si fermò bruscamente, Elsa sobbalzò era così persa nei suoi pensieri che non si era accorta di aver viaggiato parecchio. Quando il treno ripartì fu travolta nuovamente dai ricordi.

Quella sera era in camera a leggere, era piuttosto tardi e avvertì dei rumori provenienti dalla mansarda. Le sembrò strano che Luigi e Pierre fossero rientrati, perché non li aveva sentiti. Decise così di salire a controllare, speranzosa di poter stare con loro. Ma una volta in cima alle scale anziché bussare restò immobile per qualche secondo. Si chinò e come aveva fatto da bambina guardò attraverso il buco della serratura. Ci sono cose che non si devono fare, tra queste spiare. Ora lo aveva imparato. Allontanò il viso di scatto, trattenne il fiato e indietreggiò come se avesse visto il diavolo. Per non cadere dalle scale si aggrappò al corrimano, poi si girò e, sconvolta, scese come una furia. Inavvertitamente appoggiò il piede su quel penultimo gradino, che puntuale scricchiolò. Si bloccò all’istante. Un silenzio surreale aleggiò in tutta la casa, un silenzio assoluto che le sembrò avvolgesse l’intero mondo. Poi riprese rapida la discesa e si chiuse in camera e versò lacrime, come un fiume in piena. Un pianto di rabbia e delusione, misto a incredulità. La mattina sentì discutere, alzare la voce, sbattere le porte, ma non uscì fino all’ora di pranzo. La madre disse che Luigi era partito. Non era una partenza come le altre, quando per lo studio andava a Ginevra e tornava sempre dopo poco. Quella fu una partenza definitiva.

Di cosa fosse successo in mansarda, di cosa avesse visto e del motivo di questa partenza così repentina di Luigi con Pierre, non se ne parlò mai. Ricordava però lo sguardo adirato del padre che da quel giorno, non pronunciò mai più il nome di suo figlio Luigi. Passarono diversi anni, Elsa era diventata donna, aveva lasciato la Val Maggia, per sfuggire agli ostinati mutismi e liberarsi dalla stretta di quel mondo ed era andata a vivere a Milano. Aveva studiato, lavorando e aveva preso la sua strada.

Quando il treno arrivò alla stazione di Parigi, raccolto il suo bagaglio Elsa avvertì un fremito che le scese fino alle gambe e dovette inspirare profondamente, per non farsi sopraffare dall’ansia. Poi scese dalla pedana e guardò in cima ai binari. Tra la folla frenetica scorse Luigi e Pierre, mano nella mano, con un sorriso accogliente, di quelli che ti fanno sentire subito a casa. Finalmente era arrivato, almeno per loro tre, il momento della riconciliazione.

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.