“Gita d’Agosto (biotopo transgenico)” di Alessandro Tondini

Andare in gita in una domenica d’agosto è un atto sconsiderato, ma dato che nella mia personalità dimorano due esseri agli antipodi, decisi comunque di intraprendere un viaggetto in una tranquilla località montana. Caricai la mountain bike sull’auto e, in meno di due ore, giunsi nei pressi di un lago alpino: luogo adatto ai turisti di ogni genere quali famiglie, pensionati, sportivi e villeggianti di medio-lungo periodo, nonché punto d’arrivo dell’assalto di chi può solo permettersi una toccata e fuga domenicale. Ero consapevole che sarei incappato in una vastissima varietà di fauna umana, ma ormai il dado era tratto e mi unii anch’io al rito della scampagnata del dì di festa.

Una volta parcheggiato, scaricai la bicicletta e mi misi a pedalare lungo una serie di precise e ordinate piste ciclabili. Dopo aver percorso qualche chilometro di saliscendi notai un cartello che indicava la presenza di un “biotopo”. Pensai che, pur ritenendomi discretamente istruito, conoscevo a malapena il significato di quella strana parola che, nell’immediatezza, mi faceva venire in mente soltanto un ratto allevato con metodi naturali. Con determinazione mi involai nella direzione indicata. Giunto sul posto mi si aprì alla vista uno splendido e piccolissimo specchio d’acqua ricoperto di canneti e fiori acquatici. Tutt’intorno spiccava il verde di campi e pinete e il cielo che ricopriva la vegetazione era di un azzurro accecante.

Era una cartolina perfetta: la fotografia di una natura intatta con, qua e là, dei masi alpini che guarnivano l’immagine con dettagli di presenza umana per niente invasiva. Chiusi gli occhi e mi lasciai accarezzare il viso da un venticello tiepido che sembrava volesse scherzare con me facendomi un delicato solletico. Quando li riaprii notai che, alla mia destra, vi era un pannello che spiegava il significato di quel bizzarro termine. Scoprii che “biotopo” indicava una zona umida, comprendente il laghetto e le aree paludose circostanti, nella quale dimoravano una serie di simpatici animaletti e una notevole varietà di fiori e pianticelle. Un ecosistema in cui il ruolo dell’uomo si limitava alla preservazione dell’area da qualsiasi intervento artificiale che potesse romperne l’incanto. Mentre leggevo pensavo a quanto fossi fortunato a essere lì in perfetta solitudine, ma si sa, non vi può essere pace a lungo in una domenica d’agosto.

Sentii due voci umane in lontananza che, progressivamente e prepotentemente, si alzavano di tono. Capii che quei versi appartenevano a una specie ben precisa di maschio bianco caucasico: il piccolo imprenditore delle valli bresciane!

Il mio rilassamento da poesia pastorale era ormai compromesso. La scena che stavo andando a inquadrare però, pur costituendo l’antitesi dei momenti appena trascorsi, si sarebbe rivelata estremamente interessante per il Mister Hide che alberga dentro di me. Le parole sgraziate e baritonali dei due uomini avevano, fino a quel momento, reso impercettibili altre due voci dai toni meno invasivi. Dopo un breve istante, appena coperte dal canneto, apparvero due strane coppie di esseri umani: due maschi di mezza età e di bassa statura, tozzi e squadrati, indossanti mocassini senza calze, bermuda color sabbia lunghi fin sotto il ginocchio e polo Lacoste, una color giallo canarino e una rosa shocking. Anche le loro facce erano piuttosto scioccanti: uno di essi aveva la pelle del viso del colore di una grigliata, un artistico riporto di saggina e delle sopracciglia scure e foltissime. Il tutto incastonato da un ghigno che, nel mio immaginario, era la precisa riproduzione dell’espressione primordiale dell’homo erectus o di qualche altro homo in corso di evoluzione. Quell’altro inforcava degli occhiali Ray Ban a specchio che gli coprivano parzialmente il volto butterato. La sua pettinatura sembrava quella del Little Tony anni settanta e quel che si poteva intuire della sua espressione era in perfetta simmetria con quella dell’amico troglodita.

I due improbabili maschi alfa erano accompagnati da due donnone appariscenti che camminavano come se stessero facendo un defilé in una sagra paesana di “Miss qualcosa”. Capii ben presto che non di donne si trattava, bensì di due atletici trans. Quello coi capelli lunghi biondo platino indossava una minigonna fucsia attillatissima e una canottiera bianca che serviva a ricoprire appena il seno, ovviamente esplosivo, dalla quale fuoriuscivano lateralmente due braccia da lanciatore di giavellotto. Ai piedi aveva due zeppe argentate che lo facevano diventare ancora più mastodontico. L’altro era molto scuro di pelle e aveva in testa una capigliatura riccia, nera e luccicante a la “Jackson Five”. Portava un abito celeste lungo fino alle caviglie, che sarebbe stato anche elegante se non avesse avuto un’enorme scollatura a V che metteva in esposizione un reggiseno verde contenente due rotondissime palle da bowling senza fori. Entrambi erano muniti di sproporzionati occhialoni neri e sulle loro bocche fiorivano pompatissime labbra ricoperte da lucidi rossetti. Anche se mi fossi fatto di acido lisergico non sarei stato in grado di concepire una visione così grottesca.

I due maschi mi passarono a fianco senza degnarmi di uno sguardo. I variopinti trans, invece, sfilarono sinuosamente lanciandomi degli enormi sorrisi e salutandomi all’unisono: il biondo con un caldissimo “Ciao” con tonalità simil “Barry White”, il moro emettendo uno squillante “Buonsciorno” dalla “g” strascicante. Così risposi anch’io con un largo sorriso e un compiaciuto “Buonsciorno”, incurante delle eventuali reazioni che avrei potuto suscitare con il mio provocatorio saluto. Non vi fu alcun malinteso. La doppia coppia proseguì per qualche metro e tutti e quattro si piazzarono appoggiati alla palizzata di legno che impediva l’accesso all’acqua.

Dato che la brezza spirava dal lago alla riva, mi trovavo nella posizione perfetta per poter ascoltare quello che dicevano. I due uomini regolari, per un po’, non aprirono bocca, mentre gli altri due emettevano mormorii di ammirazione tipo: “Che belo, è un paradisso”, “Guarda che bei fioori”. Andò avanti così per qualche minuto, finché quello con la polo canarino sentenziò: “Sarà aca bel, ma vot mèter el làc de garda”.

Eeeh ma quelo è ggraandee, questo è picolino”, lo riprese lo scuro.

Il tizio con la polo shocking intervenne: “Quate nèdre, ma a me le me pias mia tat”.

Nià a me, i usilì iè mei, e po’ te pode mia fa le spiè de nedra”, confermò la polo gialla.

Dopo i commenti culinari seguirono attimi di silenzio, interrotti bruscamente da un colpo di tosse di quello col riporto, seguito da uno sputacchio che arrivò a colpire in pieno un ignaro fiore di loto.

See, po pensa de sta che tot l’an”, aggiunse disgustato il portatore di Ray Ban. “Dopo du de te ghe né sa piè i cojoni”.

E’ un posto per ripossare, per fare nniente, pensi sempre a lavvoraare”, disse quello con la minigonna.

Grassie al me laurà, encò t’et mangià en den posto de lusso, enculàt”, e i due trogloditi esplosero in una risata così fragorosa da sembrare lo scoppio di un raudo.

Le povere paperelle, che sguazzavano serene fra le canne, si alzarono in volo sgambettando e sbattendo le ali come se un predatore si fosse avventato su di loro. Riflettei: se ‘sti due stessero qua un paio di giorni trasformerebbero il biotopo in una cava di ghiaia e tutt’intorno spunterebbero come funghi orrendi residence con piscina.

Daii, fasscciamo una fottooo”, gridò pieno d’entusiasmo il mulatto. Estrasse il cellulare e si mise a scattare a cazzo verso il laghetto, per poi inquadrare l’amico trans e i due ricchi bifolchi.

Sorrissoo”, gridò con la voce sempre più acuta.

Il trans bianco si mise in posa facendo tracimare tutto il suo silicone, mentre gli altri, con due facce espressive da film sovietico, gli si strinsero attorno: Addesso un ssellffiii”, e anche il mulatto si unì al gruppo.

Osservando il risultato dell’autoritratto non sembrarono troppo soddisfatti. Immaginai che il riporto di saggina non fosse venuto perfettamente a fuoco.

Con un sussulto d’imbarazzo vidi l’esuberante trans venirmi incontro di corsa: “Ci fa una footto per favvoree”.

Certamente”, risposi vagamente intimorito.

Presi in mano l’I-phone e inquadrai la scenetta. Per un istante ebbi l’istinto di scattare un bel primo piano del riporto, ma mi limitai a dire: ”Ecco, un attimo, uno”, e nel pronunciarlo notai, con una certa inquietudine, che il tipo della polo gialla si era tolto i ray ban, svelando uno sguardo da “Banda della Magliana”, “Due e tree”, e scattai. Seguirono due secondi di “uuuuuh” con applauso e un calorosissimo “Grrazzieee” da parte del moro, mentre i biechi coi mocassini si girarono indifferenti verso l’acqua. Il siparietto surreale proseguì ancora per qualche istante poiché le drag queen mi chiesero di fare un selfie insieme a loro. Passammo qualche minuto a scattarci le foto, mentre gli altri due se ne restavano in disparte.

Poco dopo quello col riporto blaterò: “Dai nom, som stet ché aca trop, turnòm a la machina”, e così i maschi regolari si mossero per andar via. Mi passarono a fianco cagandomi zero. Per fortuna le mie nuove amiche mi salutarono calorosamente, stampandomi sulle guance due bacioni a ventosa. Rimasto solo osservai attentamente il laghetto e capii che la mia gitarella si era rivelata istruttiva. Un pensiero sarcastico esplose nella mia testa: “Il biotopo era ormai diventato transgenico!”

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LEGGEREZZA_Agosto 2014

(foto catturata dal web – autore sconosciuto)
(foto catturata dal web – autore sconosciuto)

Senti un solletico, una vertigine, senti pizzicarti le piante dei piedi e sollevarsi le braccia. Senti che il corpo molla gli ormeggi, i pensieri ridono al cielo. Senti che non sei lo stesso anche se tutto è uguale, e non t’importa perché quel che è vero lo puoi sognare e quel che è sogno per te, in un istante, può rendersi reale. Un istante che sia nei ricordi il tuo ‘persempre’.

C.S.I.