SOLITUDINE (11)_Giorgio Matteotti

Beata solitudo, sola beatitudo

Non sono mai stato né un misantropo né tanto meno un misogino, ma mi è molto difficile definire in modo corretto il mio sentimento nei riguardi di tutto il genere umano: non odio nessuno al mondo.

Il fatto è che la cosiddetta gente, sia uomini che donne, mi dà soltanto fastidio. E’ una sensazione strana e indescrivibile, che non sono mai riuscito né a comprendere né a definire. Il fatto è che in mezzo ai miei simili mi sento a disagio. Non sono solo gli eventuali spintoni o gli urti involontari a disturbarmi, ma è la presenza di altre persone attorno a me che mi ha fatto sempre sentire limitato nella libertà personale.

Da 5 anni i miei genitori sono passati a miglior vita e, a 25 anni, sono solo al mondo.

Oggi, però, un avvenimento improvviso e inaspettato ha sconvolto il trantran della mia vita, facendomi ricredere su idee che ritenevo essere pilastri indistruttibili e basilari del mio modo di essere.

Sono stato invitato al matrimonio di un collega d’ufficio. Non potevo rifiutare, per ragioni di opportunità e, anche se malvolentieri, ho dovuto partecipare all’evento.

Ho sopportato fino allo spasimo tutta la cerimonia fino al fatidico “Sì” e poi ho dovuto partecipare al banchetto che si è protratto fino a sera inoltrata.

Era ormai buio e, essendo vicino a casa mia mi sono incamminato a piedi. Passando su un ponte, sotto cui nereggiavano le acque dell’Arno, mi sono imbattuto in una ragazza che stava per buttarsi nei flutti vorticosi. L’ho convinta a non mettere in atto il suo gesto insano e l’ho invitata a casa mia. Non so cosa mi abbia spinto a farle un simile invito, Con mia sorpresa, ha accettato di buon grado. Forse aveva bisogno di compagnia. Che compagnia poteva trovare in uno come me, era un mistero, ma oramai il dado era tratto.

La notte passò senza novità di rilievo, lei nel mio letto e io sul divano in soggiorno, ma il giorno dopo, non so come, mi ritrovai fidanzato ufficialmente.

Da allora tutto, quasi a mia insaputa, si svolse come in un sogno e mi ritrovai marito felice in viaggio di nozze con Maddalena.

La mia vita trascorse tranquilla tra lavoro e famiglia per un’infinità di anni.

Di figli neanche l’ombra, non so per colpa di chi.

Io sono stato un bravo marito e credo che Maddalena abbia fatto una vita felice con me. Almeno lo spero, perché lei non me l’ha mai detto. Tra di noi c’è sempre stato e c’è tuttora soltanto formalismo e di discorsi seri non ne abbiamo mai fatti. Non abbiamo amici e il nostro mondo inizia e finisce tra le quattro mura domestiche.

Il mio racconto sarebbe dovuto finire qui, ma devo fare un’aggiunta: tre giorni fa Maddalena ha avuto un incidente d’auto ed è volata in cielo senza aspettarmi.

Dopo il funerale e la cremazione, da lei desiderata, mi sono ritrovato solo come prima di sposarmi e senza un erede che continui la mia stirpe.

Così il cerchio della mia solitudine si è richiuso, nella completa indifferenza di tutti gli altri.


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SOLITUDINE (10)_Rossana Mazza

È già mezzogiorno passato quando Paola rientra a casa. Meccanicamente accende la televisione e subito le parole riempiono il silenzio. Appende il cappotto, sistema la borsa e si dirige in cucina. Un minuscolo rettangolo colorato, un piatto, un bicchiere, le posate. Un posto. Riempie il piatto e si siede. Distratta porta la forchetta alla bocca, mentre il suo sguardo raggiunge la finestra. Per strada nessuno. Una leggera nebbia aleggia a mezz’aria, il cielo plumbeo riflette una luce fredda e grigia che raggiunge il suo cuore. Una lacrima cade.

“Forza Paola”, la riprende la mente, “facciamo un programma della giornata: passare in ufficio, andare in Comune… Il corso! Oggi hai la lezione di yoga, Sara, il Maestro, Marco…”, un timido sorriso si affaccia; corre a preparare la borsa. Questa sera non sarò sola.

Le luci sono già accese per strada, l’aria fredda entra nei polmoni dando una sferzata di energia. Dalla curva, vicino alla chiesa, sbuca la mitica due cavalli gialla di Sara, un cenno della mano e Paola si ritrova sprofondata nel sedile, travolta dall’esuberanza dell’amica.

“Ciao, Pa! Pronta per la lezione? Il Maestro aveva promesso una lezione speciale, non vedo l’ora e tu?”

“Si anch’io!”

Respiri, movimenti lenti, pensieri che svaniscono, menti libere, questa la lezione e poche parole per ognuno prima di lasciarsi.

Paola è l’ultima, le piace osservare le schermaglie tra i compagni. Il maestro si avvicina e appoggiandole il braccio sulle spalle dice:

“Non sei curiosadi sapere cosa ho da dirti?”

“Certo!”

“Ti ho osservata in questi mesi e penso che tu sia una persona speciale, una persona che sarà sempre sola un…”

Paola scioccata, il cuore a cento, strappa l’abbraccio e corre via senza più ascoltare. Una corsa incontrollata. La sciarpa sbatte scomposta, la giacca slacciata, accaldata e senza fiato, rincorsa da bianchi sbuffi di fiato, si ferma. Si piega a metà, poggia le mani sulle ginocchia, cerca di riprendere il controllo del respiro, delle emozioni. Lacrime brucianti scendono incontrando le gote arrossate. Nelle orecchie le parole del Maestro battono all’unisono con il suo cuore. Tum tum tum. Lenti riprendono i passi e senza rendersi conto si ritrova sotto casa. Un’ombra scura le va incontro, è Sara. Senza dire niente l’abbraccia, la riscalda. Solo dopo dieci lunghi minuti è tempo delle parole.

“Perché sei scappata? Dovevi ascoltare fino in fondo il Maestro.”

“Mi ha detto che sarò sempre sola ed io non voglio!”

“Nella filosofia yoga essere soli significa essere forti, bastare a se stessi è una cosa bella, capisci?”

Sgrana gli occhi, le parole penetrano e si spandono come un respiro positivo. Tum tum tum batte il suo cuore come se dicesse: “Sono qui! Siamo insieme”.

Poggia la guancia sul petto di Sara, il lieve movimento la coccola, tum tum tum dice il suo cuore.

Una nuova consapevolezza, non sono sola.


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SOLITUDINE (9)_ Elda Cortinovis

– Un chilo di mandarini, due limoni e tre mele, grazie.

– Golden o …? – Golden vanno bene… le arance sono trattate o naturali?

– Naturali, Signora! Vengono dalla Sicilia! Cinque chili cinque euro… – Vanno bene 10 chili, da spremere. Grazie.

La merce era ben esposta, frutta tutta da una parte, verdura dall’altra. Ogni venerdì il camion arrivava alle 8 e sostava fino alle 7 di sera. Anche se giungevi all’ultimo momento c’era sempre bella merce da acquistare. Erano in tre a servire, non si faceva mai la coda. Era tardo pomeriggio. Mentre controllava il peso delle arance sulla bilancia, Michela si accorse dell’altra donna che faceva la spesa contemporaneamente a lei. Ad ogni verdura scelta rifaceva i conti e diceva ad alta voce:

– Devo stare in questi venti euro. Non ne ho di più questa sera.

Michela proseguiva la sua spesa:

– Mi dia due carciofi, sembrano belli.

– Freschissimi, dalla Calabria. Li prepara a fettine, crudi con un goccio d’olio, sono una delizia.

Il giovane che stava servendo Michela era lesto e metteva tutto nei sacchetti di carta con una rapidità che non lasciava il tempo di pensare.

– Non c’è nulla di peggio che iniziare la giornata quando ti fanno arrabbiare. Disse la donna interrompendo per un attimo la spesa e fissando insistentemente Michela.

Michela si voltò e asserì. Poi, non certa che la donna avesse colto la sua approvazione aggiunse:

– Sì, sarebbe meglio iniziare la mattina senza discussioni.

Pensava che la conversazione non avesse alcun proseguo, invece la donna le si avvicinò e aggiunse:

– Sì, perché questa mattina io aspettavo la baby-sitter dei miei figli per andare al lavoro e lei si è presentata in ritardo; appena entrata ha acceso il computer. Lo so è giovane e io la lascio fare perché altrimenti le ore sono noiose quando i bambini dormono.

– Ah, capisco… – osservò Michela

– Perché io ho cinque figli, la più piccola è down e il mio ex, quel bastardo se l’è data a gambe quando è nata. Io sono sola, ma mi arrangio… ah sì sì, mi arrangio.

– E’ davvero brava.

– Scusi desidera altro? – incalzava il fruttivendolo.

– Ah sì, mi dia anche un finocchio e un po’ di insalata, grazie.

– Mi scusi l’ho interrotta… diceva?

– Dicevo che alla baby-sitter do 400 euro, ma io ne guadagno solo 800, capisce? Se arriva in ritardo io la devo pagare lo stesso, mentre a me nessuno mi paga, se arrivo in ritardo!

– Mi scusi, vuole altro?

– No, grazie basta così. Quanto le devo?

– I primi due figli sono grandi, li ho avuti dal mio primo marito, studiano. I più piccoli vanno all’asilo, tranne Samantha l’ultima. Lei ha quattordici mesi. Gliel’ho già detto che è down? E’ buona, ma quando ha fame strilla.

– Capisco, è normale.

– E’ in quei momenti che hai bisogno di aiuto, invece la devo chiamare dieci volte perché lei si perde con i giochi sul computer. Almeno mi lasciasse uscire, così arrivo puntuale al lavoro, non ho ragione?

– Mi dispiace, forse è davvero troppo giovane la sua baby-sitter, sarebbe meglio trovare qualcuno con più esperienza.

– Non capisce, la mia baby-sitter è marocchina, io non sono razzista, ma loro hanno bisogno di soldi ed è facile trovare una ragazza che viene per 400 euro al mese tutto il giorno.

– La sua spesa signora, fanno 26,30 euro.

– Grazie, ho cinquanta euro, ha il resto? Aspetti un attimo, ho anche i trenta centesimi.

– Meglio, ecco il suo resto. L’aiuto a caricare i pacchi in auto.

– Grazie mille e buona serata.

Michela avrebbe voluto proseguire la conversazione per dare qualche consiglio un po’ più utile, fare qualcosa, ma quando si voltò la donna era già salita in macchina e imboccava la strada principale. Michela la seguì. Mentre guidava pensava a tutto quel fiume di parole che le aveva rovesciato addosso. Che cosa significava? Era necessità, carità, disperazione? No, era qualcosa d’altro. Guidava veloce finché la raggiunse. La donna scese dall’auto e nel vederla si stupì.

– Come mai è qui, abita vicino a me?

– No, è che mi è sembrato …

– Le è sembrato?

– Tutte quelle parole mi sono sembrate… mi sono sembrate così piene di solitudine.

La donna non disse nulla, abbracciò Michela.


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SOLITUDINE (8)_Luca Bonini

Il telefono domenica non suona. Domenica è il giorno del silenzio. Io cerco di tenermi occupata, faccio buoni propositi dal lunedì al sabato, guardo le locandine dei film e i siti internet degli appuntamenti culturali, ma poi, è sempre così, sto lì ferma. Sogno. Le immagini dei due bimbi che corrono sul prato, del cane annoiato, di lui con la cravatta regalatagli per la promozione lo scorso mese, si rincorrono dense . E me lo vedo lì, che sorride. Il suo sorriso è bello come il vento che ti sorprende in primavera. Di quello mi sono innamorata. Il suo sorriso mi fa felice. Il suo sorriso gli perdona tutto. Vorrei che il suo sorriso fosse solo mio. I bambini li immagino allegri. Paolo fa la quarta elementare e Simona da poco ha iniziato la prima. Il maschietto ha i capelli rossi ed è ingegnoso. La piccolina ha guance tenere e lunghi boccoli biondi, si accoccola ogni sera con lui davanti alla televisione fino ad addormentarsi.

Io i bambini lì ho visti solo una volta all’uscita dalla scuola. Me ne sono stata nascosta più di un’ora nel bar di fronte l’istituto perché non conoscevo con precisione l’orario delle lezioni. Poi d’improvviso l’ho vista arrivare. Ho visto la stronza. La stronza dalla faccia triste. Quella che piange sempre e non lo lascia andare. I bambini sono usciti correndo e l’hanno abbracciata. Ho pensato che avrebbero fatto così anche con me e che forse un giorno sarebbe toccato proprio a me andarli a prendere all’uscita. Ho pensato che avrebbero dovuto essere i miei bambini. Li ho guardati tutti e tre allontanarsi, per mano, e mi sono messa a correre. Li ho seguiti a piedi fin dietro l’angolo, li ho raggiunti, sono stata qualche passo dietro a loro e li ho sentiti chiacchierare; lei ha fatto una carezza alla piccola Simona e ha spinto per gioco Paolo. Io ho allungato la mano come per chiamarla, l’ho strattonata e poi sono scoppiata a piangere. Le ho chiesto scusa e sono scappata.

Non mi sono mai sentita così sola. Persa.

Lui mi dice che ci prova, che le dice che non l’ama da molto tempo ed a lui io credo. Sono rimasta l’unica a credergli. Sono passati due anni da quando è successo la prima volta ed aspetto. Cosa aspetto non lo so più. Vivo in una bolla di sapone che scoppia nei giorni festivi e che, come per incanto, rinasce il lunedì, quando lui appena fuori casa, mi chiama:

Pronto, – mi dice – mi sei mancata tanto.

E io mi calmo. Mi calmo subito. L’ansia del week end scompare, la bolla mi riavvolge come nuova pelle. Poi arriva in ufficio e mi sorride. Io di quello che ha fatto non voglio mai sapere nulla, mi limito ad inventarmi cosa ho fatto io. Gli racconto sempre di mostre che non ho visto o di spettacoli a cui non sono andata. Non voglio dirgli che sono rimasta sola ed angosciata ad immaginare cosa stesse facendo lui. Non voglio essere patetica. Non voglio essere come sua moglie.

Però sto peggio di sua moglie e lui nemmeno se ne accorge, mi dice che sono fortunata, che sono libera. Invece sono legata a lui, perché l’essere libera è la cosa che mi fa più paura. Gli regalo tutto il potere, è lui che decide, che detta le regole del gioco, a me non resta che far finta di accettarle.

Lo sai che è così – mi dice – presto tutto cambierà.

Ma questa storia non cambierà mai. Lo so. Il mio cuore lo sa. Eppure non posso fare a meno di continuare a crederci provando a trascinarmi in apnea da una riva all’altra di queste domeniche. Questa storia non finirà mai. Non possono finire le storie che non sono mai iniziate.

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Francesca Garioni


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SOLITUDINE (7)_Barbara Favaro

Dai, vediamo se la indovini”, era sicuro ci volessero almeno 48 secondi prima che il pezzo fosse riconoscibile. Il batterista stava appollaiato lassù, più zombie che vivo, e biascicava le parole con intonazione improbabile.

Vasco”, la risposta buttata lì come azzardo.

Brava! La prima volta sono dovuto arrivare al ritornello, ma ero sotto shock… questo posto è surreale”, nonostante pianoforte e batteria fossero in sordina, la sua voce era più alta del dovuto, cosa necessaria per ridestarsi dallo stato traumatico. Era sicura di essere finita dentro un film di Almodovar. Guardava dal divanetto di velluto rosso, scrostato dal tempo e dai sederi dei clienti, quella nicchia là sopra. Il vecchietto era seminascosto da due sombreri neri, con paillettes, attaccati alla ringhiera. Dietro alla batteria con il piatto in verticale, lui, seduto su di una poltroncina da ufficio. Non si appoggiava allo schienale, ma appunto per questo, per la sua età geologica, per il colorito verdognolo e la voce in falsetto che usciva come un rantolo, era sicura, proprio sicura, che al pezzo successivo non ci sarebbe mai arrivato.

Ehi, tutto bene?”, le chiese con un sorrisetto. Annuì, incapace di fare altro. Concentrata: come diavolo era possibile perdere sistematicamente il ritmo e reinventarselo come se niente fosse, di battuta in battuta, pretendendo di suonare la stessa canzone?

Sì, lo fanno di prassi”, lui le lesse nel pensiero. Si sentiva compresa.

Si esibiscono ogni sera?”, un senso a quella domanda c’era, e sapeva che lui lo avrebbe capito.

Ogni sera, stesso repertorio, stessa scaletta. Tutto uguale. Sono anni che vengo qui a studiare la situazione, un capolavoro”.

Ecco, lei ancora non ci era arrivata alla fascinazione, era in stallo. Fase smarrimento. Il pezzo finì, e loro applaudirono. Anzi, tutti applaudirono. Tutto il locale, anche le pareti, i divanetti, e anche Baudelaire, che se la stava ridendo stravaccato nel reparto scambisti immerso in una nuvola oppiacea. Surreale, sì. Il pianista con addosso millenni di polvere, aveva capelli candidi e berretto da baseball. La mano destra fasciata. Era la copia sputata di Doc, lo scienziato di Ritorno al Futuro.

Come si chiamano ‘sti geni musicali del male?”, le scappò un sorriso, si sentiva una stronza a prendersi gioco di due anziani traballanti, ma ancora non avevano un nome, c’era abbastanza distanza tra loro.

Nessuno lo sa”, l’alzata di sopracciglio sottolineò la portata della cosa. Distanza incolmabile. Attaccarono un altro pezzo, Besame mucho, Doc in piedi alla slide guitar appoggiata sul pianoforte, suonato da una quasi-giovane-donnabiondaslavata-ingrigio.

E’ la figlia, è brava”, annuì con vigore. Lei cercò di tenere il tempo con le maracas (in dotazione ai clienti, una malcelata richiesta d’aiuto?), ma niente da fare. Quello raddoppiava senza avvisaglie e poi rallentava impietosamente. Si aspettava che il batterista piombasse sul piano colto da un definitivo e liberatorio attacco apoplettico. Si chiese se la lampada fosse fissata bene alla parete.

Ma sono italiani?”

Credo di sì”, con alzata di spalle. Non se l’era mai chiesto.

Un musicista giramondo, che finisce qui in questo stato… insomma, dovrebbe averne di cose da raccontare“, perché anche lei ora si sentiva strana. Ci sarà qualcosa nell’aria, pensò, saranno questi orrendi quadri a tema pastorale (la figlia era anche pittrice), saranno i divanetti che chissà cosa hanno dovuto subire in questi anni, sarà il succo al pompelmo… si sentiva strana.

Sì, è possibile”, gliela diede buona, ma senza crederci troppo, “sempre che se le ricordi”.


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SOLITUDINE (6)_Mara Fracella

– Noemi, sono Bice. E’ successa una cosa… – esita, ma poi riprende con voce lagnosa – Matteo è caduto con il motorino. L’hanno portato all’ospedale in ambulanza…- la voce s’incrina e non parla più.

Noemi ascolta le parole della sua vicina di casa che la chiama sul cellulare mentre sta lavorando. La sorpresa di fronte all’insolito comportamento di Bice è sostituita dallo sgomento. Noemi chiude la comunicazione.

– Matteo è caduto. All’ospedale. Dillo tu – rivolge alla collega brevi frase sconnesse mentre acciuffa borsa e cappotto e si catapulta giù dalle scale. Chiama il padre di suo figlio, segreteria. Merda! Lascia un messaggio. Parte con l’auto facendo stridere le gomme e con manovre da slalomista criminale arriva in breve tempo davanti all’ingresso del pronto soccorso.

– Mio figlio. E’ qui. Un incidente. Dov’è?

All’accettazione le chiedono il nome, la tessera sanitaria, quando è accaduto. Noemi risponde, collabora e poi esplode:

– Ditemi dov’è! – urla picchiando la mano sul bancone.

L’ingresso che dà accesso ai reparti si apre automaticamente e compare un infermiere.

– Mi segua – le dice in modo professionalmente distante, facendo dietro front.

Noemi deve correre per tener dietro alla sua andatura:

– Dove andiamo? – riesce a domandare.

Lui si ferma le indica una stanza:

– Attenda qui. Suo figlio è in sala operatoria. Le faremo sapere.

E se ne va.

– Aspetti… un attimo… Signore, per favore… – corre all’inseguimento dell’uomo, ma è sparito. Chiede ad un altro che la riporta nella sala d’attesa dicendole le stesse cose, saranno loro a mettersi in contatto. Si guarda attorno: pareti color bianco panna divise a metà da vernice lavabile. Sedie di alluminio, fredde, anonime. Finestre a vetri che danno sul parcheggio interno dell’ospedale. Luigi! Fa di nuovo il suo numero di cellulare. Segreteria. Maledizione a lui e al suo lavoro di rappresentante. Le cose fra loro non vanno bene. Sembra poco interessato a lei già da alcuni mesi. Poca voglia di fare l’amore. Scarse attenzioni verso i preliminari. Noemi ha provato a migliorare l’aspetto fisico. Dieta, palestra, acconciatura, ma lui non si è accorto di nulla. E’ assente durante i suoi racconti, deve ripetere le cose diverse volte. Spesso non risponde al cellulare o fa rispondere alla segreteria. Ha sempre scuse pronte: il cliente, l’aggiornamento, la galleria. Si vedono poco e di fretta. Una volta concluso il lavoro nulla di certo l’aspetta a casa. Suo figlio si è reso indipendente, va e viene quando ne ha voglia. A volte non rientra fermandosi a dormire dalla sua ragazza. Chissà perché era in motorino. Ormai da due anni, presa la patente, lo aveva relegato in un angolo del garage senza occuparsene. L’assicurazione si paga solo per routine. Finalmente un’infermiera l’avvicina:

– La signora Mutti? Dovrebbe firmare questi moduli se consente alla donazione degli organi.

Noemi ha un sussulto:

– Cosa vuol dire? Come sta andando l’intervento? – chiede con un filo di voce.

– E’ la prassi, signora. Non so nulla dell’operazione, ma il consenso serve per essere tempestivi qualora… sempre che lei… voi… glieli lascio. Torno dopo – imbarazzata, si allontana.

Noemi la segue lungo il corridoio con le carte in mano:

– Luigi finalmente! Dov’eri? Matteo è in sala operatoria. E’ caduto con il mot… – si blocca. Sul colletto interno della camicia del marito, fa capolino uno sbuffo rosso. Lo sguardo colpevole del coniuge rende certo il pensiero dubbioso.

– Bastardo!

Un rumore riecheggia fra le pareti. Sulla guancia rossa di Luigi sono impresse le cinque dita di Noemi che si allontana gettando dietro di sé i fogli della donazione e la fede nuziale. L’orgoglio ferito, la rende forte e determinata. Ora vuole informazioni certe sull’intervento del figlio a costo di smantellare mattone per mattone l’intera struttura ospedaliera. Poi toccherà a Luigi.

 


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SOLITUDINE (5)_Giovanni Zambiasi

La primavera e l’estate: stagioni perfette per trovare e raccogliere le erbe che tanto potevano aiutare. La vecchia zia aveva trasmesso a lei, e solo a lei, la conoscenza dei tempi di raccolta. Rispettare la giusta maturazione era importante per poterle trasformare in decotti e tinture, in guarigioni e miracoli. Il potere della natura è a lei chiaro e il ricordo delle lunghe passeggiate nei luoghi segreti, dove crescono i fiori e le piante sacre, le occupa il cervello e l’anima. Ma adesso è sola nella cella con il corpo ferito e con le immagini dei momenti felici che sanno un po’ alleviarne il dolore. Le persone che aveva aiutato, i bimbi che aveva guarito e le tante parole spese per sanare discordie… tutto è ormai lontano.

Nessuno dei tanti che le sue mani sapienti hanno toccato adesso la conforta, è sola nel buio. Questo pensiero si mescola alla paura che diventa sempre più intensa con l’avvicinarsi dell’alba: perché sta accadendo tutto questo? A lei che sempre aveva cercato la pace e seguito il sentiero dell’amore, perché a lei?

Erano arrivati al mattino presto, prepotenti e feroci i soldati l’avevano strappata alla sua casa, avevano interrotto l’alchimia di una vita dedicata alla gente, avevano calpestato tutti i suoi preparati per curare gli abitanti del paese, prostrati in sofferenza. Tutto distrutto in un attimo. Era una strega urlavano, ma… lei non lo sapeva.

Gli uomini vestiti di nero che rappresentavano la Verità erano stati chiamati per lei, ma perché? Cosa aveva fatto di così malvagio? Chi li mandava?  E poi, il suo corpo violato che la obbliga a firmare la carta con parole a lei sconosciute, scritte da altri.

Il sole del mattino entrando dalla piccola feritoia illumina i capelli rossi, il pianto dei suoi occhi azzurri bagna la pelle bianca e la catasta di legna che l’aspetta annienta la magia dell’amore in cui aveva sempre creduto. Il caos di memorie e di domande, la paura e la speranza svaniscono nel rumore di passi che si avvicinano nel corridoio, il tempo si ferma. Senza quasi rendersene conto si ritrova trascinata nella piazza: le urla dei paesani la riportano alla realtà del mattino. Perché nessuno incrocia i suoi occhi? Perché le urla non parlano di ingiustizia, di errore? Eppure li vede tutti, sono lì, gli amici e coloro che aveva salvato, guarito. Sono tutti lì e sembrano non accorgersi che è lei, è lei quella che stanno uccidendo in nome di una Verità che non capisce. Perché non urlano a testimonianza del suo amore, della conoscenza antica che da sempre li aveva aiutati, perché? Perché non reagiscono alla Verità falsa di coloro che la perseguitano? Eppure il profumo del pane fresco, della frutta e dei doni che le portavano a unico compenso del suo fare, non erano un sogno, la gente l’amava e prima di lei tutte le donne che sapevano far guarire. Dove sono finite le parole di ringraziamento, le promesse di riconoscenza, dove?

La piazza intera la guarda e la circonda, ma è sola, sola come nessuno da lei conosciuto. Sola, abbandonata nell’unico istante in cui non avrebbe potuto cambiare il presente senza l’aiuto dei tanti che aveva amato. Sola con il terrore scatenato da mille domande senza risposte. All’improvviso il fumo acre. Non vede più la piazza, non ci riesce, gli occhi bruciano e non possono restare aperti. Le fiamme ormai esplodono, accarezzando il suo corpo, uniche compagne nel suo viaggio. L’avvolgono, la liberano.

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – Legge: Gianluigi Bergognini


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