(07)_ TANGO di Patrizia Rossini

La prima cosa che mi ha colpito è stato il suo piede. Un piede ben curato, dall’aria morbida, che sapeva di pediluvio, di borotalco, di smalto steso con attenzione, lentamente, con il piacere di indugiare nell’azione, non tanto o non solo con l’intento di sedurre, ma proprio per quel piacere che dà il coccolarsi, il trattarsi bene, il volersi bene. L’amarsi.

Poi ho visto i sandali. Neri, con un filo bianco sul davanti, aperti, direi estivi. Li avrei potuti definire perfino austeri, se non avessi visto il tacco a spillo. Quello li rendeva aerei. Quel piede nudo e quel sandalo “aust-ereo”. Da lì è partito tutto.
Inaspettatamente.

Un arabesco disegnato nel nulla, sullo sfondo della mattonella chiara del pavimento, ed è stata magia. Amore a prima vista. Armonia. Arte.
Capire cos’è che rende un gesto, un asettico movimento muscolare, un gesto che parla, che ti racconta un mondo sconosciuto: da dove nasce la differenza? In chi compie il gesto o negli occhi di chi guarda? Probabilmente in entrambi.
Ben bilanciati, ben assortiti, ben calibrati, i due ballerini volteggiavano e i loro gesti fluivano come acqua. La musica faceva il resto. Il fascino dei loro movimenti era palpabile. Il nostro stupore di osservatori, palese.
Era tale la loro scioltezza, era così profonda la loro sintonia, che davano l’impressione che ballare il tango argentino fosse un gioco da ragazzi e non il risultato di un costante esercizio durato dieci anni che li aveva portati a quell’unisono. Ma dietro all’esercizio costante c’era dell’altro. Molto altro. C’era l’A B C della vita.

Affidarsi – all’altro, all’istinto, al cuore, a quella voce che dentro di noi parla, troppo spesso inascoltata.
Bastare – a sé stessi senza cercare orpelli, stampelle, conferme altrui.
Comprendere – nel senso di prendere con, portare con sé.
Donare – perché siamo un po’ troppo distratti dall’IO e ci dimentichiamo il tu, il noi.
Essere – fino in fondo, autenticamente, sé stessi.
Fidarsi – del proprio istinto.
Godere – di ogni respiro.
“Hip Hip Hip Urrà” – gridarlo per accogliere ogni nuovo giorno.
Illuminare – con un sorriso.
Lasciare – cadere le zavorre inutili.
Mostrarsi – come si è.
Nascere – a nuova vita.
Osservare – un fiore che sboccia.
Pensare – prima di parlare.
Quietare – mente e anima prima di andare a dormire.
Rispondere – al richiamo dell’altro.
Sapere – sognare.
Tacere – invece di giudicare.
Unire.
Vivere.
Zen – Perché fin lì erano arrivati quei due ballerini che ci stavano incantando con il loro ballare per la gioia pura di ballare.

 

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(06)_ TANGO di Maria Chiaramonte

Era nella sala della milonga, il tango suonava già. Era in mezzo alla pista con quell’uomo, adesso avrebbe dovuto abbandonarsi a lui e farsi trasportare dalla musica. Era solo una prova, avevano detto i maestri. Lei si sentiva a disagio: i capelli erano arruffati e sporchi, sentiva che le si appiccicavano troppo sulla nuca e non avevano nessuna piega. Non si sentiva a suo agio nemmeno negli indumenti che aveva scelto a caso la mattina prima di andare in ufficio e che non aveva avuto tempo di cambiare. Per di più calzava degli assurdi stivali che nulla avevano a che fare con le magiche scarpe da ballo che indossava la maestra.

Si erano anche persi tutta la spiegazione teorica, erano arrivati nel momento in cui iniziava l’esibizione di prova dei maestri. Lei non era riuscita a distogliere gli occhi dai piedi della ballerina. Erano bellissimi: unghie rosse, come lei non aveva mai avuto, avvolti da sandali di pelle nera con cinturino alla caviglia. Si muovevano sinuosi e fieri. Ballavano seguendo la musica, accordandosi all’ispirazione lanciata dal partner. Ballavano e creavano ricami sul pavimento liscio e nell’aria. La guardava con sincera invidia: era bellissima e sensuale, forse era anche più matura di lei, ma l’agilità e la gioia di vivere che trasmetteva, e la perfetta intesa con l’uomo che la conduceva, la rimandavano a una visione di se stessa che probabilmente non si sarebbe mai avverata… eppure nel suo intimo la ambiva. Come desiderava che l’uomo che l’aveva accompagnata potesse diventare il suo partner in quel ballo.
Glielo aveva già chiesto e lui aveva rifiutato. Avevano anche fatto una prova, una sera, in una sala piena di gente chiassosa e con una musica gracidante. Lui per tutto il tempo aveva continuato a lanciarle stupide occhiate di gelosia, mentre provava semplici passi con altri uomini. Quando lo avevano fatto insieme lui le aveva ripetutamente pestato i piedi e si era immusonito per il resto della serata. Quella sera aveva sentenziato che non avrebbero fatto nessun corso di tango, invece adesso era lì, in mezzo alla sala, con lei. Lei aveva chiuso gli occhi, così come aveva chiesto di fare il maestro.
Lui le aveva appoggiato la sua mano destra sulla schiena, mentre con la sinistra a coppa le teneva la mando destra. Non era la posizione classica, solo questi due punti di contatto e null’altro.

D’un tratto tutto scomparve. Tutto: la sala, le altre persone, i maestri, i suoi capelli, la maglia di lana e gli stivali. Rimasero solo la musica e quelle due mani: una sulla schiena e l’altra nella sua. Con delicatezza, iniziò a farla camminare piano, in avanti. Poi si fermò un attimo. Ricominciò a farla camminare in avanti e poi indietro, con piccole esitazioni, ma lei non oppose alcuna resistenza. Improvvisamente si sentì leggera e libera, pur non decidendo la direzione, il passo, le pause. Sentiva quel ballo fluido come quando ballava frenetica la musica rock, da sola. Non erano un vincolo quelle mani, erano l’ispirazione di quell’uomo che diventavano il suo movimento, la sua stessa ispirazione. Quel fermarsi, riprendere, l’andare avanti o indietro coincidevano nel momento stesso in cui i suoi piedi e il suo corpo volevano farlo. Iniziò perfino a ruotare, senza nemmeno sapere se verso destra o verso sinistra, e in quel volteggio la colse di sorpresa una felicità inconsueta: si ritrovò a sorridere e aprì gli occhi. Lui la guardava altrettanto sorridente e d’improvviso vide brillare nei suoi occhi una luce identica a quella mattina in cui per la prima volta si erano svegliati insieme, nudi. Sorpresi entrambi che l’amore possa apparire d’improvviso, dentro gli occhi di uno sconosciuto.

 

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(05)_ TANGO di Gianluigi Bergognini

Ah! Il Tango!
Non ci aveva mai pensato, non era nelle sue corde il ballo, la danza in generale. Si muoveva d’istinto, quando accadeva, e mai più di un piede o un tamburellare delle dita sul tavolo… insomma, era comunque un seguire il ritmo con la mente, prima che con il corpo. Ma ora era diverso. Ora che aveva conosciuto lei.
Quanta banalità in quella frase… “ora che aveva conosciuto lei”, forse era una ballerina di tango? Una di quelle che ad averla fra le braccia era come attraversare litri e litri di corallo? Non era quello. Non era lei che lo spingeva a intraprendere questo viaggio. Lei era quello che restava nel suo sogno di una vita. Lei era il punto di arrivo e, senza una pausa, una nuova partenza.
Enrico, il suo nome, unica cosa certa di questa sua nuova realtà. Lo svelarsi di quel desiderio inconscio, spinto in superficie da quelle braccia morbide e decise che lo avevano tenuto in quei timidi e incerti, per entrambi, passi di danza, aveva come punto fermo il suo nome. Il resto era un dispiegarsi di fatti, di accadimenti, di scoperte che si sommavano e che si erano accavallate nel corso della sua vita. Insomma, un guazzabuglio che ora aveva deciso di riordinare cercandone il filo nell’unico modo che aveva intuito fosse utile. Partire, qualsiasi fosse la forma di quel viaggio. Aveva deciso che partiva da lì: dal Tango!
Parlava con tono deciso e i gesti eloquenti, il vestito le fasciava il corpo nel pieno della maturità e ai piedi i tacchi erano la divisa della sua professione e della sua felicità: insegnare il tango!
Enrico la seguiva non tanto per la sua bellezza, ma per la passione e la dolcezza che metteva, insieme al suo compagno, nel descrivere l’anima di quel ballo antico. Eppure non era cosi rapito come molti suoi colleghi di avventura, si girava spesso, Enrico, per guardare il volto della sua amica, per seguirne le emozioni. Lei sì che sembrava rapita, lo sguardo correva lungo le fattezze della coppia di insegnanti e un sorriso le si dipingeva sul volto. Poi lui tornava a osservare la coppia, lui cosi frenetico e compiaciuto, lei che gli sorrideva spesso: erano davvero divertenti. Notò con sorpresa che non di rado, soprattutto l’uomo, lo guardavano in volto, diretti, come se sentissero che qualcosa gli stava nascendo dentro. O forse era Enrico che era stranamente partecipe in quella serata tanguera…
Era l’inizio del viaggio. Guardava Sonia, la sua compagna, sempre più spesso. Sorrideva al pensiero di definirla “compagna”. Si erano conosciuti da poco e aveva sentito che poteva succedere tutto. E il contrario di tutto.
Poi si decise e all’invito di provare in coppia qualche passo di intesa, si trovò quasi automaticamente, e con un po’ di sorpresa, di fronte a Sonia. Un sorriso affiorò sui visi degli insegnanti, chiesero se fossero una coppia di fatto e… con grande confusione arrivarono da lui e da Sonia risposte contrastanti. La risata fu disarmante e col passo sognante sempre più deciso, iniziarono il cammino.
Questo ricordano, nei giorni di primavera, i due vecchi deboli di memoria, che senza neppure immaginare quel loro passato insieme si riconoscono ancora nei passi lenti e misurati, nei pomeriggi senza fine di questa loro nuova vita. Nuovi compagni li osservano dalle sedie del salone dove, per intrattenerli, le inservienti dell’ospizio fanno risuonare il tango. Per loro, per quel loro passato che non ricordano, ma che li preserva nel cuore. Per quel momento in cui nessuno seppe indovinare il futuro che ora si mostrava loro nella fulgida bellezza dell’istinto.
Ah. Il Tango!

 

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(04)_ TANGO di Rossana Mazza

Il quadro spicca sulla grande parete della Galleria D’Arte Pomery. Le luci sapientemente indirizzate fanno risaltare le pennellate dell’artista dando vita alla tela. Sandra come in un dejavu osservava stupita: “Avevo completamente dimenticato quel giorno…”

“Corri Massimo devo farti vedere una cosa!”, i capelli tirati in una lunga coda fermata da un grande fiocco rosso lasciavano scoperto l’acerbo viso, mettendo in bella mostra le guance arrossate e gli occhi brillanti che l’aria frizzante avevano dipinto. I due amici si diressero verso la casa abbandonata, così la chiamavano, ai margini del piccolo paesino in cui vivevano. Immersa nel verde, dimostrava tutti i suoi anni: il tetto era traballante e il legno delle pareti scricchiolava al vento.
Non si erano mai avvicinati così tanto, nonostante avessero spesso fantasticato di trasformarla, dandole una veste diversa ogni volta.
Nell’aria una melodia. L’erba era alta, si abbassarono e così nascosti raggiunsero piano piano la casa.
Una strana musica, che non avevano mai sentito prima riempiva tutto. Ascoltarono in silenzio, non una voce, una parola… solo il ritmo struggente delle note. Si spostarono nell’altro lato in cerca di una breccia che permettesse loro di vedere l’interno.
“Ecco, qui mancano alcune tavole di legno, vieni”, sussurrò Massimo.
Erano a due spanne da terra quindi dovettero sdraiarsi, le mani a sostenere il viso e i gomiti nell’erba, come fossero davanti alla televisione.
Per un attimo restarono in silenzio, volgendo gli sguardi curiosi ovunque, ma non vedevano nulla anche se la musica sembrava più forte.
Sandra, con un gesto repentino, stritolò il braccio del suo compagno mentre con la bocca a “O” mimavano contemporaneamente lei il suo stupore e lui il suo dolore!
Davanti a loro due scarpe nere e lucide, le stringhe ben allacciate, facevano capolino da sotto i calzoni. La destra posizionata dietro e la sinistra puntata a lato, ferme ma pronte a muoversi, sembravano aspettare qualche cosa o qualcuno…
La musica si era fermata e tutto sembrava sospeso in quell’attimo. Un leggero ticchettio sul pavimento in legno e apparvero due graziose scarpette, anch’esse nere, ma con un tacco snello e robusto allo stesso tempo. Una sottile striscia di pelle bianca saliva sul dorso del piede fino ad abbracciare la sottile caviglia, oltre la gamba nuda. La musica riprese, i passi iniziarono. Un insieme di movimenti a volte lenti e sinuosi altri improvvisi, raccontavano e interpretavano quella melodia d’altri tempi. Le gambe snelle si muovevano eseguendo disegni nell’aria, i muscoli guizzavano portandosi in punta di piedi, i talloni in un gioco impercettibile si sfioravano appena. Ipnotizzata, Sandra non batteva ciglio.
Un attimo sparivano alla loro vista e poi ricomparivano donando scatti di un percorso sconosciuto portandoli in un crescendo di tensione.
La musica finì, un esile braccio e uno svolazzare di tessuto carminio sfiorarono il pavimento per un attimo, cogliendo entrambi con il fiato sospeso, mano nella mano.

Quel quadro, il legno, la fessura, le scarpe, raccontava l’inizio di una passione che aveva cambiato la sua vita.
“Sandra!”, la distolse dai suoi pensieri il curatore della mostra, “Ti presento l’artista che ha dipinto il quadro che stai ammirando da dieci minuti!”.
“Massimo Prandi, piacere”, disse l’uomo allungando la mano.
“Lei è Sandra Pezzi, insegnante di ballo, sai quella famosa scuola …”
Le mani si unirono, gli occhi si tuffarono in quelli dell’altro in un’immaginaria danza tra i prati vicino alla casa abbandonata. Lasciando nel più totale imbarazzo il curatore, inconsapevole di cosa stesse succedendo.

 

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(03)_ TANGO di Aldo Quagliotti

Precipitò nella sua quotidianità come un meteorite in un campo deserto. Incendiò gli auricolari risalendo la corrente avversa e infilandosi all’interno del suo udito. Una sorpresa inattesa, un fulmine intriso di stupore. Non si aspettava affatto di ritrovare Por una cabeza di Carlos Gardel nella sua playlist, che fosse un errore? Si sforzò di ricordare chi poteva mai averle aggiunto quel pezzo così lontano dai suoi gusti e su due piedi le vennero ben poche idee.
Forse uno scherzo, accanto a Sam Smith e a Rebecca Ferguson non c’era mai stata quell’atmosfera così vintage e teneramente ovattata. Lasciò scorrere i primi secondi nell’attesa di qualche illuminazione improvvisa, e il suo umore prese ad adagiarsi sulla piega dei ricordi, quasi come un surfista che cavalca l’onda per vivere a pieni polmoni l’impeto di adrenalina.
Ora felice, ora meditabonda, Clara ripercorreva il nastro dei suoi sedici anni, vissuti a cavallo di traslochi e vacanze studio, sempre in giro per il mondo a catturare un sogno fugace di permanenza che svaniva dinnanzi a ogni capriccio dei suoi.
Non le era mai piaciuto doversi presentare e dire addio nell’arco di pochi mesi e quei ritmi così meccanici e veloci, alla fine, avevano condizionato fortemente il suo senso del tempo.
Fu un particolare improvviso a fermare le diapositive che si stavano affastellando senza sosta nella sua mente, quasi un sasso lanciato fra le rotaie della memoria:

Si un mirar me hiere al pasar,
sus labios de fuego otra vez quiero besar (…)

Se uno sguardo mi ferisce mentre passa, voglio nuovamente baciare le sue labbra di fuoco, ripeté fra sé e sé. Ma certo! Era stata sua zia Cristina a inserire la canzone nel suo iPad, era stata proprio lei a fargliela conoscere. E d’un tratto i ricordi eruttarono come lava incandescente investendo intrepidi ogni suo muscolo. Contrasse il volto, assalita da un’immagine ancora nitida:
“Senti cosa dice, piccina mia? La sua bocca che bacia cancella la tristezza e calma l’amarezza… oh, non è fantastico?”, Cristina si era girata lievemente di schiena per guardare il volto rapito della sua nipotina.
“Mi fate vedere qualche passo? Per favore, per favore!”, Clara aveva chiesto saltellando sul posto, mentre attendeva impaziente che i suoi zii iniziassero a stringersi e ad avvicinarsi cauti.
Cristina era accostata al volto di Sergio, quasi annusandone la virilità composta e trainante. Lui le aveva raccolto premurosamente la mano destra, che si serrò quasi come un uncino attorno alle nocche di suo zio, e fra loro due sembrava non ci fosse spazio che per un solo respiro di totale complicità.
“Forza, Clara, falla ripartire da capo, allora, mia piccola musicalizadora.”
Le note si erano distese nella stanza, soffiate con voce gracchiante dal vecchio stereo nero appoggiato accanto al televisore in salotto. La piccola Clara seduta a gambe incrociate a godersi lo spettacolo in trepidante entusiasmo. Nell’aria i loro corpi roteavano, pesanti verso terra, in leggiadro equilibrio fra loro, disegnando geometrie sottili sul pavimento, note soltanto a loro. Decodificavano i segnali dei loro corpi con tempestività, preannunciando l’uno i movimenti dell’altra. Davano l’impressione d’essere scie che si rincorrevano mescolandosi e ritraendosi, un gomitolo spaiato dalla passione e ricongiunto dal desiderio. Un boleo frustava l’area, attorcigliandosi al pulviscolo della stanza, mentre Sergio accompagnava il suo ballo con disarmante semplicità.

Ecco da quale antro proveniva quel fastidio gutturale: la porta dei ricordi era stata spalancata e la contraria esigeva quello stridente rabbrividire. Clara si sorprese scossa dal ricordo così prepotentemente riaffiorato. Il tango, sì, quell’antidoto che aveva tenuto in vita l’unico perno dei suoi mille viaggi, il porto sicuro che l’aveva ospitata un’infinità di volte. Una passione verace, avvolgente, inspiegabile a chi non la conosceva. Un sogno color pece che l’aveva voluta a sé sino all’impiccagione. Una lacrima rigò il suo viso e interruppe la musica.
C’era un amore embrionale dentro sé che aveva corso più in fretta dei chilometri che la separavano da casa, dall’ultima volta, dall’ultimo abbraccio. Fra l’incuria e nuovi volti c’era un tatuaggio forte che la riuniva a sé, un nome possente cicatrizzato nell’aorta. Un tango sempiterno continuava a essere eseguito e lei ne faceva ancora miracolosamente parte.
Clara lo raccolse, mentre una voce incerta annunciò l’arrivo: “Benvenuti all’aeroporto di Buenos Aires”.

 

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(02)_ TANGO di Elda Cortinovis

La questione non è il ballo in sé, ma la sospensione. Quell’attimo in cui la gamba si alza e per poche frazioni di secondo rimane immobile, in attesa che il ritmo riprenda e sulle note la gamba scivoli su quella del partner e tocchi a terra.
Quell’istante è unico, non solo nel Tango. È quell’esitazione che può cambiare il percorso della vita. Per un istante tutto si ferma e in quel sospeso ti chiarisci dove vuoi andare, cosa vuoi fare, chi sei veramente, prima che tutto riprenda a girare a pieno ritmo.

Gisella stava per percepire quell’attimo, lì ferma sulla pensilina del treno in arrivo. Non era andata alla stazione per partire o per prendere qualcuno, era lì per farla finita, per non avere più nulla da spartire con questo mondo.
Era senza lavoro, non aveva più soldi per pagare l’affitto, non aveva più il suo compagno che se ne era andato con un’altra, sbattendo la porta.
Attendeva il passaggio di una Freccia Bianca che non facesse fermata a quella stazione, per lasciarsi andare sui binari come Anna Karenina.
Le sembrava il modo migliore di togliersi la vita.
Aveva studiato con passione e aveva aperto un’agenzia di pubblicità. I soldi per avviare l’attività li aveva chiesti in banca con la certezza di poterli rendere presto, interessi inclusi. All’inizio pareva proprio che tutto andasse bene. Si era data molto da fare pubblicizzando la sua agenzia. Il lavoro arrivava e Gisella iniziò a pensare di assumere una persona che l’aiutasse. Implementare l’attività sembrava una buona idea e così in breve trovò Lucia, una designer sveglia e laboriosa. Lavorarono ottimamente insieme, fino a quando entrò in negozio un tipo affascinante che fece perdere la testa a Gisella. Da quel momento non si dedicò più in modo così attivo al lavoro, innamorata persa, lasciò a Lucia la maggior parte dei compiti. Non passò troppo tempo che Lucia si appropriò di tutto, lasciando l’agenzia di Gisella senza clienti e senza lavoro. Gisella si sentì tradita e la colse uno stato di depressione che inficiò anche il suo rapporto amoroso. Sola con i debiti in banca, si vide senza alcuna prospettiva futura.
Ora su quella riga gialla che delimita la vita e la morte, se ne stava in bilico, riflettendo sulla sua esistenza disastrosa. Il suono da lontano giungeva impetuoso annunciando l’arrivo del treno, Gisella ritornò al presente.
Fece un passo in avanti. Poi voltò lo sguardo verso la locomotrice, piegò leggermente le ginocchia e ruotò le spalle per lasciarsi cadere sui binari, ma una flebile incertezza la scosse, mentre capiva che stava perdendo l’equilibrio.
In quel preciso istante percepì la sospensione: una mano l’afferrò e la strinse a sé e lei, in quel batter di ciglia in cui il suo corpo aveva ormai ceduto all’inesorabile forza di gravità, si sentì alzare, sospesa nel vuoto.
Una sospensione in cui le soluzioni ai problemi scivolarono rapide nella mente: si poteva innamorare ancora, poteva trattare con la banca, poteva aprire un’altra attività, poteva chiedere aiuto a chi l’amava, poteva. Solo vivendo.

Per essere precisi la questione non è la sospensione, ma il fatto che la sospensione si vive, così come nel tango la sospensione… si balla.

 

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(01)_ TANGO di Bruno Barcellan

“La sera, quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. E’ qui che, fino a notte tarda, vengo a vedere il mio uomo che balla. La strada buia, le case, alle finestre, qualche luce già si spegne. Giù per le vie, quelle più strette e fatte di pietra, l’ultimo vicolo tiene nascosta l’entrata oltre una tenda lurida: qui dentro balla il mio uomo. Sa che ci sono, ma sempre mi ignora, per lui è solo la musica, solo il ballo e le tavole sotto che scorre con le punte. Sono solo le traiettorie che inventa, i passi, a volte svelti, a volte lenti, con cui mi tradisce ballando con le donne, quelle vere che con lui ballano, che fanno l’amore con lui, mentre tutti guardano, anch’io.”

– Scendi! Lo sai anche tu che questa sera non è fatta per dormire.
– A parole fai tutto facile, i fatti , quelli non li sai reggere.
– Questa sera faremo tutti i fatti che vuoi, ne avremo così tanti che potrai raccontarli per giorni, e solo i più importanti, perché saranno troppi per dirli tutti.
– Parole, come sempre.
– Ascolta, suonano il tango. E’ una musica forte, ma lontana, la sento appena. Sono le voci di un paese dall’altra parte del mondo. I musicisti di laggiù qui muoiono di nostalgia, e il loro tango ne soffre e ci guadagna. Musica triste di chi vuole fuggire, ma anche tornare, di chi senza casa sa bene cos’è casa.
– Di chi è senza futuro?
– Questa sera il loro futuro è solo l’applauso alla fine della musica, alla fine del ballo, per ripagare il sudore mentre continuano, un poco ancora, a suonare le ultime note allo sbando, le migliori.
– Sono solo note, sono solo passi.
– Chi compone, chi suona, chi ascolta, chi balla, le ultime note sono di tutti, soffiate nell’aria come bolle di sapone, si rompono subito, qualche goccia e via. Così si mescolano, in un attimo preciso, la felicità, il dolore, le voglie, le valige di noia e di gioia di più persone, distanti oceani dai destini tanto diversi, alcuni segnati.
– A me interessano solo le faccende di cuore.
– Ma anche di politica, e perché no, di libertà. Ognuno ha il suo modo di esprimerla e per chi non l’ha, per chi deve conquistarsela, allora il tango assume significati ben profondi, quando dire le cose come stanno non si può o non si riesce.
Sangue e sudore melanconicamente finiscono in questi suoni e in questi balli che cessano solo quando mancano le forze, ma, appena queste si riprendono, inizia un’altra canzone, un altro giro, tante storie di un unico discorso che tutto comprende.

Ti racconto una storia.
Un giorno ho visto, lungo il Caminito di La Boca in Buenos Aires, una rissa, erano ubriachi e pericolosi. Io, solo a guardarli, avevo paura. Loro no. Erano spavaldi, avevano dietro di sé la loro storia e quella dei loro padri, anche dei nonni, ed oltre, se vuoi. Avevano la rabbia dei dimenticati, dei traditi, di quelli che nessuno vuole.
Le madri con i bambini, furono le prime a sparire. Poi anche gli altri passanti. Rimasero solo loro e pochi curiosi, tra cui io. Era verso il tramonto, erano ubriachi da non reggersi in piedi, mancavano di prudenza. Era una guerra fra poveri, perché c’erano solo loro, ci fosse stato un ricco, un borghese, avrebbe avuto vita breve.
Uno dei meticci, alto e magro, s’era fatto sotto ad uno dei bianchi, tarchiato. Gli girava in torno incrociando i passi, l’altro sembrava non lo vedesse, ma era attento.
Il meticcio sorrideva beffardo, il bianco serrava i denti.
Il meticcio mise le mani sulle spalle del bianco, che non si mosse.
Il meticcio, cambiando mani, ma tenendole sempre sulle spalle dell’altro, gli si fece dietro con dei passi laterali. Il bianco si girò di scatto. Si azzuffarono. Gli altri guardavano. Tutti guardavamo quel ballo, la lotta.

– Non ti ho già detto che a me interessano solo le storie d’amore?
– Ho anche queste, non disperare, posso dirti di quella volta che Angel si innamorò di Maria Veron?
– Racconta!
– Lui se ne stava seduto e pensieroso in disparte nel tram, dentro la notte buia dell’ultima corsa che da Belgrano arriva al porto. Non c’era nessuno sui sedili di legno che potesse distrarlo dalla solita apatica malinconia, fino a che, a una fermata, entrarono Maria e il suo ragazzo. Erano stati in milonga e se n’erano andati prima perché volevano fare l’amore.
Quando Angel la vide, capì subito che lei sarebbe stata come quel vento impetuoso che spazza d’improvviso la foschia che dorme sulla spiaggia, quando l’avvolge in volute che sembrano giri di vals. La stessa nebbia di quella notte, che Angel avrebbe potuto scorgere se solo avesse osservato verso il mare, invece di guardare solo Maria, solo lei.
Le luci nel tram erano calde. Le lampadine stanche, mosse dalle vibrazioni dei binari, facevano tutto beige attorno ai pali di ferro brunito, quelli per reggersi, e alle sedute di legno verniciate, lucide, che facevano tanto vecchio film, meno che lei, con la sua bocca rossa come il desiderio. E le sue gambe nude. Angel le scioglieva con lo sguardo, lei se lo sentiva scorrere sulla pelle, e le piaceva. Danzava lo sguardo di lui lungo quelle gambe, danzava il tram, dentro quella notte milonguera.
Arrivati al porto partiva il traghetto, lo presero i due innamorati, Angel salì anche lui.
Il vento prese a soffiare e disfece la nebbia che lui aveva nel cuore.
Lei rideva, doveva aver bevuto, rideva forte per nulla, e per farsi sentire fin dove Angel stava, un poco distante. Ancora il ragazzo non capiva, sentirla ridere felice, questo gli bastava.
Punta del Este, con la sua spiaggia fatta per i baci, si avvicinava piano. Sopra si aprivano le stelle. Angel si disse: devo!
Il traghetto giunse al porto procedendo di lato in una mezza piroetta, in senso antiorario. All’attracco si spensero i motori , come quando cessa la musica. Scesero i due innamorati, lei rideva ancora, ma con la coda dell’occhio, cercava. Camminando lungo la sabbia, lei con le scarpe in mano si bagnava a volte i piedi.
Angel a distanza, riusciva a vedere le orme di entrambi e pestava preciso quelle del ragazzo, così gli pareva, guardandosi indietro, di essere lui che l’aveva condotta per mano. I due innamorati, lo erano ancora?, si fermarono sotto al pontile, lei poggiata a un palo, lui la baciava. Poi lei lo abbracciò per rubargli il calore, con la testa sulla sua spalla, gli occhi chiusi, qui sentì un altro odore.
Aprì gli occhi e vide Angel vicinissimo. Angel, che, senza accorgersene si era ritrovato in mano un bastone trovato, colpì il ragazzo sulla testa. Il ragazzo cadde senza fiatare. Lei urlò. Angel la guardò con maggiore paura di lei. Lasciò cadere di mano il bastone e, con la stessa mano, prese piano quella di lei.
Ballarono sulla spiaggia. La mattina dopo c’erano ancora le tracce del loro tango, un po’ mangiate dalle onde, un po’ no.

– Non ci credo, hai inventato tutto quanto!
– E anche se fosse?
– Non voglio menzogne questa sera, voglio solo cose vere, solo musica, solo balli.
– Allora sei fortunata. Questa sera hai la musica e i balli. Basta che ascolti, che guardi, basta che scendi.
– Da qui vedo dove suonano, intuisco anche i loro movimenti, ma non bene.
– Senti anche le parole? Cosa dicono, qual è la storia?
– Cantano spesso una canzone, ho chiesto in giro e un vecchio, sicuramente uno di loro, con parole qualcuna della mia e molte della sua lingua, mi ha spiegato quel tango: Mi hombre es un tanguero.

“Il mio uomo balla il tango. La sera, quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. E’ qui che, fino a notte tarda, vengo a vedere il mio uomo che balla. La strada buia, le case, alle finestre, qualche luce già si spegne. Giù per le vie, quelle più strette e fatte di pietra, l’ultimo vicolo tiene nascosta l’entrata oltre una tenda lurida: qui dentro balla il mio uomo. Sa che ci sono, ma sempre mi ignora, per lui è solo la musica, solo il ballo e le tavole sotto che scorre con le punte. Sono solo le traiettorie che inventa, i passi, a volte svelti, a volte lenti, con cui mi tradisce ballando con le donne, quelle vere che con lui ballano, che fanno l’amore con lui, mentre tutti guardano, anch’io.
Dentro c’è fumo tutto attorno e musica sempre, di giorno non sono mai entrata, la luce qui noni si muove bene. Fumo e musica, l’odore e il sapore del vino rosso, e il sudore del caldo della gente, il cibo. E’ una cappa che fa l’atmosfera dove lui balla ed io guardo, lontana, quando mi tradisce. Io, sola al mio tavolo, che per la rabbia non vedo più, ma io, sì, ho qui con me un pugnale, ho con me un pugnale che nessuno sa.”

 

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