“I Rossi Re” di Rossana Mazza

Dal paralume della piantana anni ’60 scendeva un cono di luce che inglobava giusto giusto la vecchia poltrona scozzese sistemata nell’angolo del salotto, vicino alla libreria zeppa di libri dalle copertine colorate.

Vieni Andrea, vieni qui in braccio a me. Leggiamo questo bellissimo libro che hai trovato sotto l’albero, intanto che aspettiamo il banchetto per la festa del Natale.”

Il bimbo corse in braccio al nonno, che gli scompigliò il ciuffo in un gesto affettuoso: Vai nonno, sono pronto!”, disse il bimbo accoccolandosi tra le sue braccia.

Ci fu un tempo in cui la terra fu attaccata da un esercito di microscopici omini rossi. Si racconta che ognuno di loro fosse forte come un re e infatti tutti indossavano una corona ma al posto di essere d’oro e gioielli era nera come la pece. Attaccavano solo gli umani, lasciando le case, la natura e tutto il resto integro. L’esercito dei Rossi Re si spostava da una persona all’altra con fili invisibili, facendole ammalare. Gli uomini allora si prepararono a combattere questa guerra, arrivata di soppiatto e con regole mai viste. Indossarono l’armatura fatta di elmi che coprivano tutto il viso, guanti lunghi fino al gomito e tute per proteggere il corpo, ma in quanto ad armi ne avevano ben poche, praticamente nessuna. Le battaglie duravano tutto il giorno e tutta la notte e spesso gli uomini perdevano. Fu così che il nemico in poco tempo conquistò buona parte degli umani della terra”, il nonno si fermò per prendere fiato.

Dovevano chiamare Iron Man o Thor per farsi aiutare!”, disse quasi arrabbiato Andrea.

Loro non avrebbero potuto far niente perché il nemico era invisibile non si poteva usare la forza. Questa volta la guerra era una sfida mentale”, rispose il nonno guardando il nipotino con affetto.

Continua nonno, cosa fecero allora?”

Il nonno riprese il libro e continuò a leggere: “I grandi scienziati della terra si riunirono per creare un’arma che distruggesse i Rossi Re, ma ci voleva tempo. Ognuno cercò di difendersi come meglio poteva, indossando delle maschere quando dovevano uscire di casa. Quando incontravano altre persone, restavano distanti lo spazio di due braccia. Nessuno più si avvicinava all’altro, nessuno si abbracciava, nessuno giocava. Piano piano si rintanarono nelle loro case da cui uscivano solo se strettamente necessario. Le strade si svuotarono, nessuno più andava al parco giochi, tutto ciò che era svago, amicizia e divertimento finì. Le battaglie durarono parecchio, si combatteva ovunque, spesso anche nelle case e in solitudine. Piano piano l’uomo divenne un essere scontroso, burbero. I sentimenti sparirono le emozioni, pure, fin quando il cuore si gelò”.

E i bambini? Cosa fecero i bambini?”, chiese Andrea spaventato dalla piega che aveva preso il racconto.

Il nonno gli fece una carezza e continuò il racconto: “I bambini non riuscivano a capire bene cosa stesse succedendo, a loro mancava giocare con gli amici, uscire, andare al parco. Spesso guardavano attraverso i vetri il sole splendere come non mai. Il cielo terso regalava loro giochi di nuvole, mentre gli uccellini volando cantavano la libertà. Poi un giorno un bimbo, uno dei tanti rinchiusi nelle case, dipinse sopra un foglio un grande arcobaleno e lo appese alla finestra. Il giorno dopo anche il bambino della casa di fronte fece la stessa cosa e un altro e un altro ancora, si formò così un lunghissimo filo dai mille colori che entrò in tutte le case e avvolse il cuore di ognuno riscaldandolo. Era il filo della speranza, quel sentimento che ti incoraggia dandoti la forza di affrontare l’invisibile, che ti sostiene nelle difficoltà, che ti consola e ti fa spuntare un sorriso, leggera carezza per il cuore. Grazie a questo sentimento gli uomini resistettero ore, giorni, mesi… Fecero tesoro di ciò che avevano imparato e combatterono nelle case, per le strade, tutti uniti. E finalmente gli scienziati trovarono un’arma che proteggeva gli uomini dai Rossi Re. Passò del tempo, la vita ritornò alla normalità, una nuova normalità, perché ciò che era successo aveva cambiato il mondo. La famiglia ritornò a essere fondamentale e al primo posto nelle priorità della vita, il ritrovarsi tutti insieme per condividere storie, aneddoti e racconti dei più anziani, un valore aggiunto per tutti. Gli uomini, alla fine, erano diventati persone migliori”.

Andrea che aveva ascoltato in silenzio il racconto, alzò il viso verso di lui. Due occhi lucidi si specchiarono in quelli curiosi del nipote. Il nonno si rivide bambino mentre disegnava un grande arcobaleno.

A tavola presto, è pronto!”, urlarono dall’altra stanza.

Si sedettero tutti, iniziando dal nonno a uno a uno unirono le mani e recitarono una preghiera. Un enorme albero di Natale penzolava dal soffitto giusto in centro alla tavola quadrata, dalla punta girata verso il basso penzolava la statuina di un angelo. L’angelo della speranza.

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“Maldive o tacchino?” di Elda Cortinovis

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola. Finalmente alle Maldive!

L’agognato viaggio si è concretizzato dopo anni in cui non riuscivo ad abbandonare il tradizionale Natale. Ho finalmente tagliato il cordone ombelicale che mi teneva stretta alla famiglia e ho preso il volo per Malè. Mi sono trovata catapultata in un luogo incantato dove crogiolarmi al sole, con i piedi a bagno nell’acqua calda e cristallina. Lontana da tutto con una noce di cocco in mano da sorseggiare, godendo di questo paradiso, che temevo di non riuscire a raggiungere, prima che uno tsunami lo faccia sparire per sempre. Non vedevo l’ora di fare le immersioni. A bordo di un Dhoni sono uscita al largo con un gruppo di subacquei e mi sono tuffata in queste acque magnifiche. Immediatamente sono stata circondata da pesci coloratissimi, tartarughe e mante che nuotavano indisturbate tra strapiombi e coralli, in un’atmosfera surreale.

Dicembre al caldo, cosa desiderare di più? Mi sono chiesta cosa cucineranno su questo atollo per il giorno di Natale. Cucina esotica, immagino, piatti tipici di pesce, curry e altre spezie, cocco.

«Sarà una sorpresa», mi sono detta.

Oggi è il 25 e arrivo a pranzo curiosa. Ed ecco in mezzo alla tavola, a far da padrone, un bel tacchino ripieno che aspetta i commensali. Altro che cucina maldiviana! Proprio un tacchino, esattamente come quello che in questi ultimi anni ha accompagnato il nostro Natale, o meglio la nostra Vigilia, perché è quella che festeggiamo. Siamo in venti in famiglia e la metà di noi vuole decidere che cosa si cucina. Così, per anni, abbiamo affrontato questo banchetto come un gran bazar, dove ogni mercante metteva in piazza un po’ di tutto.

Ognuno voleva cucinare quello che sapeva far meglio e chi non cucinava esprimeva il proprio desiderio, naturalmente uno diverso dall’altro. Conclusione: sulla tavola comparivano almeno dieci antipasti differenti, sei primi piatti, perché c’era sempre qualcuno che nonostante si fosse optato per due tipi di lasagne, si presentava con delle crespelle con minimo tre ripieni diversi e chi portava i tortellini in brodo, convito che così la cena sarebbe stata più leggera. I secondi piatti spaziavano tra arrosti, “polpettine della nonna” per i più piccoli, che poi si mangiavano anche i grandi, faraona ripiena e come contorno almeno cinque verdure, cotte in modo speciale. Nemmeno fosse “Il pranzo di Babette”.

Tenuto conto che dopo gli antipasti misti, tra formaggi francesi, salmone, paté, Sormontè di terra e di mare, salame, torte salate e focacce farcite, si arrivava al primo già sazi, immaginate cosa accadeva al dolce. Praticamente boccheggianti ci si accingeva al tavolo dei dessert dove in ordine comparivano: panettone farcito e pandoro classico, accompagnati da quattro tipi di creme; almeno tre torte, perché a ognuno piace esibire il suo dolce speciale, e una casetta di pasta frolla decorata dai bambini. Frutta, inclusi gli immancabili datteri, e sorbetto, per chi non gradisse le creme o, come diceva qualcuno di noi, per digerire. Il tutto bagnato da vino bianco secco e spumante.

Inutile dire che nessuno si tirava indietro, tutti assaggiavano tutto, pensando che in fondo capita una volta all’anno e a dieta ci si mette dopo le feste. Finalmente è intervenuta una delle mie sorelle, quella mezza svizzera visto che ha sposato un ticinese e ora vive là, e ha decretato la fine dell’anarchia. Ha introdotto un menù con al massimo due piatti per ogni portata. Per non perdere l’occasione di questo tentativo di riordino, il menù viene approvato e sottoscritto un mese prima e i compiti vengono spartiti con una precisione, appunto, svizzera.

Dicevo due scelte per ogni portata, regola che non vale per il secondo dove a far da unico protagonista è il tacchino ripieno, accompagnato da salsa di mirtilli. Tipico piatto del Thanksgiving Day. E chi poteva cucinarlo se non l’altra mia sorella, quella mezza americana? Mezza americana, perché se potesse scegliere volerebbe negli Stati Uniti all’istante. È cresciuta con il mito americano e va da sé che la sua casa rispecchi proprio questa identità. Tutto è over size, come il letto king size e l’enorme frigorifero, tappezzato di calamite, che immagazzina una spesa strabordante con salse e cibi tipici della cucina d’oltre oceano. Solo lei poteva, ormai da tre anni, prendersi la briga di spennare, pulire e cuocere nel forno extra large, questa bestia gigantesca, per sfamare l’allegra brigata.

In ogni caso, regole o no, il Natale a casa mia è un vero caos cosmico. Ognuno che parla ad alta voce, in una scala di note in un crescendo incredibile; non mancano recite di poesie e canti natalizi collettivi. Tutti si muovono di continuo in uno spazio ampio, ma mai sufficiente. Tutti che mangiano disordinatamente, chi in piedi, interpretando la cena come un buffet, chi seduto, aspettando di essere servito, chi, come i bambini, intorno ai regali, agognando di aprirli il prima possibile.

A mezzanotte e un quarto scatta la gran bagarre e tutti si catapultano sui regali e iniziano a stracciare le carte che li impacchettano e a cercare affannosamente il proprio nome sui biglietti. A dire il vero, non proprio tutti; c’è chi fa l’indifferente, ma rimarrebbe molto deluso se non ricevesse niente. In ultimo il Patriarca, ovvero mio padre o meglio il nonno, come ormai lo chiamiamo tutti, che dalla sedia non si alza mai e attende che qualche nipote gli porti i regali. Più esattamente un regalo, perché avendo bocciato ripetutamente tutti quelli precedenti, si vede arrivare un solo regalo da parte di tutti, solitamente mangereccio, con un libro che inevitabilmente va a cambiare. Considerato che il nonno riceve un solo regalo, gli altri diciannove hanno circa dai tre ai quattro doni ciascuno, quindi stiamo parlano di una media di sessantacinque pacchetti ogni anno, praticamente una montagna sotto l’albero, alla faccia dell’austerity.

In tutto questo frastornante Natale accade però una cosa speciale.

La nonna, cinque minuti prima della mezzanotte, cerca tra la “folla “il nipotino più piccolo e gli affida, in modo solenne, un minuscolo Gesù bambino da posare nella culla vuota. Come una magia, tutti i nipoti si mettono in fila per osservare la scena. Un momento di silenzio che dà ragione a tutto quel gran fracasso del prima e del dopo. A far da sfondo vi è un insolito presepe che la nonna costruisce, raccogliendo e conservando per tutto l’anno pezzi di cartone, fogli colorati, arbusti, bacche e molto altro. Un presepe folcloristico che è la memoria di molti viaggi che mia madre e mio padre hanno fatto durante la loro vita; per cui non c’è da meravigliarsi che accanto alle tende berbere, ci siano le case merlate dello Yemen, e che i cammelli dal Sahara finiscano in una piazza tipicamente napoletana, dove tutti i mestieri sono ben rappresentati, compreso il pizzaiolo che non potrebbe certo mancare in questo presepe, ma è difficile che ci fosse a Betlemme più di duemila anni fa. Luci colorate, acqua vera che scorre sul letto del fiume di carta stagnola; personaggi animati come il fornaio che muove la pala e inforna il pane, contadini con animali da cortile, vicino all’incantatore di serpenti, prelevato direttamente dalla piazza Jamma el Fna a Marrakesh e poi banchi carichi di frutta di tutte le stagioni. Sullo sfondo la sacra capanna, incastrata tra montagne di carta da pacco, dipinte per l’occasione e casette e chiese tirolesi. È fantastico e non lo si potrebbe immaginare diverso. Caotico, come il nostro Natale, divertente come tutta la mia stravagante famiglia.

«Stai a vedere che adesso mi mancano. Uno va alle Maldive per staccare dal resto del mondo, per godersi un paradiso terrestre, uscire dalla routine e tagliare qualsiasi relazione per almeno sette giorni consecutivi e al posto di un pranzo esotico si trova un tacchino arrosto che risveglia tutte le malinconie possibili. Credo che questa volta salto il pranzo, me ne torno in spiaggia e mi tuffo in mare».

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola.

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“Il Natale di Giulia” di Livia Trentini

– Come si possono trascorrere le feste di Natale odiando profondamente questo periodo? – questo si chiedeva ogni anno, più o meno verso il 10 dicembre, Giulia, una quasi quarantenne con alcune storie d’amore finite sempre poco prima delle feste natalizie.

Quest’anno non permetterò a nessuno di convincermi della bontà del Natale, me ne starò rintanata in montagna nella vecchia baita del nonno, il frigorifero e la dispensa carichi di cibo e lontana qualche chilometro dalla prima casa del paese. Non avrò davanti agli occhi le luci e gli addobbi, e neppure nelle orecchie gli auguri fatti da persone conosciute e no come pure le musiche natalizie. Tutto ovattato dalla neve e il mio cuore, lontano da tutto, anestetizzato dal dolore che questo periodo mi provoca – questo pensava lungo il tragitto per arrivare alla baita – Che posto magnifico! Quanti ricordi mi suscita la sola vista della baita: le vacanze estive in compagnia dei cugini; la raccolta dei frutti di bosco da portare alla nonna per la preparazione delle marmellate; con il nonno a cercare i funghi alzandosi presto la mattina quando il bosco ancora dormiva, una volta nell’uscire dalla baita abbiamo visto un capriolo vicino al portico. Pace e serenità lontano dalle feste.

Era questo che Giulia cercava. I giorni di vacanza passano tranquilli, non si stufa a rimanere sola, ha la compagnia dei suoi amati libri.

Una sera, prima di chiudere casa per andare a dormire, sente un flebile grattare alla porta; si affaccia, ma qualcosa scappa via veloce, e non riesce a capire di che animale si trattasse; solo delle impronte nella neve rovinate dalla fuga. La sera dopo succede la stessa cosa e anche la successiva, per cui Giulia decide di mettere qualche avanzo fuori dalla porta, non sia mai. Con la neve e il freddo meglio avere la pancia piena. Al mattino il piatto degli avanzi è pulito anzi sembra perfino lucidato.

– Brutta cosa la fame

Così, Giulia, si abitua a mettere sempre qualche avanzo sotto il portico. I giorni passano uguali e sereni: la mattina una passeggiata sui sentieri immacolati; qualcosa da mettere sotto i denti per pranzo; il pomeriggio sdraiata davanti al camino sulla poltrona che era la preferita del nonno:

– Ciao nonno ovunque tu sia – lo saluta con lo sguardo rivolto al cielo

Una tazza di tè o una calda cioccolata; la sera una frugale cena e alcuni avanzi fuori dalla porta prima di coricarsi per la notte. Questa sì che è una vacanza!

Il Natale si avvicina. Siamo alla vigilia, ma per Giulia è un giorno come un altro, il solito tran tran. Come gli ultimi dieci giorni ha fatto, prima di andare a dormire, mette il solito piatto di avanzi sotto il portico e si corica. Verso le 22:00 inizia a sentire grattare alla porta con più insistenza della prima volta. Si affaccia e, davanti a lei, c’è una piccola e candida volpe.

– Ma questo non è il suo habitat naturale non vive qui – pensa Giulia.

Sembra stremata, stanca, sporca e con un po’ di sangue sulle zampe. Giulia cerca di prenderla e, stranamente, lei la lascia fare, anche se il cuore le batte come una tamburo.

Povera piccola, chissà cosa ti è successo, ora ti pulisco un po’ e vediamo le zampe se hanno qualche problema.

Per fortuna nessun taglio, ma la piccola volpe ha qualcosa che non va, è inquieta, non trova dove stare, vorrebbe scappare, si avvicina alla porta ma poi torna indietro, cerca la mano di Giulia, vuole starle vicino, vuole un po’ di calore umano. È arrivata la mezzanotte ma Giulia non se ne è resa conto, ormai è Natale, ma lei è presa dalla piccola volpe alla quale ha dato anche un nome: Stella.

Dopo poco Stella si sdraia davanti ai suoi piedi, non sta bene. Giulia non sa che fare, ci vorrebbe un veterinario, ma è dalla mattina che nevica e la strada non è molto praticabile, soprattutto a questa ora. Stella ad un certo punto emette uno strano verso e, comincia a spingere. Sta partorendo!

I minuti si susseguono, povera piccola Stella, che fatica sta facendo. Il tempo passa e dopo un po’ si vede uscire una piccola testina, poi le zampine e infine tutto il corpo con una piccola codina. Stella inizia a darsi da fare a pulire, leccando, il suo piccolo cucciolo. Dopo un tempo che pare interminabile Stella alza la testa verso Giulia, sembra quasi voglia ringraziarla per l’ospitalità in questo momento importante.

Ormai è Natale.

Giulia, esausta per la notte insonne, si appisola sulla poltrona, è felice, l’avventura appena vissuta ha cambiato la sua percezione di questo giorno che fino alla settimana prima riteneva il più brutto dell’anno. Nel dormiveglia pensa che ormai, negli anni a venire, il Natale sarà legato all’incontro e alla nascita di questa piccola e candida volpe e anche a un bambino che nacque tanti anni fa e la sua nascita cambiò il mondo; non più tristezza e rabbia derivanti da storie ormai finite e dimenticate.

Luci, addobbi, canti e auguri diventeranno un legame con questa magica sera.

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“Il nespolo” di Alessandro Tondini

Ogni mattina, quando si affacciava alla finestra, il piccolo Alessandro scorgeva un albero di nespole. Non era il suo preferito. Poco più avanti si stagliava un meraviglioso abete che rubava tutta la scena. Il giardino era grande, c’erano ulivi, una piccola palma, due gelsi muscolosi, un calicanto che fioriva d’inverno, un vecchio pero e un cipresso timido. L’abete li batteva tutti, quello sì che era un vero albero: alto, snello, elegante come un modello di alta moda evergreen. Anche il nespolo era un sempreverde, ma era un verde dimesso, confuso fra foglie marroncine e giallognole come quei frutti ridicoli che produceva. Frutti che, se non colti appena maturi, sapevano di poco e quel poco non era tanto buono.

L’abete non dava frutti, solo qualche pigna, ma aveva un fascino tutto suo. Non era un caso che a Natale si addobbassero i pini o gli abeti. Chi, se non loro, avrebbe potuto indossare così bene il vestito della festa? Il nespolo no di certo. In confronto all’abete sembrava un barbone vestito di stracci. Il guaio era che il nespolo stava davanti alla finestra e toglieva la visuale sul principe aghifoglie. Alessandro non poteva farci niente e, ogni mattina, quando guardava fuori, riceveva un buongiorno impacciato dall’umile nespolo.

Un gelido e tardo pomeriggio di dicembre la fragranza dei fiori di calicanto si era diffusa in tutto il giardino, il cielo era limpido e la luce del tramonto era così intensa che sembrava potesse riscaldare le piante infreddolite. Alessandro aveva appena finito di fare i compiti, era contento perché poteva mettersi a giocare, ma prima di correre a prendere i suoi soldatini rivolse il suo sguardo all’esterno. Il chiarore che illuminava il crepuscolo aveva abbracciato il nespolo e un soffio di brezza aveva sussurrato parole gentili. Alessandro se n’era accorto: nella penombra cremisi quell’albero modesto sorrideva. Ma il bambino non fu l’unico a percepire quell’attimo di magia: un pettirosso si era appoggiato su un ramo, aveva zampettato per meglio accomodarsi e si era fermato a fare compagnia al nespolo. L’uccellino era dello stesso colore del tramonto e Alessandro era rimasto incantato a guardarlo, era la prima volta che lo vedeva e si sentì invadere dalla felicità.

«Nonna, vieni a vedere. C’è un uccello bellissimo sul nespolo!», gridò con tutto il fiato.

Mentre la nonna si avvicinava il pettirosso non si era mosso e così anche lei poté vederlo.

«È un pettirosso, è un uccellino che porta bene», gli disse la nonna.

«Perché? Porta fortuna?», le chiese tutto eccitato.

«Se si vede un pettirosso verso la fine dell’anno vuol dire che, nell’anno nuovo, le cose andranno bene e poi vedrai, nei prossimi giorni ci sarà una sorpresa.»

«Che sorpresa?»

«Non si può dire, sennò che sorpresa sarebbe?»

Alessandro si accontentò di quella risposta e non disse più nulla. Rimase a guardare il nespolo col suo piccolo amico ancora per qualche istante, finché il pettirosso volò via in un lampo.

Passò qualche giorno e arrivò il Natale. Alessandro si svegliò elettrizzato: c’erano da scartare i regali sotto l’albero. Aprì la finestra e rimase di stucco: ogni cosa era ricoperta di bianco. Tutte le piante del giardino erano abbigliate con il vestito natalizio. L’abete era ancora più bello del solito e sembrava un divo del cinema.

Alessandro guardò il nespolo: «Buon Natale!», gli disse, «Il pettirosso ci ha fatto una bella sorpresa, vero?»

Il nespolo non rispose, ma Alessandro non se la prese: ormai erano diventati amici.

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“Natale! No, Dario” di Bianca Patrizi

Mi accendo una sigaretta appoggiata alla ringhiera del balcone di casa. Maura, spaparanzata nella poltroncina di vimini fuma qualcosa di più pesante.

«Ringrazia il cielo di non doverti sottoporre alle analisi anti-doping!», commento acida.

«Senti l’esperta!», sghignazza lei, «Il doping è proprio la tua specialità». Capisce che non ho capito e precisa: «Sai, quella pratica anglosassone di rimandare a più tardi… ».

La mando a quel paese con un gesto della mano. Spero che smaltisca l’effetto della maria prima dell’arrivo dei miei vetusti commensali, perché i suoi giochi di parole potrebbero provocare qualche sconquasso. Ad andar bene, perché con Maura è sempre così. L’ultimo suo sms recitava:

«Ciao tesoro. Abbiamo un problema e dobbiamo PORCI rimedio. Parlavo col salame in frigo e mi ha dichiarato che si rifiuta di farsi affettare se non ci sei tu».

La mia risposta era stata automatica: «Rimedio: ACCETTA salame e situazione».

Penso con orrore a quello che potrebbe accadere a pranzo, perché lo so che le sue provocazioni sono come le vignette che Barbara Favaro invia sul gruppo degli Scrittori Instabili: irresistibili. So già che sarà un fuoco di fila di battute e controbattute, di sussulti e trasalimenti che metteranno a dura prova la già precaria senilità di alcuni invitati. E io nel mezzo a cercare di arginare l’inarginabile. Sudo.

Il gruppo è eterogeneo: la mamma a un passo dai novanta, sorda, fragile come cristallo e acuta come un triangolo isoscele; lo zio con la moglie logopedista, irreprensibili; il cugino di lei, un don traballante e balbuziente; una lontana parente suora, ingenua e serafica; la vicina extracomunitaria, vedova bianca con due pargoli curiosi e turbolenti; il matematico in odor di omosessualità, che rifugge il coming-out con indignata testardaggine; il benzinaio di colore, laureato in ingegneria che ha attraversato il Mediterraneo su un gommone affollato; mio fratello e mia cognata con i figli e… lei, Maura.

Dal balcone li vedo arrivare tutti in lenta processione: i più in gamba che sorreggono i più malandati. Spengo la sigaretta nel portacenere e guardo in alto, in una muta implorazione all’Universo, poi entro in sala da pranzo per dare un’ultima occhiata al tavolo più addobbato dell’albero. Anche lo stereo è sull’attenti pronto a far partire il CD con la raccolta di musiche natalizie per creare l’atmosfera.

«Ben arrivati», sorrido a zio e logopedista, «Come siete stati in montagna? Cervino, vero?»

«Siete stati a Roma?», s’informa Maura cortese prendendo i loro cappotti e tutti e tre ci blocchiamo un attimo perplessi. Eppure è forte in geografia. «Non è la domanda dei clienti all’oste romano?», chiede.

«Ringraziando il Signore ce l’abbiamo fatta», sospira la suorina entrando, «la Madre Superiora è stata ricoverata in ospedale e temevo di non poter partecipare».

«Cosa le è successo?», domando contrita e partecipe togliendole dalle spalle il cappotto logoro.

«Un attacco di appendicite.»

«È giusto qui in corridoio», precisa Maura sfilandomelo dalle mani, «l’attaccapanni per scimmie», prendendo il don sotto braccio.

«A-avete se-sentito l’omelia del Pa-papa?», domanda il prelato, «A-affollata fino all-all’inverosimile, la Ba-basilica».

«Non a caso è la chiesa più aromatica!», sorride Maura guardandolo con affettuosa comprensione.

«Guarda! Guarda cosa mi hanno regalato!», esulta il figlio della vicina fiondandosi in casa, «Una cerbottana!».

«Fa’ vedere!», Maura si china e la esamina con ammirazione, «Un cervo femmina di facili costumi, eh?»

«E a me una balestra!», grida suo fratello saltellandoci intorno.

«Una sala ginnica per gente di colore, vuoi dire?», chiede conferma Maura e l’ingegnere del Senegal che è appena entrato la guarda ridendo.

«Razzista?», le chiede già contagiato.

«Sai com’è, il mondo è pieno di fabbricanti di razzi!», e ridono all’unisono.

«Tieni», mi sussurra mia nipote facendomi scivolare furtivamente qualcosa in tasca, «la nonna l’aveva ancora nei capelli».

Guardo l’oggetto misterioso e mi stupisco: «Un bigodino?»

«Data l’età cosa ti aspettavi?», chiede l’onnipresente Maura, «Un doppio orgasmo piccolino mi pare più che sufficiente».

«Mamma! Mamma!», gridano in coro i due figli della vicina extracomunitaria sventolando un quaderno, «Cosa vuol dire addendo

Il professore di matematica prende fiato, ma l’ingegnere del Senegal è già partito in quarta: «È l’urlo della folla quando a Nairobi, stai per calpestare una merda».

Guardo mia madre e tremo. Questa è una delle due parole che in sua presenza è vietato pronunciare. Affannata, dribblo, rivolgendomi a mio fratello.

«E il vostro scoiattolo?», chiedo, «Ancora intento a rosicchiare noci?»

«Più che mai!», mi sorride grato; anche lui è in ansia per l’aritmia di mammina che ultimamente ci ha dato qualche preoccupazione.

«Ma lo sai, zia», annuncia festoso mio nipote, «adesso abbiamo anche un culo».

Ecco, penso, questa è l’altra parola vietata.

«Un cuculo», lo corregge paziente mio fratello.

«Un gay balbuziente?», chiede Maura e il gelo che scende sui commensali è ormai palpabile.

«La balbuzie si può curare facilmente al giorno d’oggi», commenta la logopedista catalizzando l’attenzione e io sospiro di sollievo per il diversivo, «una terapia psicologica o un corso di dizione danno ottimi risultati. Ne avevi seguito uno anche tu tempo fa, mi pare».

«È vero, al San Clemente a Brescia», confermo con la speranza che parlar di Santi sia di aiuto, «fonetica e dizione. Con un‘ottima insegnante».

«Fonetica?», si stupisce Maura, «Ho sempre pensato che fosse una disciplina che regola il comportamento degli asciugacapelli». Poi sorridendo porge il piatto degli antipasti a mia madre: “Due calamari? Anche se sarebbe meglio portarli a Venezia quando c’è l’acqua alta, secondo me. Sono i molluschi migliori per provocare la bassa marea».

«Venezia?», fa eco mia madre, «Chi è andato a Venezia?»

«Un pezzo di focaccia?», Maura si china verso mio fratello, indicandomi con un cenno della testa, «Sostiene di essere un’animalista convinta, poi mette in tavola una foca selvaggia. Sempre detto io, che predica bene e razzola male».

«Per te scorfano», la minaccio.

«Scordatelo», ribadisce lei, «non riuscirai a farmi mangiare un povero pesce che ha perso i genitori».

«Maura, ti prego. Sei un medico. Se continui così ti farai radiare!», sibilo a denti stretti.

«Ma chi vuoi che mi colpisca usando una radio?»

Ho un cedimento improvviso e nascondo il volto nelle mani. Sento sussurrare qualcosa sul curare gli stati d’ansia e su quanto sia molto meglio prevenire…

«Nel senso di soffrire di eiaculazione precoce?», si informa Maura cortese e il sangue mi monta alla testa.

«Sei mostruosamente colta, lo sappiamo tutti e sei spiritosa, ma in quanto a savoir-faire e bon ton, scusami, ma non conosci nemmeno l’abbecedario… », ringhio.

«Ah beh, se c’è Dario… è figo, almeno?», chiede lei con candore.

«Dario?», si stupisce mia madre che è sì sorda, ma a volte ci sente benissimo. «Ma non stavi con Luigi?».

«Ma andate tutti quanti a darlo via!», sbotto traboccando veleno, «voi e il vostro Natale del cazzo!», perché quando mi ci metto, tra savoir-faire e bon ton, non mi batte nessuno «Se tutte le mie fatiche devono culminare…”

«Nooooo! Dove le trovi le supposte esplosive?”, si stupisce Maura interrompendomi. Qualcuno ha fatto partire il CD in un estremo tentativo di salvare quello che so non essere più salvabile. La suorina ascolta rapita la voce vellutata di Bing Crosby che intona White Christmas e sussurra estasiata: «Che melodia!»

E Maura angelica, apre le braccia e sollevando gli occhi al cielo, implora:

«Signore, ti supplico, esaudisci la preghiera di una vergine!»

 

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Un Natale un po’ così…

Eccoci di nuovo in quel periodo dell’anno dove ci si sente in dovere di essere più buoni, ma quest’anno non gira benissimo considerato tutto quello che il 2020 ci ha fatto attraversare.

Ebbene, visto che il nostro blog è dedicato soltanto ai racconti, quello che andrete a leggere dal prossimo lunedì fino alla fine di dicembre non saranno che racconti sul Natale.

Cosa c’è di più difficile dello scrivere una storia d’amore? Scrivere una storia sul Natale, ovviamente.

Quindi è quello che faremo, sperando che l’iniziativa non vi esasperi troppo (lo sappiamo, stiamo tirando un po’ troppo la corda).

Una cosa che, però, vogliamo annunciarvi ufficialmente è che per il 2021 ci saranno delle novità. Novità che riguardano sostanzialmente l’apertura del nostro blog a tutti voi che ci seguite (siete in tanti e noi vi ringraziamo con tutto il cuore), ma anche a chi capiterà qui per caso e vorrà cimentarsi con la scrittura di un racconto.

Mettiamola così: vogliamo accogliere le storie di chi come noi ama scrivere e ama condividere ciò che scrive con gli altri.

Pertanto se anche voi vi sentite Scrittori Instabili e volete entrare a far parte del nostro Circolo non dovete far altro che scriverci a questo indirizzo: neverlandstorie@gmail.com

Vi chiediamo di dirci chi siete e perché scrivete e di allegare un solo racconto breve (max 5000 battute spazi compresi) a tema libero.

Noi leggeremo tutto e selezioneremo i racconti che ci sono piaciuti di più per pubblicarli qui sul blog (non ci saranno cessioni di diritti d’autore, rimarrete voi i soli proprietari delle vostre opere).

Speriamo che la proposta vi piaccia e aspettiamo di vedere quello che succederà. Avete a disposizione tutto il mese di dicembre per spedirci il vostro racconto.

A presto!

 

Barbara Favaro (curatrice del progetto Circolo Scrittori Instabili)

 

 

“Fantasmi a luci rosse” (quarta parte) di Alessandro Tondini

4. Jázmin

Seduta sulla panchina di marmo aspirava, lenta ed elegante, una sigaretta lunga e sottile quanto le sue pallide dita. Capelli neri, vestito nero, cappello nero, rossetto e smalto viola; li stava aspettando all’esterno della hall dell’aeroporto Ferenc Liszt. Gli occhi socchiusi a causa del vento erano quelli di un cecchino pronto a uccidere. Mentre l’ultima nuvola di fumo veniva dissolta da una violenta folata Jázmin Szàbo prese la mira, strinse l’unghia del dito medio contro il pollice e, con freddo distacco, lanciò il mozzicone in una fossa piena d’acqua. In un film hollywoodiano la pozzanghera sarebbe stata piena di benzina e, dopo essersi incendiata, avrebbe appiccato il fuoco all’intero aeroporto che sarebbe esploso in mille deflagrazioni. La pellicola che Paolo e Gitta stavano cercando non era di quel genere e la cicca si limitò a esalare la sua ultima brace in pochi centimetri d’acqua sporca.

Jázmin e Gitta si abbracciarono senza dire una parola. Gitta sorrideva, Jázmin teneva gli occhi chiusi. Paolo le osservava con stupore: davanti a lui, unite nell’abbraccio, vi erano lo yin e lo yang. Jázmin era bella quanto Gitta, ma il suo fascino era inquietante e oscuro.

«Ciaae Paulo», disse Jázmin senza sorridere, e furono le uniche due parole che proferì in quella specie di italiano.

Raggiunta l’auto di Jázmin, una vecchia Lada squadrata color ruggine, Gitta si sedette davanti. Paolo sul sedile posteriore. Gitta e Jázmin confabulavano in magiaro. Paolo non capiva niente e nemmeno s’azzardava a intromettersi col suo inglese stentato. Arrivati in un quartiere periferico, geometrico e razionale come da prontuario di urbanistica sovietica, si fermarono davanti a una decrepita villa d’epoca asburgica circondata da un giardino bisognoso di cure palliative.

«Eccoci arrivati», disse Gitta a Paolo, «è la casa della nostra famiglia, un po’ antica, ma ancora bellissima vero?».

A Paolo ricordava la casa degli Addams. Avrebbe voluto fare una battuta, ma poco prima, nello specchietto posteriore, aveva incrociato un’occhiata poco rassicurante di Jázmin. Si limitò ad annuire. La cadente dimora della famiglia Szàbo sarebbe stato il loro quartier generale per i prossimi giorni di ricerca. Jázmin conosceva un famoso regista, un certo Béla Balázs detto Bibi.

«Bibi è a Praga a girare un film, ma domani rientra a Budapest e ci darà una mano», disse tutta allegra Gitta.

«Fantastico», rispose poco convinto Paolo, «dov’è la nostra camera?».

Jázmin lo incenerì con lo sguardo.

«Tu dormi al piano di sopra, io e Jázmin divideremo la camera dei nostri genitori», gli rispose Gitta.

Paolo ne era sicuro: Jázmin capiva la sua lingua oppure gli leggeva nel pensiero. Si sentiva fuori posto, come un ospite non gradito, e anche Gitta sembrava diversa. Cenarono nella sala illuminata da una moltitudine di candele rosse. La corrente elettrica pareva non essere ancora approdata in quella nobile e antiquata abitazione. Paolo passò la notte in una lugubre e gelida stanza confortato da qualche coperta di lana e dalla presenza di Szilveszter, il gattone bianco e nero di Jázmin. Il felino rimase immobile sul suo sterno per l’intera nottata, puntandogli in faccia i suoi occhioni arancioni. Il messaggio era chiaro: «Tu da qui non ti muovi!».

L’indomani si recarono nel distretto di Kőbánya dove Bibi aveva il suo studio.

«Welcome in Budasex», li accolse squillante il regista.

Alto, magro, dinoccolato e vestito come un Elton John anni settanta, Béla Balázs si dimostrò un grande affabulatore, capace di tenere un monologo in perfetto inglese che Paolo riuscì quasi a capire. Quel poco, comunque, gli bastò per comprendere che esisteva una copia della pellicola in questione, che si trovava in una specie di archivio tenuto da un ex-pornoattore ungherese e che, ahimè, Budapest aveva consegnato lo scettro del porno a Praga. Congedati da Bibi, si diressero a casa del porno archivista, una villetta sulla collina di Buda. Questa volta Paolo e Gitta rimasero in auto, entrò solo Jázmin.

«Credi che riuscirà a farsela consegnare?», chiese Paolo.

Gitta lo guardò come se avesse di fronte un bambino sciocco: «Pensi che mia sorella non sappia come ottenere ciò che vuole?».

«Be’, con un pornoattore… », provò a ironizzare Paolo.

Gitta non disse nulla, ma la sua espressione bastò per inchiodarlo al sedile. Paolo non aprì più bocca. Dopo una mezz’ora abbondante, durante la quale lui e Gitta rimasero in un gelido silenzio riempito dall’heavy metal trasmesso da una radio locale, Jázmin riapparve con una grossa bobina sottobraccio. Aprì la portiera posteriore e la ficcò in braccio a Paolo.

«Take care of this», gli disse.

Le due sorelle si abbracciarono soddisfatte e mugolanti. Ripartirono verso casa. Quella sera, nella dimora di famiglia, festeggiarono il ritrovamento con libagioni di palinka miscelata a un intruglio di erbe misteriose. Dopo un solo bicchiere Paolo iniziò a sentirsi strano e si lasciò cadere in una larga e soffice poltrona. In un battibaleno Szilveszter lo raggiunse piazzandosi sulla sua pancia, mentre Gitta e Jázmin si misero a danzare al ritmo di un sottofondo di tamburi.

Un frastuono di bufera, come se un hovercraft si fosse materializzato dal nulla nel malandato giardinetto, risvegliò con violenza il catatonico sonno di Paolo. Era ormai l’alba e il camion-spazzatrice si dilettava a raschiare l’asfalto del quartiere senza porsi alcun problema di disturbare gli assopiti abitanti. Dopo aver capito che nessun commando armato stava penetrando nella sua stanza, Paolo si rese conto di essere rimasto sulla poltrona tutta la notte. Aveva la testa indolenzita come in un dopo sbornia e ricordava a malapena la serata appena trascorsa. Le uniche immagini sbiadite che riusciva a mettere a fuoco erano le due sorelle che fluttuavano a mezz’aria avvolte da spirali di fumo bianco.

L’avrò sognato”, pensò non troppo persuaso.

«Paolo, che fai ancora lì? Muoviti che dobbiamo prendere l’aereo», la voce di Gitta gli penetrò nelle orecchie come un proiettile.

«Sì, sì, faccio presto», le rispose docile.

Dopo una ventina di minuti arrivò un taxi a prenderli.

«Dov’è finita tua sorella?», chiese Paolo.

«È dovuta andare in centro per lavoro», rispose evasiva Gitta.

Paolo realizzò che di Jázmin non sapeva assolutamente niente e nemmeno di Gitta. Non sapeva, ma Gitta era lì con lui, e questo era sufficiente. Quando il taxi ingranò la prima, lasciando dietro di sé un cumulonembo di polvere nera, Paolo ebbe l’impressione di intravedere una figura femminile dietro a un vetro della decrepita casa.

Se non è un fantasma è di sicuro Jázmin”, pensò. Ma la cosa non lo turbava affatto. Non avrebbe sofferto la mancanza della sorella.

Durante il volo Paolo ritrovò la Gitta che conosceva: allegra, solare e loquace.

«Sei piaciuto molto a Jázmin», disse Gitta dopo aver commentato entusiasta il panorama visto dall’alto.

«A me non è sembrato proprio», le rispose stupito e infastidito da quell’affermazione.

«Mi ha detto che sei perfetto: sensibile, intuitivo e dotato. Sei pronto per il rito.»

Quell’ultima frase lo turbò un pochino: «Quale rito?».

«Non ti ricordi quello che ti abbiamo detto ieri sera? Hai bevuto troppo vero?»

«Ho bevuto un solo bicchiere e non mi ricordo un accidenti. Cosa mi avreste detto?»

Gitta sospirò: «Dobbiamo proiettare il film e occorre trovare il pubblico».

«Pubblico? Ma non conosco nessuno io», brontolò Paolo.

«Bastano poche persone, quelle giuste.»

«Quelle giuste? Che vuoi dire?»

«Ma sì, ci siamo io, te e il signor Rizzi. Poi invitiamo il Savoldi e un paio dei tuoi vicini di casa. Ci manca soltanto un prete.»

«Un prete?», esclamò sorpreso Paolo.

«Certo, un prete. L’Italia è un paese cattolico e serve un cerimoniere del culto che si pratica nella tua terra.»

«Ma ti rendi conto? Un prete invitato a una proiezione di un film porno. Già che ci siamo invitiamo anche due suore!»

«Non fare lo stupido. Se vogliamo che il rito funzioni ci serve un prete cattolico.»

Gitta era risoluta, non c’erano alternative.

In una chiesetta dell’entroterra gardesano ogni mercoledì sera si svolgeva una particolare funzione: un incontro di preghiera chiamato messa carismaticaPadre Heinz, un prete altoatesino di notevole stazza, era l’animatore di quelle cerimonie così poco ortodosse e, in effetti, il movimento carismatico era un ordine riconosciuto all’interno della Chiesa cattolica…

Il Rizzi si rivelò essere un frequentatore assiduo di questi mercoledì di preghiera e, grazie a lui, Padre Heinz venne convinto a presenziare alla proiezione de “Le pornocuoche”. Nell’appartamento di Paolo venne installato un proiettore portato dal Rizzi e furono invitati, alla seconda e completa visione: il Savoldi, il sig. Alcide, il sig. Brigante e le sorelle Sangiacomo. Le due zitelle declinarono con sdegno l’invito, ma Gitta ritenne che, comunque, non sarebbero state indispensabili per la buona riuscita della cerimonia.

La proiezione funzionò a meraviglia: Savoldi, il sig. Alcide e il Brigante erano in visibilio, il Rizzi più che eccitato era commosso e Padre Heinz riuscì a benedire ogni performance erotica con sincronismo eccezionale. Sul finale del film Gitta si produsse in uno dei suoi acuti da soprano soprannaturale raggelando tutti gli astanti, compreso un Padre Heinz ben avvezzo a manifestazioni non convenzionali. Il rito si era compiuto.

Quando rimasero soli Paolo si accorse che Gitta aveva gli occhi lucidi.

«Che succede? C’è qualcosa che non va?»

«No, no è tutto a posto», rispose Gitta con voce emozionata, «le mie cugine sono finalmente in pace».

«Le tue cugine? Le due attrici erano tue parenti?», le chiese stupito.

«Erano le figlie di mia zia Ágota, la sorella di mia madre Zsuzsanna. Adesso sono tutte insieme nella luce.»

Paolo le disse: «Dovresti chiamare Jázmin».

«Jázmin già sa, ha sentito che tutto è andato bene, come doveva essere. Ora devo andare da Ilonka.»

«Come? Vai via? E chi sarebbe Ilonka?», Paolo si sentì tremare le gambe.

«È la sorella minore delle due attrici, vive a Praga. Devo andare a stare un po’ con lei. Ha sofferto così tanto!»

«Sì, ma», balbettò Paolo, «le sue sorelle non sono più imprigionate in un limbo, adesso starà meglio».

«È giusto quello che dici Paolo, ma, anche se il rito ha funzionato, Ilonka ha bisogno del mio conforto.»

«E quando tornerai?» chiese Paolo sconsolato.

«Non so. Ho bisogno di tempo.»

Paolo capì che non l’avrebbe più rivista. Si avvicinò alla finestra. Si era alzato il vento, mulinelli di foglie secche roteavano come folletti danzanti mentre le ante del palazzo di fronte venivano schiaffeggiate senza riguardo. In fondo alla strada una donna se ne stava immobile appoggiata al muro. Era vestita di nero e fumava una sigaretta.

 

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“Legami di sangue” di Marcello Rizza

È trascorso già un anno…

Alla cerimonia c’erano tutte le persone a me care, solo tu non c’eri quel giorno Saimiri. Non saprei misurare questo tempo, non so se pesi quanto un’onda che procede pigra nell’oceano da un continente all’altro o se duri un’immensità come un disperato viaggio nello spazio profondo, so solamente che se mi pongo questa domanda è perché mi sei mancata tantissimo. Continuo a pensarti nei luoghi dove mi rifugio nella preghiera, in fondo alla chiesa come l’ultimo dei fedeli guardando al Crocefisso o in qualsiasi altro posto dove la natura mostra la sua bellezza. Ora sono qui, seduto sulla scogliera a strapiombo e osservo il mare mosso da flutti lontani che giungono da chissà dove e mi piace pensare che arrivino dalla tua terra natale.

Il mare mi ha sempre accompagnato, o ci ho vissuto vicino o sono andato a cercarlo. Sulle sponde marine negli anni, scavando la sabbia, ho raccolto le conchiglie più belle e ognuna l’ho intitolata ai miei affetti. All’inizio, da piccolo, erano poche e le tenevo in tasca. Ora sono in quella vetrina, ma non ne dimentico nemmeno una, hanno tutte un bel nome.

La conchiglia tondeggiante e bianca con le striature color dell’ambra mi ricordano nostra madre, costretta ad amarmi tanto da promuovermi a ciò che poi sono diventato. Appena nato mi ha soprannominato Dentino perché ero sottopeso e bianco come un dente. Fino a che è restata in vita, anche se ormai ero più alto di lei e abbronzato dal sole africano, mi ha chiamato così: il suo piccolo Dentino. Ha provato solo un giorno ad allattarmi, a non farmi diventare come lei, ma il suo seno era sterile e inutile e ne conosceva il motivo. Per questo fece quello che non voleva fare. Provando il dolore di chi sa di fare il male necessario, come quello d’amore e quello d’Africa, mi addentò teneramente sul collo, così mi raccontò in punto di morte. L’alternativa era di farmi morire di fame.

Mamma, la ricordi, era una donna buona e se ne era fatta una ragione di quello che gli era capitato. La sua vita cambiò quando, appena sposa, incinta di me, fu avvicinata a una festa da un uomo orribile, brutto e grasso, incurante dell’igiene, dall’età indefinita, che non aveva certamente occhi magnetici e una pelle che profumava di cuoio e sandalo come nei scontati romanzi rosa. Ma, non per merito suo, era irresistibile quando esercitava i suoi comandi. Esercitò su lei i poteri della sua natura, quelli che anche Mamma ereditò e mai usò, e fu un oplà finirci a letto e ritrovarsi con i segni dei canini sul collo. Nessuno capì perché divorziò in fretta e furia e fu anche uno scandalo, vista la sua professione. E non cercò mai più la compagnia di un uomo, si dedicò solamente all’istruzione e ad amarci e crescerci.

Era magra come un chiodo. Che io sappia non si è mai servita della razza umana, si nutriva appena per restare in vita con quel che poteva ricevere da un amorevole gattino che a sua volta si nutriva del sangue dei topini che cacciava. Tutto sommato non aveva sconvolto più di tanto la natura gattesca. A parte quel problema, e un atteggiamento schivo e riservato per nasconderlo, viveva come tutte le persone normali, era una buona insegnante di religione che passava le serate a correggere i compiti in classe, a leggere poesie o a guardare film sentimentali alla televisione. Ogni domenica, alle 10:30, assisteva alla funzione religiosa.

Nella culla mi mise subito assieme a te, Saimiri, sorella amata. Eri una scimmietta mia coetanea, ancora più minuta di me che ero piccolo. Avevi quel bel nome, musicale, esotico come la terra che ti apparteneva e che non avevi mai calcato e non sapevo ancora quando giocavamo assieme che era tanto il nome proprio quanto quello della tua razza. Quando mamma mi ha svezzato dal suo collo, come per gioco, ti addentavo e mi facevo addentare, ci nutrivamo di tutto, ci bastavamo. Saimiri, la mia conchiglia più bella, quella che assomiglia a una piccolissima brioche e che regala riflessi madreperla. Quando Mamma ci faceva il bagnetto nella vasca guardavo la mia pelle rosa e ammiravo la tua peluria color del grano scaldato dal sole. Avevi paura dell’acqua, ricordi? Non volevi che ti lavasse e le mordevi la mano, poi agilissima mi balzavi al collo abbracciandomi forte forte, poi ti agganciavi al lampadario e tornavi ad abbracciarmi forte. Smisi in fretta di provare a muovermi e saltare come te perché finivo sempre a terra, capii in fretta che la nostra natura era diversa, quante culate che ho preso! Eppure ti ho sempre respirato, mia gemella!

Non andai subito a scuola come i miei coetanei, Mamma non si fidava ancora di me, del mio autocontrollo. Mi insegnò lei le tabelline e a scrivere e riusciva a farmi viaggiare con la mente parlandomi di tutti i paesi del mondo e delle tante civiltà esistite nei secoli. Mi insegnò anche a pregare, a confidare in Dio, ad amare il prossimo e soprattutto a rispettarlo, era una buona cattolica. Mi spiegò che non è il difetto o l’eccellenza fisica a definire l’uomo, ma che sono la coscienza e il cuore.

A un certo punto mi iscrisse a un istituto scolastico, Mamma capì che dovevo attrezzarmi per affrontare il mondo che non sapeva, se non per qualche mito, della nostra esistenza. Ci teneva tanto che la situazione non cambiasse, mi diceva sempre: “Dentino, mi raccomando, non dobbiamo mai fare sapere alle persone che siamo diversi”.

E poi la svolta, la conchiglia grossa, quella che mai avrei potuto tenere in tasca e che avvicinandola all’orecchio ci sento il mare ancora vivo: Padre Carlo. Per la mia prima comunione, sacramento a cui Mamma teneva tanto, dovetti confessarmi. Quello che lei non aveva calcolato era che, secondo i suoi insegnamenti, io in confessione avrei detto la verità. Il sacerdote la convocò, le disse che nel sacramento aveva saputo delle cose di me che per il suo ufficio non poteva rivelare, ma che era lei a dovergliele spiegare. Che donna! Le rispose, cattolica e furba, che anche lei voleva avvalersi del sacramento, con tutti i crismi e riti, inginocchiata nel confessionale e con la veletta sul capo. Padre Carlo, in profonda crisi di coscienza, le disse perentorio che avrebbe violato il suo ministero e che non avrebbe potuto non parlarne con la comunità scientifica, col vescovo o addirittura con il Santo Padre. A quel punto mia madre fece quello che mai lui si sarebbe aspettato: gli mostrò una boccetta piena di veleno e gli rivelò quella che era la sua mossa pietosa studiata da tempo, disse che se il nostro segreto sarebbe stato reso pubblico si sarebbe tolta la vita e l’avrebbe tolta a me, a te e al gattino.

Padre Carlo sparì per tre mesi, ancora oggi non so dove sia andato a pregare e a chiedere consiglio a Lui. So che non ci tradì, che tornò risoluto e prese a cuore la nostra situazione. Con Mamma convennero che la soluzione migliore sarebbe stata quella di essere istruito, controllato sulla mia natura e avviato all’interno di un istituto religioso. Da adolescente che cominciava ad avvertire i primi pudori e prudori e che cominciava a chiedersi se il sesso riguardasse il sangue e quei meravigliosi colli delle ragazze che si vedevano in televisione o nei cataloghi di Postal Market, mi ritrovai a seguire un percorso seminarista molto particolare.

Per me Padre Carlo, quel santo uomo, mentì e fece mentire un suo amico medico che ancora oggi sarà lì a chiedersi perché ha dovuto falsificare in quel modo i referti medici. Me ne dispiace ancora di averlo indotto a macchiarsi, a sporcare la sua probità. Quando il sacerdote andò a parlare col Vescovo della mia situazione aveva una cartella clinica che documentava una rara e complicata forma di sindrome mielodisplasica e quindi dichiarava che necessitavo di giornaliere trasfusioni di sangue. Gli disse anche che ero votato al sacerdozio e che lui voleva diventare missionario e portarmi con sé in Africa, per istruirmi all’interno di un ospedale cattolico dove avrebbe potuto garantirmi le cure necessarie. Per me, per aiutarmi, per amore universale, rinunciava al suo comodo posto di curato di campagna per trasferirsi in Africa. La consapevolezza del suo gesto mi portò a un più sofisticato concetto di amore per l’uomo e per l’umanità.

Chiesi solamente di portare con me le prime conchiglie che avevo raccolto e di partire con te, Samiria, ma riuscii solamente a ottenere le conchiglie. Salutarti fu tristissimo, tu non capisti che non avremmo più potuto vivere la quotidianità, io non sapevo che non ci saremmo mai più incontrati. Dopo un mese dalla mia partenza Mamma mi informò sulla tua morte dandomi spiegazioni vaghe su quanto ti fosse accaduto.

Ricordo ancora quando ricevetti le prime trasfusioni di sangue umano, era come una sbornia di sangue africano, mi rendeva forte ma lo ricevevo per trasfusione e non potevo sentirne il profumo e il sapore che mi proveniva dal tuo collo pulito. La mia via verso il Cristo mi chiedeva due impegni: quello canonico di rinunciare a una vita sessuale e quello specifico di rinunciare a nutrirmi dai colli. Scegliere il sacerdozio non è una passeggiata se la percorri con rigore e serietà, devi far conto con una scelta difficile e ponderata, supportata da convinzioni, fede e studio critico. In più, per onestà, mi chiesi se una persona col mio problema, che comunque avrebbe dovuto sempre vivere nella menzogna del non rivelarsi appieno, potesse diventare un ministro di Dio e nei miei studi di filosofia e teologia cercavo un aiuto e un conforto. Mi piacque subito Origene che considerava l’anima identica in tutti gli esseri umani mentre mi mise in difficoltà San Tommaso d’Acquino che la vedeva come una entità propria del singolo. Alla fine, dopo aver studiato Spinoza, Bentham, Mill, Kant e tanti altri, non ho mai individuata una speculazione etica che contravvenisse al mio diritto, come minoranza sconosciuta, di prendere i voti sacerdotali.

È stato emozionante presentarmi a Dio e dichiararmi Suo ministro l’anno scorso quando fui nominato sacerdote. Ricordo ancora le calde lacrime di nostra madre, il suo vibrare e tremare nell’emozione, quando dall’altare per la prima volta, nell’investitura, dissi: “Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti… ”.

Visse ancora pochi mesi Mamma, era restata giusto il tempo di vedermi realizzato e felice. Al suo capezzale mi disse la verità sulla tua morte, sorella. Dopo che ero andato via hai smesso di nutrirti, hai perso la voglia di vivere lontana da me, ti sei lasciata andare. Tu, la mia conchiglia più bella, l’unica femmina di cui trattengo il ricordo di un profumo e di un sapore, che continuo a pensare nelle mie preghiere.

 

 

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“Voce” di Barbara Favaro

Lo ascoltava pronunciare i nomi di perfetti sconosciuti, come fosse un semplice appello, ma era una cerimonia di consegna diplomi. Non era la sua cerimonia, lei era già lontana, proprio un altro pianeta. Con sollievo. Ammetteva a sé stessa: enorme sollievo.

Però quella voce. Quella stramaledetta voce.

Ripercorrendo tutto e riguardando dove ancora, forse, non aveva guardato, c’erano dei nervi scoperti che scoppiettavano.

Il trapano del dentista quando tocca la polpa dentale. Quel dolore lì. Ti partirebbe volentieri un pugno se non fosse che quel trapano è dentro la tua bocca e finirebbe in un disastro per te.

Stessa identica cosa. Colpisci quella maledetta voce e qualcosa dentro di te si trasforma in un disastro. Come si fa?

Non aveva voglia di altri disastri, ne aveva avuti abbastanza. Pensava soltanto che anche da milioni di secondi di distanza e chilometri e vicissitudini varie, quella stramaledetta voce aveva ancora il suo stramaledetto potere. E si domandava perché ancora quel dolore.

Prese l’ennesima stupida decisione: “… mi avvicinerò di nuovo”. Da lontano, ma farà un passo. D’ascolto soprattutto, in quasi totale anonimato, ma ascoltare le aveva sempre fatto bene.

Quindi l’ennesima stupida decisione poteva essere giustificata. In modo contorto, come sempre, ma la logica non le era mai mancata. Poteva raccontarsela bene perché era quello in cui si era specializzata nel tempo. Sempre meglio, ma in piena verità.

Quindi i nomi continuavano a sfilare tra un’orecchia e l’altra e lei non si staccava, sapeva che prima o poi la litania sarebbe terminata e lui avrebbe ringraziato e salutato tutti.

Voleva essere tra quei tutti salutati, perché era la giornata di stupidità che si era voluta concedere ed era intenzionata ad andare fino in fondo. Sentirsi stupida fino in fondo. Proprio fino in fondo. Cos’altro c’è di meglio? Quasi niente.

La voce incrinata da un sorriso mesto e una battuta arguta, da una sorta di gioia della festa, da un divertito feedback della platea, da qualcosa che si muoveva dentro di lui e che lei poteva soltanto intuire raccontandosi che conosceva quel qualcosa, ed era quello che li legava.

Certo con uno stramaledetto elastico, certo, seghettato, certo, ma questo era.

Se con un elastico, spesso, puoi risolvere la situazione, con uno seghettato potresti lasciarci la pelle. Ecco, il Dilemma.

Non poteva negare l’enorme gratitudine che provava per quella voce, non poteva neppure negare l’immensa frustrazione del disastro conseguente alla sua scelta di allontanarsi da tutto. Fosse scelta obbligata, non cambiava nulla.

Erano state tutte scelte consapevoli. Senza alcun controllo possibile, come la vita ti impone. Senza alcun senso evidente, come la vita ti impone. Senza alcuna speranza, come la vita ti insegna.

Ascoltava la voce arrivare – di nome in nome – alla fine dell’elenco, sempre dolorosamente bella nonostante gli anni. Si fece salutare in quel tutti che non le apparteneva, o forse sì, un pezzo sì, e chiuse il libro. Niente più voce, solo riverbero.

Quello lo poteva controllare, si era sempre accontentata di quello e non c’era motivo per cui ora le cose dovessero cambiare.

Toccò con il culo il fondo della sua stupidità, rimbalzò nelle sue profondità e si diede una bella spinta con le gambe per risalire.

Lentamente. Con calma. Non c’era nessuna fretta, il giorno doveva ancora compiersi. Mica voleva rischiare un’embolia!

 

 

 

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“Fumetto con vista” di Sabrina Angiolilli

Fin da bambino, avevo sempre sognato di diventare il protagonista di un fumetto, il Supereroe, quello che è sempre dalla parte dei buoni, quello che arriva sempre al momento giusto. L’avevo sognato così intensamente, che una volta adulto, ho fatto in modo che diventasse realtà, non diventandolo ma disegnandoli: sono un fumettista.

Sì, vivo disegnando fumetti. Oddio non è un gran vivere, basta che vi guardiate attorno. Vivo in un monolocale, dove quando decido di andare a dormire, inizia un gioco all’incastro: devo spostare il tavolo, aprire il divano, mettere il telescopio davanti alla porta d’ingresso, sopratutto devo essere certo di essermi portato tutto l’occorrente per la notte al di qua della barricata, altrimenti sono costretto a crearmi un varco e ad attivare i poteri magici come i miei supereroi.

In quell’angolo, lì in fondo, c’è la cucina, se cucina si può chiamare un fornello da campo, un lavabo microscopico e un frigo che all’apertura produce un suono così stridulo e fastidioso, che mi ha costretto – per non impazzire – a munirmi di tappi anti-umore, che indosso ogni volta che voglio cucinare come se entrassi in un campo minato.

In realtà alla fine della settimana, il mio appartamento sembra proprio un campo minato, piatti e bicchieri sparsi un po’ ovunque sul pavimento, copie di bozzetti coperti da macchie di caffè e cera di candela, insomma… un vero disastro. Concludo il tour virtuale aprendovi la stanza da bagno, un luogo dove l’umidità ha fatto un gran lavoro donando ai muri scrostati quell’aria vintage che non mi dispiace; e poi c’è il lucernario, che nelle giornate di sole, diventa un occhio di bue che illumina il mio Ego in questo palcoscenico terrestre, mentre nelle giornate invernali è un cono di luce divino, che mi ricorda che presto arriverà il giorno del giudizio universale. Questo “splendido” appartamento, in cui sono in affitto, si trova dentro una triste palazzina alla periferia di Piacenza e, come tutte le periferie, è ricca di storie e di vita vissuta.

La stessa vita che da un anno, in questo laboratorio che è casa mia, seduto in quel tavolo vicino alla finestra, rappresento, creo e narro nei miei fumetti. Comunque, mi presento: sono Mauro, un illustratore, uno dei pochi rimasti che disegna ancora a mano libera, per gli amici Cervellix, come l’avatar protagonista dei miei fumetti. Il mio soprannome rivela molto del mio carattere e della mia essenza. Sono un uomo celebrale, molto radicato, in lotta costante con la sua parte creativa, eterea, la stessa che gli permette di guadagnarsi da vivere. Ho deciso un anno fa di chiudermi in casa e far diventare quella finestra l’unico mio sguardo sul mondo, ho continuato a disegnare ispirando le mie storie a l’unico scenario possibile, la parte di quartiere che vedevo dalla mia finestra e a usare le persone come protagonisti dei miei fumetti. Ho cominciato a immaginare la loro vita, a osservare i loro volti, a interpretare le loro emozioni (la rigidità di un arto, la gioia di un volto, il colore di un abito) e scriverne una storia. Tutto attraverso la finestra, tutto senza mai uscire dal mio bunker, vedo come in un film la vita degli altri che scorre e – fino a ora – non mi ero mai accorto che anche la mia sta trascorrendo in un susseguirsi di stagioni senza un reale cambiamento, senza un imprevisto, un qualcosa che metta in discussione la mia routine. Fino a oggi, giorno in cui un personaggio dei miei fumetti si è materializzato davanti alla mia porta.

Il citofono aveva suonato con insistenza, perché ero molto titubante nel rispondere, ero sicuro di non aspettare nessuno, non avevo ordinato cibo, non era il giorno della consegna della posta, ma allora chi mai poteva essere? Avevo risposto cauto e una voce molto sensuale mi ha chiesto di parlare con Cervellix.

Le ho chiesto chi fosse e che forse aveva sbagliato citofono, ma la donna ha replicato con fermezza:

Parlo con Cervellix? Io sono Lady Flower.”

Per un attimo ho pensato di essere impazzito, in preda ad allucinazioni, i miei personaggi si stavano materializzando e venivano a chiedermi il conto. Ma poi ho fatto la cosa più sensata e le ho aperto la porta. Volevo proprio sentire cosa voleva dirmi Lady Flower.

Quinto piano, senza ascensore, mi dispiace, prima porta a sinistra.”

Conosco bene la strada, non si preoccupi, io abito sul suo stesso pianerottolo, anzi precisamente di fronte a la sua porta.”

Questa conversazione sembrava sempre più irreale e mi aveva già messo in uno stato di ansia, avevo la protagonista principale del mio fumetto Lady Flower che abitava sul mio pianerottolo e non lo avevo mai saputo?

Certo per me era improbabile incontrarla, visto che sono da più di un anno chiuso qui dentro. Dopo la fine della mia storia d’amore, volevo sparire dalla faccia della terra, ma non avendo il coraggio di cambiare completamente vita, avevo deciso di chiudermi in casa e precludermi qualsiasi forma o espressione relazionale e emozionale. Per non impazzire, ho cominciato a creare i miei personaggi e vivere attraverso di loro… e ora una di queste mi veniva addirittura a conoscere personalmente.

Avevo cercato di dare una parvenza di ordine a un appartamento che da un anno non vedeva altri passi che i miei e soprattutto ero molto teso, perché stava entrando una donna e avrei dovuto relazionarmi con lei, ero davvero molto imbarazzato.

Mentre i mie pensieri viaggiavano senza un senso, dei passi si avvicinavano alla porta, il campanello aveva suonatpe e dopo un gran respiro mi ero deciso ad aprire la porta.

Mi sono trovato di fronte a una splendida donna di trent’anni: lineamenti molto delicati, capelli scuri e un fiore, presenza costante nel suo abbigliamento (questa volta era una camicia con un grande girasole disegnato su una manica).

Ciao, entra, scusa il disordine, ma sai non aspettavo visite.”

Lo so. Come ti dicevo abito di fronte e l’unica cosa che mi faceva pensare che ci fosse un essere vivente al di là della porta, era qualche rumore che sentivo ogni tanto, insieme a uno strano stridìo a cadenza regolare, come un motore in partenza.”

Sì, certo, è il mio frigorifero, non credevo si sentisse fino fuori, io ormai faccio uso di tappi quindi non mi crea nessun problema. Entra e siediti dove vuoi, o meglio dove trovi un po di spazio.”

Avevo schizzi e bozze di disegni dappertutto, stavo creando un nuovo episodio ed ero in preda a quei blocchi creativi, quelle nebbie che sembrano impossessarsi del tuo cervello e che sono una vera e propria spada di Damocle.

Questa se non sbaglio sono io, Miss Flower, giusto?”, mi stava indicando un foglio sul pavimento, “mi piace molto questo nome, anzi devi sapere che dal momento in cui ho capito di essere io Lady Flower ho cercato ogni giorno di incrociare sulla mia strada dei fiori: veri, dipinti, sugli abiti, sugli oggetti, sono diventata una flower dipendente.”

Mi stai dicendo che io credevo di disegnare un mondo reale, di persone che non conoscevano la mia esistenza e invece tu con consapevolezza mi hai aiutato a creare il tuo personaggio? E, soprattutto, come hai capito che ero io l’illustratore?”

Io adoro i fumetti e, come ben sai, una versione short è inserita ogni giovedì come inserto nel Comic Paper, il mio giornale preferito. La cosa che mi tornava molto famigliare erano i luoghi che disegnavi, che fosse la panetteria in fondo alla strada, o quel palazzo dal colore improponibile, o la bottega del calzolaio come ormai non ne esistono più, tutto ma davvero tutto mi risuonava molto familiare. La conferma l’ho avuta quando ho visto che la protagonista, Lady Flower, aveva un cactus disegnato sul braccio sinistro, legato a un palloncino il cui filo si intrecciava proprio come quello sul mio braccio, non poteva essere una coincidenza. E poi una mattina mentre compravo la rivista, ho sentito il giornalaio dire che l’illustratore viveva proprio nel nostro quartiere, in via San Donnino n.5.“

Che storia interessante, ti offro un caffè?”

Sì, grazie. Però avrei anche io due domande da farti. Forse per la prima ho già trovato la risposta”

e mi indica il telescopio posizionato vicino la finestra. “sicuramente non lo usi per guardare le stelle. Ecco come facevi ad essere cosi meticoloso nelle raffigurazioni dei personaggi, ed ecco come sei riuscito a vedere il mio cactus! La seconda domanda invece è più personale: mi spieghi perché vivi chiuso qui dentro agli arresti domiciliari? Hai una pena da espiare, magari sei un serial killer con una gran vena creativa?”

So di deluderti, ma niente di cosi oscuro e enigmatico, sono un ragazzo normalissimo, che alla fine della storia d’amore più importante della sua vita ha deciso di tagliare fuori il mondo. Ma non voglio parlare di questo, preferisco ascoltare te, quando mi ricapita di avere dal vivo la protagonista del mio fumetto? Sono riuscito a carpire qualcosa della tua vita reale? C’è qualche tratto del personaggio in cui ti puoi rispecchiare?”

Allora, iniziamo dalla mia reale professione, purtroppo non sono la fioraia, spensierata e romantica che tu hai immaginato, sono un noioso topo da laboratorio, una ricercatrice. Tutto il giorno attaccata al microscopio a osservare i miei batteri, in un ambiente senza colore e profumi. Ma ti dirò, che da quando ho cominciato a riconoscermi nel personaggio che mi hai creato ho iniziato a fare miei alcuni suoi atteggiamenti, come se fosse una mia parte nascosta che tu eri riuscito a colorare. La mia parte solare e spensierata che non mi dispiaceva affatto. Per prima cosa mi sono comperata dei fiori ogni giorno, il fioraio mi prepara una composizione assecondando il mood del giorno e porto un po’ di vita nel mio grigio laboratorio. Poi ho preso l’abitudine di mettermi il rossetto rosso, e non usavo neppure il lucidalabbra, trovo terribilmente sexy il rossetto di Miss Flower.“

Direi che questo incontro sta diventando molto interessante. E cosa mi dici del tuo amorevole fidanzato, il panettiere in fondo alla strada, che ogni mattina ti delizia con un caldo cornetto alla crema? È stato un amore travolgente o qualcosa che è cresciuto piano piano con il tempo?”

Mi dispiace deluderti, ma quel bellissimo ragazzo biondo, è – ascolta ascolta – mio figlio. Sono stata una ragazza molto precoce, sempre innamorata dell’amore e, purtroppo, regolarmente smentita… in una delle mie travolgenti storie è nato mio figlio Emanuele, il solo uomo della mia vita.”

Scusami, penso davvero di aver fatto lavorare troppo la fantasia e di aver creato un mondo parallelo completamente irreale. Eppure i vostri baci erano cosi passionali… e quel dono che ogni giorno ti offre… tutto sembrava confermare una relazione. Credevo di aver capito tutto, che presuntuoso! Allora, per dare un ulteriore insegnamento al mio Ego ti chiedo: parlami di Mister Rosemary, l’uomo che va in giro costantemente con un ciuffo di rosmarino nel taschino, quale arcano mistero nasconde? Sono in un blocco creativo e magari se mi dai qualche informazione reale, potrei modificarla e risolvere il mio problema.”

Mi dispiace, ma penso che quello che ti dirò ora, non farà per niente bene al tuo Ego: come ti dicevo prima, a un certo punto nel quartiere si e cominciata a spargere la voce di questo fumettista che spiava dalla finestra di casa sua tutte le persone in strada e, sopratutto, molti si erano riconosciuti nei personaggi e questa cosa a volte non piaceva affatto. Quindi si è pensato di comune accordo di creare anche noi un gioco, una realtà virtuale da proporti per testare la tua creatività e Mister Rosemary è esattamente questo.”

Aspetta, penso di non aver capito bene… o forse ho capito… questa cosa è davvero orribile! Voi avete creato un finto mondo che si muove entro il mio raggio d’azione visivo per vedere quanto ero bravo a inventarci su delle storie?”

Mettiamola così: abbiamo creato un laboratorio en plein air per stimolare la tua fantasia. Se tu fossi per caso all’improvviso sceso, avresti visto un palcoscenico dove gli attori girato l’angolo si liberavano dei vestiti di scena e cominciavano la loro vita reale. Si usciva da casa con i vestiti di scena, si studiava il copione del giorno e poi si ci cambiava. Abbiamo creato un vero e proprio camerino dentro il bar, dove il tuo telescopio non può arrivare.”

A quel punto ero senza parole. Non sapevo se essere arrabbiato per la grande farsa o essere felice che tutte quelle persone avessero dedicato del tempo per diventare parte attiva e creatrice del mio progetto. Di una cosa ero certo, ormai non avrei potuto più continuare come prima, non potevo far finta di niente.

GAME OVER.

Bene, forse ora posso andare, credo di averti detto tutto”, Miss Flower si stava facendo spazio tra tutti gli ostacoli presenti sul pavimento per uscire di scena.

Forse sì, però mi resta solo un’ultima domanda da farti: perché hai deciso proprio in questo momento di venire a rivelarmi tutto? C’è anche qui un piano segreto da svelare?”

In realtà mettiamola cosi: abbiamo deciso, di comune accordo, che questo gioco ci stava prendendo la mano e che la nostra vita virtuale era diventata più importante di quella reale e quindi… eccomi qui a dirti che da domani da quella finestra vedrai solo normalissime persone dentro una normalissima vita.”

Capisco, hai ragione. Allora forse da domani ci incontreremo sul pianerottolo. Avrò perso la protagonista del mio fumetto, ma ho acquistato una normalissima vicina.”

Mi ha fatto un sorriso prima di scomparire dietro la porta.

 

 

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