“Il Monarca” di Marcello Rizza

Se lo chiedeva da giorni, la mano a accarezzarsi il volto e poi un moto di stizza. Guardò fuori dalla finestra, i raggi del sole maggese e il cinguettare giocoso degli usignoli trattenuti nell’enorme gabbia del giardino regio non poterono calmarlo. La dottoressa bussò. Aspettò. Il monarca si alzò affaticato dalla sedia, infilò la giacca da camera perfettamente stirata, si lisciò i capelli con la mano, si accarezzò ancora il mento… sì, era stato sbarbato un’ora prima, si atteggiò da suo pari e autorizzò l’ingresso alla donna.

– Buongiorno Maestà.

Non avrebbe detto altre parole se non invitata dal suo Re, e lui tacque. Margareth si era laureata al Karolinka Institute di Stoccolma col massimo dei voti 20 anni prima, aveva esercitato nei più prestigiosi ospedali privati di Boston e Londra, ora era lì a tenere in mano un vassoio in argento del 1600 con una brocca d’acqua di fonte e un portapillole di legno laccato rosso. Philip, quel suo splendido bambino che da soli venti giorni aveva imparato la sua prima parola, mamma, non lo vedeva da due settimane. Nello stesso periodo aveva dormito su una paolina d’epoca, convenientemente vestita per lo scopo, solo la cuffietta tolta e sottomano, una borsa con il necessaire medico d’urgenza da prendere al volo. A pochi metri dalla paolina c’era l’ingresso alla camera da notte regia, presidio di due alabardieri che proteggevano il monarca. La differenza tra lei e gli armigeri era che i due militari smontavano di guardia ogni sei ore. Non le era stato chiesto di assistere il monarca, di operarlo. Cinque funzionari di qualche strano apparato governativo la intercettarono direttamente in ospedale, stava entrando in sala operatoria per un delicatissimo intervento cardiaco, non glielo permisero. Il suo Re aveva bisogno di lei. Eccola, da due settimane una delle menti più brillanti della medicina internazionale, dopo essere stata portata in una struttura ospedaliera attrezzatissima all’interno del regio parco e dopo aver collaborato con una troupe di quattro cardiologi per pianificare e eseguire l’intervento al cuore del monarca, stava facendo poco più che l’infermiera per il suo Re. In silenzio appoggiò il vassoio, riempì a metà il bicchiere e aprì il portapillole. S’inchinò e uscì senza aspettare che il suo Re le prendesse.

Se lo chiedeva da giorni: chi era il cosiddetto donatore del cuore? Era il monarca e non poteva avere il cuore di uno qualunque, doveva sapere chi era ora con un cuore come quello. Il monarca ha milioni di vite da proteggere, decisioni vitali da prendere per il suo popolo. Deve avere un cuore saldo, deve pompare sangue blu, non è un uomo qualunque. Nemmeno dal punto di vista medico era uno qualunque.  Aveva problemi di compatibilità per via del sangue AB negativo e per altri dettagli medici che non capiva appieno. Certo, i servizi segreti avevano svolto approfonditi accertamenti per trovare persone idonee a essere sacrificate per l’eventuale necessità, e per qualche motivo non ne avevano trovate di perfettamente compatibili. Fino a quando si presentò in ospedale un uomo che dichiarò di non ricordare chi fosse. Parlava un inglese elegante e forbito, aveva modi educati e conosceva l’etichetta, non poteva essere uno qualunque. Eppure non risultava che qualcuno ne avesse denunciato la scomparsa, le sue impronte digitali non rivelarono nulla. Non aveva una identità. Fu curato, e ancor di più fu accudito quando i servizi segreti si accorsero che tutti i parametri medici che lo riguardavano erano compatibili con quelli del Re. Nessuno scoprì chi fosse, lui non lo ricordava. Chi era il donatore del cuore che ora batteva in lui? Poteva essere un anarchico, un terrorista, un debole, o peggio ancora un barbiere. Era questo il suo cruccio e il suo sospetto, ne aveva anche parlato al capo di gabinetto e gli aveva ordinato specifiche indagini sul mondo dei barbieri e dei parrucchieri. Con quel cuore era cambiato, non si sentiva più la stessa persona, lo stesso Re. Non si spiegava perché a ogni istante sentisse il bisogno di toccarsi il mento e si chiedesse se fosse rasato a puntino. Chi era quel maledetto donatore che, distraendolo dai suoi più importanti ragionamenti, lo costringeva con quel cuore a chiedersi se fosse o meno sbarbato?

Margareth era fuori, i due alabardieri non parlavano, non le toglievano gli occhi di dosso. Non erano sguardi nemici, ma erano fastidiosi. Il suo cuore era triste, le mancava Philip e anche quel marito litigioso che più di una volta aveva pensato di abbandonare. Il suo paziente era il Re. Continuava a ripetere dentro di sé quel motto della saggezza contadina francese: “È morto il Re, viva il Re”.  Un Re poteva morire, ce ne sarebbe stato un altro e il mondo sarebbe ancora andato avanti. Era la sua vita che sarebbe cambiata se lui fosse morto. Un funzionario con la giacca scura, alto un metro e ottantotto, dalla mascella quadrata, sempre lo stesso ogni notte alle 03:00, arrivava da lei e le porgeva un telefono cellulare. Poteva vedere lei stessa, in video, il suo Philip che dormiva tranquillo in una stanza che non conosceva, dentro una culla che non era quella scelta dai suoi genitori. Era prigioniera del suo Re, della tenuta del cuore di un monarca e di un uomo gretto che inspiegabilmente si toccava di continuo il mento, come un tic, crucciandosi per chissà quale pensiero.

 

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“Rossano, Melania e il dente di leone” di Raffaella Tavernini

“Tutto per un maledettissimo dente di leone. Che fra l’altro era sicuramente falso. Mi fai una piccola rossa, Julie?”, così disse Rossano, senza soluzione di continuità fra un pensiero e l’altro, guardando fisso negli occhi Julie anche se la sua frase era indirizzata a me.

Appoggiato con i gomiti al bancone della nostra seconda casa, la birreria di Julie, Rossano attaccò le labbra alla birretta e con un solo sorso ne bevve più di metà. Poi le staccò, posò il bicchiere sul bancone, passò l’unghia dell’indice destro sotto l’unghia del pollice sinistro fissandosi le mani e disse:  “Piuttosto intransigente la ragazza”.

Rossano tornava da una settimana in Kenya, dove avrebbe dovuto scoprire la natura selvaggia e le profonde tradizioni del suo popolo, o così almeno prometteva il depliant dell’agenzia di viaggi dove aveva prenotato la vacanza con Melania. Una vacanza last minute quando lui e Melania avevano scoperto di avere entrambi una settimana libera dal lavoro per Pasqua.

“Non è costata neanche poco ‘sta maledetta vacanza in alta stagione”, continuò Rossano e prese a lisciarsi con il pollice destro una dopo l’altra tutte le unghie della mano sinistra, dal mignolo al pollice, continuando a osservare fisse le sue mani come se stesse operando a cuore aperto.

Si frequentavano ormai da qualche mese, Rossano e Melania, il giorno in cui erano entrati in agenzia. Si poteva dire che stavano insieme: l’intenzione di non frequentare altre persone era stata esplicitata una sera a cena a casa di lei. Una sera che a entrambi, quando la ricordavano, strappava come riflesso automatico uno sguardo languido e un sorrisetto a mezze labbra al pensiero del sesso che ne era seguito. Il palesare la reciprocità delle loro intenzioni aveva sciolto qualcuna delle prime inibizioni.

Qualche altra inibizione era stata sciolta quando Melania a casa di Rossano aveva trovato un buon cinque o sei libri di Erri De Luca che “Cavolo, sembrava lo sapesse che è il mio scrittore preferito!” aveva cinguettato il lunedì mattina in ufficio alla sua collega di scrivania mentre si limava le unghie, corte e quadrate come piacciono a lei. (Che poi Rossano davvero lo sapeva che era il suo scrittore preferito, era un discreto osservatore: aveva visto a casa sua tutti i suoi libri sul ripiano più in vista della libreria, ma qualcosa di Erri De Luca gli piaceva davvero, mica avrebbe speso un settanta euro – occhio e croce – solo per fingere una cosa così sciocca. Il peso della farfalla, ad esempio, gli era piaciuto tanto da non uscire di casa una domenica intera per leggerlo. La storia del re dei camosci e del re dei cacciatori lo aveva fatto pensare a tutte le giornate, quelle calde e quelle gelide, quelle limpide e quelle umide e nebbiose, quelle brevissime e quelle interminabili, passate accovacciato ad aspettare la regina del bosco, la beccaccia, che cacciava ormai da quindici anni.)

A questo punto della relazione non era sembrato un azzardo prenotare la vacanza in Kenya, piuttosto la promessa di una settimana di sole, mare, safari, natura, amore, sorrisi inebetiti occhi negli occhi, mani incrociate intorno ai bicchieri di cocktail decorati con le bandierine di tutto il mondo, paroline oscene sussurrate nelle orecchie in coda al buffet per i dolci e tanto sesso. Perciò senza indugi erano partiti.

“I primi giorni tutto bene, amico. Il mare del Kenya, davvero, è bello. Non mi sono annoiato neanche sul lettino: dormivo, mi svegliavo, Melania mi sorrideva, ordinavo una birra, mi riaddormentavo, mi risvegliavo, ne bevevo un sorso, guardavo Melania con uno sguardo che non so come sia, ma so che le piaceva parecchio, mi riaddormentavo e via così tutto il giorno.”

“Finché… “, Rossano ordinò un’altra birra, media questa volta. Con l’unghia del pollice della mano sinistra sfiorò tutte le linee del palmo della mano destra, e continuò: “Fino al safari. Bellissimo, due giorni nella savana con pernottamento incluso. Abbiamo visto tantissimi animali: zebre, giraffe, elefanti… ma il leone. Il leone. Il leone ti giuro che mi ha guardato. Ci siamo guardati negli occhi, con rispetto. Il giorno dopo in spiaggia sembravo io il leone, ma in gabbia. Ero irrequieto. Sono andato a fare una passeggiata e in un mercatino ho incontrato la guida che ci aveva accompagnato. Mi ha detto che aveva notato lo sguardo fra me e l’animale il giorno prima e mi ha chiesto se volevo un dente di leone da portarmi a casa. Che era del tutto legale, preso da una bestia trovata morta dalle guardie del parco”.

Rossano mi guardò negli occhi, credo che lo sguardo non fosse lo stesso che riservava a Melania. Bevve un sorso di birra e continuò: “Mi è sembrato fantastico: il re della savana, il re della foresta. Forse con il suo dente al collo avrei potuto essere davvero il re dei cacciatori. Ho comprato il dente e sono tornato da Melania correndo come una gazzella. Eccitatissimo le ho mostrato il mio dente, già attaccato con un cordino al collo”.

“Amico”, continuò Rossano appoggiando il bicchiere con molta attenzione cercando di centrare alla perfezione il sottobicchiere di cartone appoggiato sul banco, “Melania si è alzata dal lettino come impazzita. Mi gridava che sono un pazzo, una bestia, un delinquente, che mi avrebbe fatto arrestare se non avessi restituito il dente. Ho scoperto che è la fondatrice della sezione locale degli attivisti contro la caccia. Inaccettabile. Fortuna siamo partiti la sera stessa. In aereo ho chiesto che mi facessero sedere lontano da quella Giovanna d’Arco di altri tempi. L’ho riportata a casa da Malpensa, ma non ci siamo più visti”.

Tutto per un maledettissimo dente di leone.

 

 

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“Io qui non ci volevo venire” di Bruno Barcellan

Ti giuro che non me lo sono inventato, è stata l’agenzia a dirmi di venire qui, in verità è stata Rosemary, la conosci no, con quella sua vocina stridula e precisa, me l’ha detto lei a nome dell’agenzia. Se poi se l’è inventato oppure davvero quei quattro rinsecchiti si sono trovati per decidere, questo non lo so. Conoscendo Rosemary, tutto può essere. Ma tu te l’immagini i quattro vecchi che si incontrano alle tre di un pomeriggio lavorativo in un bar del Queens seduti al bancone ognuno con la sua macchina fotografica poggiata in bellavista per fare a gara a chi ha l’obiettivo più lungo? Io no, ormai quelli si ignorano allegramente, ognuno crede di essere meglio dell’altro anche se poi corrono in edicola quando esce in copertina la foto di uno di loro. In ogni caso io qui non ci volevo venire e soprattutto non volevo che venissi tu, ti ho invitato solo per cortesia. Mi hai sempre fatto una testa così che se diciassette anni fa fossi venuta con me allora avresti fatto anche tu una foto come la mia, così questa volta te l’ho detto e non mi puoi più fare storie. Ma io qui non ci volevo tornare, che ti sia chiaro come questo dannato sole che mi sta uccidendo gli occhi. Per non parlare della polvere, e della sabbia, diamine! Ma se non venivo, se mi rifiutavo, lo sai come sono fatti quelli, se la segnavano per sempre e qualsiasi cosa avessi poi fatto di bello, loro avrebbero detto che però quella volta mi sono rifiutato, e usavano questa come scusa per non farmi mai entrare nel gruppo. Lo so che non dovrebbe fregarmene niente, ma far parte dell’agenzia sai cosa comporta? Sai quanto lavoro arriva senza neanche doverlo cercare? Per non parlare dei soldi, sì dei soldi! Non vivo d’aria io! E neanche tu signorina… signorina, si fa per dire. Se l’avessero chiesto a te avresti fatto lo stesso, anzi ne saresti stata orgogliosa. In ogni caso ora siamo qui e dobbiamo sfangarcela in qualche modo. Se vuoi aiutarmi, bene, altrimenti prendi il primo volo e vattene che io m’arrangio lo stesso, ma se resti mi dai una mano senza fare storie, intesi? L’interprete ha detto che è proprio lei, a guardarla sembra impossibile, so che non è bello da dire, ma a me sembra un uomo, non può essere lei, saranno anche passati diciassette anni, c’è stata la guerra e tutte le traversie che vuoi, ma a me non sembra possa essere lei. Tu che ne pensi? Ho sentito anch’io dire che certe persone possono cambiare di un po’ il colore degli occhi, boh non lo so, a volte a voler credere una cosa poi si finisce a pescare granchi grandi come il Michigan. Non lo so, metti poi che facciamo tutto un circo che l’abbiamo ritrovata: eccola qui la ragazza profuga che ha incantato il mondo con i suoi occhi, guardate come è diventata, guardate cosa succede a vivere da queste parti, e poi fra qualche mese si scopre che era una bufala, che non era lei, ma sua cugina, allora sono io che ci rimetto la faccia, per non parlare della carriera. Io qui non ci volevo tornare, tu dovevi convincermi a non venire, che non ne valeva la pena, di solito ogni cosa che faccio la critichi, questa volta niente? Questa che era l’occasione giusta per dissuadermi dal fare una grandissima, speriamo di no, minchiata? In ogni caso adesso dobbiamo farle una foto, ma non so ancora se è meglio partire dagli occhi e far rivivere la bellezza di quando era bambina o invece sottolineare il fatto che in soli diciassette anni ormai è come se fosse già vecchia, che vivere qui non è mica una passeggiata, pensa che adesso dovrebbe avere quasi trent’anni e ne dimostra il doppio. E se non fosse davvero lei? Ma tu ti fidi di questo cavolo di interprete? Io qui non ci volevo tornare! Dovevo prendere quel lavoro per Calvin Klein, ma lo sai quanto pagava? E poi dicono che le modelle pur di uscire stupende in un servizio sono disposte a tutto, te la regalano come se non fosse loro, io non ci sono mai stato con una modella vera, la più bella donna che ho avuto se stata tu, pensa te! Dai non ti offendere, dopotutto, pensaci bene, ma questo è un complimento. Ok, ti chiedo scusa, le modelle fanno schifo, sono vuote dentro e  magre come stecchi. Copriamole i capelli che sono inguardabili, questa sorta di burka viene a fagiolo, sottolineiamo gli occhi che sono sempre ipnotici, anche se forse non sono i suoi. Chissà se il marito glieli chiude con la mano sopra quando fanno sesso? Tanto loro lo fanno vestiti, cinque minuti ed è fatta. Guarda che io almeno mezz’ora sono sempre durato, questa non me la puoi negare, se vuoi dopo facciamo un ripasso, però facciamolo al buio che non voglio vedere quanto sei invecchiata.

Scusa, non volevo, torniamo al lavoro. Ho detto scusa, falla finita! Ma preferiresti un uomo di questi che la parola scusa non sa nemmeno cosa vuol dire? Il guaio è che non posso neanche cambiarle troppo l’espressione altrimenti si capisce che non è naturale, ma questa qui sembra sempre incazzata, se almeno facesse lo sguardo un attimo più dolce allora sarebbe fatta.

Forse le basta una caramella, o dell’oro, chi lo sa? Chi lo sa cosa ha in mente, se è davvero arrabbiata, o delusa o chissà cosa, forse vede te che sembri così libera di fare quello che vuoi, con i tuoi capelli, i tuoi vestiti, forse ti disprezza e invidia allo stesso tempo, la tua sfrontatezza, potertene andare in giro per il mondo, nessun uomo che ti comanda, lo ha capito subito che io non conto niente, poter vedere le stesse cose che hai visto tu, il mare ad esempio, la neve, la neve che cade a fiocchi dal cielo, e si chiede invece perché lei viaggia solo quando è costretta, quando deve scappare da qualche guerra, e non è lei a decidere dove, non decide niente lei; o forse di tutte queste cose non ha una coscienza precisa, ma le intuisce adesso mentre ti guarda con orrore, sdegno, invidia? O forse si è fatta una corazza così spessa che ormai non passa nulla. Se fossi davvero bravo come dicono, io tutte queste cose riuscirei a coglierle con un solo scatto.

Se le mostriamo la foto di quand’era bambina, forse si scioglie un po’. Passamela, ne ho una copia nel mio zaino, lì nella tasca di sopra. Di’ all’interprete di spiegarle che è lei, speriamo funzioni. Se avesse davvero il burka, uno di quelli con la stoffa traforata sugli occhi, allora le farei un primo piano di questi suoi occhi in prigione con la luce del sole che vuole entrare e loro uscire allo stesso tempo, questa sì che sarebbe la foto giusta. Vorrei fare anche, parallela, una foto a te e le tue di prigioni, che non sono fuori, ma sono dentro, dentro i tuoi occhi semplici color nocciola, sotto queste lenti a contatto colorate che ti ostini ancora a voler portare.

 

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“Marcio in Danimarca” di Bruno Barcellan

C’è del marcio in Danimarca, come in ogni cosa, anche nel patto che MaryJane e Thobias, seduti in penombra al tavolino di un pub, stanno stringendo: a loro sembra una cosa da poco, senza importanza, quasi un gioco fra i due che sono quasi amanti, invece no. Il patto dice che fra cinque anni, qualsiasi cosa succeda, MaryJane e Thobias devono incontrarsi, cinque anni esatti, il 16 giugno 2020, compleanno di lui che farà ventidue anni precisi, lei quaranta, poco più. Una sorta di inquietudine nel non sapere cosa avrebbe riservato loro il futuro dalle apparenti maglie troppo larghe, li ha spinti a fissare una immaginaria puntina da disegno per far svolazzare un po’ meno questo futuro, così almeno sperano. “Cinque anni non sono molti e non sono pochi”, così lei dice a lui mostrandogli la mano aperta con tutte le dita spalancate e, contemporaneamente, guardandosi le unghie lunghe e curate.

Thobias risponde subito di sì, muove su e giù la testa e poggia la mano a combaciare con quella di lei, basta il solo contatto a fargli scattare un brivido, è in questi casi che apprezza il fatto di portare sempre i jeans capaci di mimetizzare il suo turbamento.
Progettano nei dettagli il loro incontro: scelgono il posto, a casa di lui o di lei non va bene, i genitori di lui sarebbero di troppo, lei invece vive in affitto e spera di trasferirsi a breve. Decidono per un posto pubblico, all’aperto, pensano a un ponte, famoso per i suicidi, scelta un po’ macabra. Si figurano la scena: lui deve arrivare da nord, dai giardini pubblici, lei dall’altra parte, alle 23.30, con la pioggia o con la luna, non importa. Devono arrivare a piedi dalle due diverse direzioni, non sono ammessi ritardi e neppure attese, ma così non avverrà perché lui, fra cinque anni, sarà costretto su una sedia a rotelle, ma comunque ci sarà. Lei non è ancora detto che verrà, ci sono buone probabilità che lo faccia, ma qualcosa può andare storto. I futuri possibili che la vedono arrivare all’incontro sono molti, in alcuni lei ha i capelli corti, non come ora, ce ne sono due in cui è bionda platino perché fra quattro anni inizierà a tingersi per superare una storia d’amore, in uno di questi due futuri la storia d’amore che vuole dimenticare è proprio con Thobias. In questo futuro lei sarà molto indecisa se presentarsi all’appuntamento o meno, la promessa da una parte e la poca voglia di vederlo dall’altra, giocheranno quasi alla pari, ma poi vincerà il senso del dovere e la curiosità che contraddistinguono l’animo di MaryJane.

Escono dal pub e si dirigono al ponte per fare le prove generali di quello che sarà. All’ultimo si dividono e Thobias finge di arrivare a piedi, cosa che non potrà succedere, guarda MaryJane mentre si avvicina, si ferma all’inizio del ponte e la aspetta tenendo le gambe larghe nella stessa posa che assume quando sul campo da baseball si prepara alla battuta. Fra due anni è probabile che nella stessa posizione, in un pomeriggio di sole a fine stagione, attenderà la palla decisiva che farà vincere alla sua squadra il torneo. Siamo in seconda divisione, lo stadio non è grande, ma stipato di pubblico, nella tribuna il padre di Thobias assiste orgoglioso alla partita del figlio. Ha un berrettino con la visiera per difendersi dalla luce, non segue l’azione perché ha occhi solo per Thobias. In uno solo dei futuri possibili Thobias è il lanciatore, ma solo in uno, perché un anno prima, durante un allenamento si è lussato la spalla nel tentativo di migliorare il suo tiro, in seguito, in tutti gli altri futuri, ha deciso di diventare battitore, sarà uno dei più bravi della divisione, grazie alla battuta che sta per fare la sua squadra passerà di categoria. Il padre quindi lo osserva mentre tiene in mano la mazza e con il piede liscia il terreno; mastica gomma per stemperare la tensione, guarda dritto negli occhi il suo avversario pronto a lanciare. Esistono delle ecografie a quatto dimensioni, è difficile immaginare la quarta che ovviamente è il tempo, le ecografie a tre dimensioni mettono in risalto i tratti del volto del bambino dentro l’utero, sembra quasi di poterlo toccare, quelle a quattro permettono di vedere i tratti come saranno quando il bambino nascerà e anche oltre, possono evidenziare somiglianze con i genitori, come quella fra Thobias e il padre, che è solo una somiglianza fisica perché il figlio non è tenero di cuore.
Durante la partita il padre, forse a causa del forte sole, inizia a vedere il suo ragazzo a quattro dimensioni, vede come sarà tra un anno, sulla sedia a rotelle. Il lanciatore compie i riti scaramantici come d’abitudine: guarda le basi, ignora il battitore, poi esplode improvviso un lancio fuori bersaglio che colpisce la sedia a rotelle e ne ammacca una forcella di metallo. Thobias non si scompone, sistema la posizione della sedia e impugna la mazza da seduto: è pronto. Il lanciatore sorride beffardo, prepara il movimento, il nuovo tiro è giusto nel mezzo, fortissimo, Thobias fa scattare la mazza e colpisce senza esitare: fuoricampo! Qualche metro più a sinistra e la palla sarebbe arrivata in mano al padre in tribuna pronto a prenderla, anche se in nessuno dei possibili futuri questo avverrà mai. Dopo la battuta Thobias compie il giro delle basi a una velocità inaudita per la sua sedia, con bracciate poderose sulle ruote percorre tutti i punti assolati del diamante incitato dalle urla di gioia dei compagni che alla fine lo prenderanno in braccio e lo lanceranno in aria per festeggiare la promozione. È la giornata più felice di Thobias, al padre scorre una lacrima dimenticando che suo figlio tra poco non camminerà più e non potrà mai essere l’atleta che sta vedendo.

L’acqua sotto il ponte scorre imperterrita, MaryJane e Thobias la guardano senza parlare, l’acqua che scorre sotto il ponte più o meno allo stesso modo è l’unica costante che tiene inchiodati tutti i futuri e anche il presente. In qualche futuro possibile, MaryJane non sarà più insegnante perché verrà radiata per un coinvolgimento sentimentale con un suo studente, in uno di questi lui è un ragazzo di colore, in molti altri è Thobias. Perdere il lavoro la farà stare male non per il lavoro in sé, ma per dover interrompere il contatto con i ragazzi a cui inevitabilmente si affeziona: non le è mai piaciuto l’uomo maturo, a eccezione di qualche possibile svolta in cui costruirà una famiglia con compagni più attempati, ma eterni ragazzi dentro. Le verrà naturale essere sempre complice con tutti i possibili figli concepiti, anche se in molti futuri rimarrà all’oscuro delle gioie e dei dolori della maternità perché non ne avrà proprio di figli.

MaryJane guarda pensierosa l’acqua e non dice nulla. Le probabilità che si trasferisca entro l’anno sono molte, è probabile anche che acquisti casa facendo un mutuo troppo oneroso che in qualche caso non riuscirà a pagare se non chiedendo aiuto alla sorella, in un caso la sorella le chiuderà la porta in faccia, i problemi finanziari e la fine della storia d’amore con Thobias la porteranno in una spirale di depressione che sfocerà in problemi di alcol. Un fatto singolare capiterà in una sera d’estate di quattro anni dopo nel suo appartamento che ormai odia per la solitudine e le difficoltà economiche che continuano a occupare i suoi pensieri senza tregua. Solo grazie all’alcol riesce a superare le preoccupazioni, anche quella sera ha esagerato e si trascina dal divano alla cucina senza sapere neppure perché. Fino a quando vede entrare dalla finestra aperta una farfalla notturna e ne rimane incantata. Pensa che poterla accarezzare possa darle un senso di leggerezza, ma la creatura non vuole farsi prendere. Nel tentativo di raggiungerla mentre svolazza inconsapevole, MaryJane inciampa sulla bottiglia di vino che ha lasciato per terra. La bottiglia si rovescia sul tappeto e lei perde l’equilibrio cadendo rovinosamente sul tavolino, sbatte la testa esattamente all’altezza dell’osso che sporge di un poco sotto l’orecchio. Sviene. In un futuro possibile rimane senza sensi e allo stesso tempo vomita per il troppo alcol bevuto, il vomito la soffoca e muore. In molti altri futuri sviene solamente e si sveglia la mattina dopo in uno stato pietoso, sarà questo il fondo da cui riemergere.

Sul ponte Thobias la guarda senza parlare e, grazie alla vista in quattro dimensioni che improvvisamente gli attraversa gli occhi, intravede fra i capelli il livido viola sotto l’orecchio di lei. MaryJane non si accorge di nulla e continua a guardare l’acqua che scorre. Anche lei riesce a vedere, dentro i riflessi scuri dell’acqua alla luce dei lampioni, una visione in quattro dimensioni. Vede la sedia a rotelle di lui, è esposta in un negozio di articoli sanitari, ha ancora il cartellino del prezzo e il cellophane a proteggerla dai graffi. Poi vede la strada sotto casa dell’appartamento che acquisterà senza avere i soldi necessari. È quasi mattina e dal portone di ingresso Thobias esce dopo una notte, probabilmente, di sesso con lei. Ad attenderlo mezzo addormentato dentro una macchina scura c’è lo stesso ragazzo di colore che in un altro futuro sarebbe stato l’amante di lei. È rimasto tutta la notte ad aspettarlo, è mosso da una gelosia insostenibile. Accende il motore dell’auto e accelera veloce proprio nel momento in cui Thobias attraversa la strada. Lo travolge. L’immagine che MaryJane ha dopo è di Thobias seduto sulla sedia a rotelle all’interno del negozio, come fosse un manichino da esposizione per promuovere l’articolo. Da quel momento la storia d’amore fra i due andrà a rotoli e si porterà dietro le loro speranze.

In un futuro possibile, cinque anni dopo, il 16 giungo, compleanno di Thobias, una ragazza non più giovane e un ragazzo in sedia a rotelle si incontrano alle 23.30 su un ponte famoso per i suicidi. Lei non vorrebbe stare lì. Lui sì. Lui l’aspetta ancora con l’istinto di battere la palla immaginaria che lei potrebbe lanciargli. Lei invece gli si avvicina e gli dice di abbracciarla, ma non si china su di lui. Thobias capisce che MaryJane vuole che lui si alzi, come un tempo, anche se è impossibile. Ma in un futuro impossibile, facendo forza sui braccioli della sedia, Thobias si alza e le si getta addosso, MaryJane lo prende fra le braccia, cerca di tenerlo, ma non ci riesce perché lui è troppo pesante, prova comunque a reggerlo, barcollano, scivolano di lato e sbattono sul parapetto del ponte, lo superano e cadono entrambi in acqua. In nessun futuro possibile riusciranno a salvarsi, lui perché non può notare per via delle gambe, lei perché continua a tenerlo abbracciato.

 

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“La sera tardi” di Bruno Barcellan

La sera tardi, dopo aver sparecchiata la tavola, soffiate via le briciole dal libro che stavate leggendo, accesa la lampada ed esservi rannicchiata comodamente di fronte al fuoco, ecco, allora sarebbe il momento di guardarvi dalla pioggia.  (K. Mansfield)

 

Perché la pioggia fa quel che farebbe un’amica, o una mamma, che vi viene a trovare, e cullare, dice dormi, va tutto bene, con la sua voce di ninna nanna. Ma.
È solo un dormiveglia quello in cui vi porta, tu che credi di essere al sicuro e ti lasci andare in balia di un mare senza onde, abbassi le difese, sciogli anche le piccole rughe della fronte, accogli il sonno, ristoratore, accogli il sogno, corroborante, ma la pioggia no, lei non ti lascia andare, tiene sempre la tua coscienza a galla, reggendola con la punta delle dita. A volte lascia la sua presa, ma è solo un gioco, poi ti riprende. Come quando si insegna un bimbo piccolo a nuotare, lo si lascia anche, ma solo un secondo. Così arriva il sogno, ma non è il viaggio che dev’essere, è solo un’eco del giorno, dove le ansie non hanno il freno della mente vigile, e qui si moltiplicano all’inverosimile. La pioggia fa come le sirene d’Ulisse che mentono e promettono, senza nessuna corda che le ti lega.
Eppure la pioggia qualcosa ti dà, contropartita delle menzogne, lei ti permette di muovere senza andare. Con il suono, prima ti mostra i tetti, comignoli e lamiere, le loro voci anche di notte. Piano poi ti apre le vie attorno, le strade, le pietre. Infine i palazzi, le altre case e, per miracolo, quelli che ci vivono dentro: tante piccole fiammelle che la pioggia non spegne. Anche quell’uomo che guarda dalla finestra, dietro ad un vetro guarda la pioggia sotto il lampione: è così che trascorre la notte.
Chissà che pensa? Vorrei sapere.
Vorrei sapere se anche lui ha paura, non so, delle strade strette, guidarci.
Questa, in verità, è la mia più grande paura, lo ammetto.
Ammetto anche che non guido benissimo, ma me la cavo. Meno che sulle strade, quelle strette.
Ho una mappa mentale di tutte le strade strette che mi fanno paura.
Al primo posto c’è quella che porta in montagna. Doppia corsia, ma basta appena per una macchina.
Da una parte la roccia. Dall’altra il lago. Curve una dietro l’altra. Tornanti. Gallerie.
Poi c’è la strada che corre sopra la diga. Per non farla allungo anche di molto.
Prima di imboccarla bisogna guardare se dall’altra parte arriva qualcuno, se no, allora bisogna partire veloce e percorrerla nel minor tempo possibile per così evitare di incontrare un’altra macchina nel senso opposto. Se così fosse, uno dei due dovrebbe fare retromarcia, e se toccasse a me, non so se riuscirei a farlo.
Altra strada stretta da paura, quella che porta al mare, lungo i canali solcati dai cascinali abbandonati. Da una parte e dall’altra dell’argine, ripide discese. Quando c’è nebbia, d’inverno, debbo avvicinare il naso al parabrezza e sperare in Dio. Quanta fatica arrivare al mare, anche d’inverno.
Ultima, ma non ultima, una strada che non so neppure bene dov’è. È dispersa nella mia memoria, ma ricordo come è fatta. È un ponte che attraversa un fiume. La strada di per sé non sarebbe neppure tanto stretta, ma ci hanno messo, all’inizio e alla fine del ponte, due grossi cubi di cemento. Credo non volessero far passare i camion. Ma così una macchina ci passa appena. Non ci ho mai guidato. Lo fece mia madre. Neppure lei guidava bene. Una sera di tanti anni fa. Con la sua vecchia macchina. Fragile. C’era la pioggia, come stasera.

 

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“Rom” di Elda Cortinovis

Mirna era l’ultima di quattro fratelli. Aveva, a vederla, circa l’età in cui le ragazze normalmente cominciano la scuola media. Non era più certa neppure lei dei suoi anni a forza di dire di averne nove ad ogni fermo di polizia. Da due anni mendicava per le strade, compito che le era stato assegnato dalla famiglia. Il campo rom in cui viveva era piccolo, le roulotte erano disposte lungo il perimetro dell’area che il comune aveva loro assegnato e al centro ogni sera veniva acceso un grande falò.
Quella notte Mirna aveva visto bene suo fratello maggiore, Bruno, tornare tardi e correre come una bestia inferocita per tutto il campo. Girava intorno al fuoco pronunciando parole irripetibili. Il suo sguardo indemoniato era perso in un mondo parallelo e pareva non sentire e non vedere nulla di ciò che gli stava innanzi: “Muoio adesso muoio, portatemi via… vi prego aiuto muoio”, gridava, ma nessuno riusciva a bloccarlo. Come uno scimpanzé in gabbia, saltava da un punto all’altro aggrappandosi ai rami degli alberi e arrampicandosi sui tetti delle roulotte, guidato da una forza sovrannaturale.
Mirna tremava dalla paura e piangeva, le sue mani perdevano forza e le sue gambe non reggevano il poco peso del suo gracile corpo, così si sedette senza smettere di guardare dalla finestra della sua casa mobile. Bruno era là fuori posseduto da chissà quale essere malvagio che gli annebbiava ogni senso.
Erano pochi gli uomini rimasti al campo, non c’era neppure suo padre, capo di quella tribù di zingari. Le donne cercavano di calmarlo e di fermarlo, ma non era possibile, la sua indemoniata forza scatenava una violenza inaudita contro tutto ciò che incontrava. Non era un semplice rom, era il figlio del capo tribù e questo tra zingari conta. Così le donne, forse per non nuocere all’erede, dopo alcuni rituali eseguiti cantando litanie si convinsero che bisognava lasciarlo libero; libero di sfogare questa furibonda violenza su tutto ciò che avesse voluto, fino a ritrovare la calma persa.
Mirna non sopportava più quello spettacolo cruento. Non poteva guardare suo fratello con gli occhi infuocati di odio, spingere le donne a terra e calpestare carboni ardenti senza provare altro dolore, poiché il dolore era già dentro di lui, profondo e lacerante. Tirò la tenda con un gesto dettato dalla stanchezza e dal disprezzo. Chiuse gli occhi ancora bagnati e si immaginò un mondo migliore.
Poco dopo il motore di una BMW rombava nel campo nomadi e la scia di gas annebbiava il buio della notte, lasciando dietro sé un silenzio impregnato di sgomento.
Sembrava fossero passati pochi minuti; Mirna si svegliò di soprassalto alle grida di un gruppo di uomini e donne che gesticolavano rabbiosamente in mezzo al campo. Era giorno e doveva essere successo qualcosa di veramente grave: vide suo padre lasciare il campo camminando dritto verso l’auto con la consapevolezza di dover rimediare a qualcosa che in qualche modo segnava il suo orgoglio di capo.
Quando tornò era solo, Bruno non c’era. Mirna avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli dove fosse suo fratello, ma per un istante rimase abbagliata dal grande medaglione d’oro che luccicava sul petto del padre e si ricordò che era una bambina, una femmina. Sarebbero state le donne del campo a raccontarle quanta cocaina, oppio ed alcool avesse ingurgitato suo fratello e che spaventoso incidente avesse causato quella mattina alla fermata dell’autobus.
Mirna si sentì in qualche modo complice, come tutti loro, di quel disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Incapace di ribellarsi al mondo a cui apparteneva e che la proteggeva, lasciò il campo. Era decisa a vagare tutto il giorno, mendicando con addosso gli occhi della gente questa volta ancora più ostili.

 

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“Sudafrica” – capitolo sesto (di Patrizia Rossini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Strisciava acquattato con la polvere negli occhi, la luce del tramonto lo accarezzava, passava da un albero all’altro per proteggersi dietro ogni tronco, solo qui respirava. Avesse avuto la vista migliore di quella che aveva, li avrebbe visti; avesse avuto un olfatto più fine, li avrebbe sentiti. Fosse stato più intelligente forse avrebbe intuito che erano lì. Ma la fame aiuta solo l’olfatto, mentre vista e intelligenza ne risentono. Per questo era spacciato, senza saperlo. Non aveva dato peso al loro chiacchierare forse perché era troppo rado: una parola, due ogni minuto, con lunghe pause in mezzo. Non aveva prestato attenzione al puzzo delle sigarette perché non gli era parso troppo diverso dall’odore sprigionato dai roghi che erano andati avanti tutto il giorno nel lato ovest della tenuta, quest’anno toccava al lato ovest bruciare, per dargli più forza, così credevano lì dove la terra non ha forza, o almeno non quella per far crescere il raccolto che sempre stentava. Quando poi il luccichio del fucile gli bussò piano all’angolo dell’occhio, anche allora non ci fece caso. Perché distava così poco il recinto con dentro i piccoli di struzzo che avrebbero fatto tacere la generosa fame che teneva dentro. Poi non fece più caso a nulla perché a colpirlo fu la pallottola schizzata dal fucile che uno dei due fratelli impugnava tenendo la sigaretta in bocca da qualche decina di secondi senza aspirare. La cenere che s’era formata cadde a terra nello stesso momento in cui lo fece il licaone.

– Bel colpo.
– Qualcosa di buono riesco ancora a farlo.
– Non ho detto questo, accetta un complimento quanto ti arriva.
– Non sono abituato a sentirtene dire, forse è per questo.
– Sei diventato cinico a stare in questo deserto.
– Quando mi hai detto che il Sudafrica era un paradiso non hai parlato di deserti.
– Forse me ne sono dimenticato, o forse hai voluto sentire solo quello che volevi.
– Intanto io qui sono marcito tutti questi anni.
– Non è facile marcire in un deserto.
– Fai anche lo spiritoso, in Europa si usa ancora? Pensavo fosse passato di moda. Noi qui non abbiamo tempo per questi lussi.
– Già, siete troppo impegnati a scrutare il cielo in cerca di nuvole, arare la polvere e fottere le braccianti.
– Santo! Non ti permettere! Io l’amavo, a modo mio.
– Sì, l’amavi così tanto che l’hai cacciata dalla tua terra, con tuo figlio in pancia.
– Ho ancora una pallottola in canna, non te lo dimenticare.
– Non mi spareresti mai, sei troppo codardo, forse però alle spalle, forse così.

Santo si alzò dalla sedia di legno e scese i due gradini del porticato dando la schiena al fratello. Giosuè, che tutti ormai chiamavano Joshua, gli puntò contro il fucile e accarezzò il grilletto immaginando di farlo scattare. Ma poi poggiò il ferro a terra tenendolo per la punta come aveva imparato dai vecchi indigeni quando si puntellano su di un bastone per riposare, in mezzo le gambe, un albero a cui aggrapparsi. Si scottò le mani, ma non le sentiva.

– Dove vai?
– A cercarlo.
– Chi?
– Tuo figlio.
– Sarà già morto.

Santo continuava a camminare verso la jeep con cui era venuto. Joshua guardava a terra una grossa formica che girava in tondo.

– Dove sta?
– Alla Miniera.
– Vengo anch’io.
– Per te è tardi.
– Ti occuperai di lui?
– Sì, lo porterò in Olanda, avrà una vita.

Alzando polvere la jeep se ne andava contro il sole mentre a Joshua il cuore si faceva più leggero e pesante allo stesso tempo.
Intanto Erik era morto, di fatica, e dormiva. Teneva al petto le sue mani contratte e nere, nere anche di terra, steso sulla sua branda dentro una baracca delle tante attorno la Miniera che era la sua vita. Conosceva solo sete, sudore e come brillano i diamanti quando sono grezzi: è diverso da come ogni donna sa, anche lui avrebbe capito la differenza, sarebbero arrivati quei giorni.

 

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