“Gita d’Agosto (biotopo transgenico)” di Alessandro Tondini

Andare in gita in una domenica d’agosto è un atto sconsiderato, ma dato che nella mia personalità dimorano due esseri agli antipodi, decisi comunque di intraprendere un viaggetto in una tranquilla località montana. Caricai la mountain bike sull’auto e, in meno di due ore, giunsi nei pressi di un lago alpino: luogo adatto ai turisti di ogni genere quali famiglie, pensionati, sportivi e villeggianti di medio-lungo periodo, nonché punto d’arrivo dell’assalto di chi può solo permettersi una toccata e fuga domenicale. Ero consapevole che sarei incappato in una vastissima varietà di fauna umana, ma ormai il dado era tratto e mi unii anch’io al rito della scampagnata del dì di festa.

Una volta parcheggiato, scaricai la bicicletta e mi misi a pedalare lungo una serie di precise e ordinate piste ciclabili. Dopo aver percorso qualche chilometro di saliscendi notai un cartello che indicava la presenza di un “biotopo”. Pensai che, pur ritenendomi discretamente istruito, conoscevo a malapena il significato di quella strana parola che, nell’immediatezza, mi faceva venire in mente soltanto un ratto allevato con metodi naturali. Con determinazione mi involai nella direzione indicata. Giunto sul posto mi si aprì alla vista uno splendido e piccolissimo specchio d’acqua ricoperto di canneti e fiori acquatici. Tutt’intorno spiccava il verde di campi e pinete e il cielo che ricopriva la vegetazione era di un azzurro accecante.

Era una cartolina perfetta: la fotografia di una natura intatta con, qua e là, dei masi alpini che guarnivano l’immagine con dettagli di presenza umana per niente invasiva. Chiusi gli occhi e mi lasciai accarezzare il viso da un venticello tiepido che sembrava volesse scherzare con me facendomi un delicato solletico. Quando li riaprii notai che, alla mia destra, vi era un pannello che spiegava il significato di quel bizzarro termine. Scoprii che “biotopo” indicava una zona umida, comprendente il laghetto e le aree paludose circostanti, nella quale dimoravano una serie di simpatici animaletti e una notevole varietà di fiori e pianticelle. Un ecosistema in cui il ruolo dell’uomo si limitava alla preservazione dell’area da qualsiasi intervento artificiale che potesse romperne l’incanto. Mentre leggevo pensavo a quanto fossi fortunato a essere lì in perfetta solitudine, ma si sa, non vi può essere pace a lungo in una domenica d’agosto.

Sentii due voci umane in lontananza che, progressivamente e prepotentemente, si alzavano di tono. Capii che quei versi appartenevano a una specie ben precisa di maschio bianco caucasico: il piccolo imprenditore delle valli bresciane!

Il mio rilassamento da poesia pastorale era ormai compromesso. La scena che stavo andando a inquadrare però, pur costituendo l’antitesi dei momenti appena trascorsi, si sarebbe rivelata estremamente interessante per il Mister Hide che alberga dentro di me. Le parole sgraziate e baritonali dei due uomini avevano, fino a quel momento, reso impercettibili altre due voci dai toni meno invasivi. Dopo un breve istante, appena coperte dal canneto, apparvero due strane coppie di esseri umani: due maschi di mezza età e di bassa statura, tozzi e squadrati, indossanti mocassini senza calze, bermuda color sabbia lunghi fin sotto il ginocchio e polo Lacoste, una color giallo canarino e una rosa shocking. Anche le loro facce erano piuttosto scioccanti: uno di essi aveva la pelle del viso del colore di una grigliata, un artistico riporto di saggina e delle sopracciglia scure e foltissime. Il tutto incastonato da un ghigno che, nel mio immaginario, era la precisa riproduzione dell’espressione primordiale dell’homo erectus o di qualche altro homo in corso di evoluzione. Quell’altro inforcava degli occhiali Ray Ban a specchio che gli coprivano parzialmente il volto butterato. La sua pettinatura sembrava quella del Little Tony anni settanta e quel che si poteva intuire della sua espressione era in perfetta simmetria con quella dell’amico troglodita.

I due improbabili maschi alfa erano accompagnati da due donnone appariscenti che camminavano come se stessero facendo un defilé in una sagra paesana di “Miss qualcosa”. Capii ben presto che non di donne si trattava, bensì di due atletici trans. Quello coi capelli lunghi biondo platino indossava una minigonna fucsia attillatissima e una canottiera bianca che serviva a ricoprire appena il seno, ovviamente esplosivo, dalla quale fuoriuscivano lateralmente due braccia da lanciatore di giavellotto. Ai piedi aveva due zeppe argentate che lo facevano diventare ancora più mastodontico. L’altro era molto scuro di pelle e aveva in testa una capigliatura riccia, nera e luccicante a la “Jackson Five”. Portava un abito celeste lungo fino alle caviglie, che sarebbe stato anche elegante se non avesse avuto un’enorme scollatura a V che metteva in esposizione un reggiseno verde contenente due rotondissime palle da bowling senza fori. Entrambi erano muniti di sproporzionati occhialoni neri e sulle loro bocche fiorivano pompatissime labbra ricoperte da lucidi rossetti. Anche se mi fossi fatto di acido lisergico non sarei stato in grado di concepire una visione così grottesca.

I due maschi mi passarono a fianco senza degnarmi di uno sguardo. I variopinti trans, invece, sfilarono sinuosamente lanciandomi degli enormi sorrisi e salutandomi all’unisono: il biondo con un caldissimo “Ciao” con tonalità simil “Barry White”, il moro emettendo uno squillante “Buonsciorno” dalla “g” strascicante. Così risposi anch’io con un largo sorriso e un compiaciuto “Buonsciorno”, incurante delle eventuali reazioni che avrei potuto suscitare con il mio provocatorio saluto. Non vi fu alcun malinteso. La doppia coppia proseguì per qualche metro e tutti e quattro si piazzarono appoggiati alla palizzata di legno che impediva l’accesso all’acqua.

Dato che la brezza spirava dal lago alla riva, mi trovavo nella posizione perfetta per poter ascoltare quello che dicevano. I due uomini regolari, per un po’, non aprirono bocca, mentre gli altri due emettevano mormorii di ammirazione tipo: “Che belo, è un paradisso”, “Guarda che bei fioori”. Andò avanti così per qualche minuto, finché quello con la polo canarino sentenziò: “Sarà aca bel, ma vot mèter el làc de garda”.

Eeeh ma quelo è ggraandee, questo è picolino”, lo riprese lo scuro.

Il tizio con la polo shocking intervenne: “Quate nèdre, ma a me le me pias mia tat”.

Nià a me, i usilì iè mei, e po’ te pode mia fa le spiè de nedra”, confermò la polo gialla.

Dopo i commenti culinari seguirono attimi di silenzio, interrotti bruscamente da un colpo di tosse di quello col riporto, seguito da uno sputacchio che arrivò a colpire in pieno un ignaro fiore di loto.

See, po pensa de sta che tot l’an”, aggiunse disgustato il portatore di Ray Ban. “Dopo du de te ghe né sa piè i cojoni”.

E’ un posto per ripossare, per fare nniente, pensi sempre a lavvoraare”, disse quello con la minigonna.

Grassie al me laurà, encò t’et mangià en den posto de lusso, enculàt”, e i due trogloditi esplosero in una risata così fragorosa da sembrare lo scoppio di un raudo.

Le povere paperelle, che sguazzavano serene fra le canne, si alzarono in volo sgambettando e sbattendo le ali come se un predatore si fosse avventato su di loro. Riflettei: se ‘sti due stessero qua un paio di giorni trasformerebbero il biotopo in una cava di ghiaia e tutt’intorno spunterebbero come funghi orrendi residence con piscina.

Daii, fasscciamo una fottooo”, gridò pieno d’entusiasmo il mulatto. Estrasse il cellulare e si mise a scattare a cazzo verso il laghetto, per poi inquadrare l’amico trans e i due ricchi bifolchi.

Sorrissoo”, gridò con la voce sempre più acuta.

Il trans bianco si mise in posa facendo tracimare tutto il suo silicone, mentre gli altri, con due facce espressive da film sovietico, gli si strinsero attorno: Addesso un ssellffiii”, e anche il mulatto si unì al gruppo.

Osservando il risultato dell’autoritratto non sembrarono troppo soddisfatti. Immaginai che il riporto di saggina non fosse venuto perfettamente a fuoco.

Con un sussulto d’imbarazzo vidi l’esuberante trans venirmi incontro di corsa: “Ci fa una footto per favvoree”.

Certamente”, risposi vagamente intimorito.

Presi in mano l’I-phone e inquadrai la scenetta. Per un istante ebbi l’istinto di scattare un bel primo piano del riporto, ma mi limitai a dire: ”Ecco, un attimo, uno”, e nel pronunciarlo notai, con una certa inquietudine, che il tipo della polo gialla si era tolto i ray ban, svelando uno sguardo da “Banda della Magliana”, “Due e tree”, e scattai. Seguirono due secondi di “uuuuuh” con applauso e un calorosissimo “Grrazzieee” da parte del moro, mentre i biechi coi mocassini si girarono indifferenti verso l’acqua. Il siparietto surreale proseguì ancora per qualche istante poiché le drag queen mi chiesero di fare un selfie insieme a loro. Passammo qualche minuto a scattarci le foto, mentre gli altri due se ne restavano in disparte.

Poco dopo quello col riporto blaterò: “Dai nom, som stet ché aca trop, turnòm a la machina”, e così i maschi regolari si mossero per andar via. Mi passarono a fianco cagandomi zero. Per fortuna le mie nuove amiche mi salutarono calorosamente, stampandomi sulle guance due bacioni a ventosa. Rimasto solo osservai attentamente il laghetto e capii che la mia gitarella si era rivelata istruttiva. Un pensiero sarcastico esplose nella mia testa: “Il biotopo era ormai diventato transgenico!”

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“Cappuccio e Brioche” di Alessandro Tondini

Ogni tanto mi piace uscire in mountain bike e arrampicarmi sulle strade di collina che circondano il mio paesello. Durante le gite in bicicletta mi capita d’incrociare persone che fanno running, altri bikers molto più atletici del sottoscritto e normali individui che passeggiano. Il tipo che più frequentemente incontro è l’umano col cane. Non mi sono mai imbattuto in persone accompagnate da altri animali, sempre che non si tenga conto che certi soggetti potrebbero essere inseriti a pieno diritto nella peggior fauna del pianeta. L’altro ieri ho assistito a un episodio che mi ha profondamente colpito.

Mentre faticavo su un percorso ripido e pieno di sassi, ho udito delle voci festanti provenire da una stradina parallela e sottostante a quella che stavo percorrendo. Pochi istanti dopo ho scorto due donne con al seguito due bambini e un candido cane Maltese, munito di fiocchetto azzurro sulla testolina. Da dove mi trovavo li potevo scorgere benissimo, ci separava soltanto un piccolo strapiombo ripieno di boscaglia.

Nella stessa strada percorsa dal gruppetto, un centinaio di metri più avanti, riuscivo a distinguere due figure piuttosto tonde che camminavano a fatica e un cane, arrotondato anch’esso, che trotterellava precedendole. Improvvisamente la bestiola adiposa si è messa a correre in direzione del Maltese. Una delle mamme, accorgendosi dell’avvicinamento del cane sconosciuto, si è posta prontamente davanti ai bimbi e al bianco cagnolino, a difesa della propria prole. Nel mentre, il cane che avanzava, oltre a correre si è messo anche a ringhiare. Quando è stato abbastanza vicino si è rivelato essere un Beagle obeso e ben determinato a far valere la sua stazza contro il Maltese immacolato. La mamma coraggiosa ha iniziato a gridare contro il bulletto sovrappeso sperando di intimorirlo, mentre i due bimbi e l’altra mamma si sono raggruppati stretti stretti tutti insieme. Il Maltese, benché peso piuma e, apparentemente docile e indifeso, si è divincolato dalla presa di uno dei bimbi, ha superato la mamma urlante e si è messo a fronteggiare coraggiosamente l’aggressore. Nel frattempo le due larghe figure che seguivano il Beagle si son messe a richiamarlo a gran voce: “Brioche, Brioche, vieni qui!”.

Ho pensato: “Cane pingue con due donne obese al seguito non poteva avere nome migliore”.

Brioche, infischiandosene altamente del richiamo, si è piazzato con fare smargiasso di fronte al latteo pupazzino col fiocco azzurro. Quel che ne è seguito è stato un trambusto piuttosto teatrale. Il più piccolo dei bimbi si è messo a gridare terrorizzato il nome del suo cagnetto: “Cappuccio, Cappuccio!” e il Maltese si è lanciato addosso alla Brioche. La mamma coraggiosa s’è messa in mezzo ai due contendenti rimediando un morso dalla Brioche e uno dal Cappuccio. L’altra mamma ha abbracciato singhiozzante e stile chioccia i bimbi, mentre le due adipose, urlando a squarciagola il nome del Beagle assalitore, hanno tentato invano uno scatto da centometrista.

Io avrei voluto intervenire, ma ero fisicamente impossibilitato dall’argine ripido e boscoso. Poiché la scena si stava facendo sempre più drammatica, ho provato ugualmente a farmi strada tra i rovi cercando di aggrapparmi ai rami più spessi, ma dopo un metro o poco più, mi sono ritrovato a terra, impigliato dappertutto. Mentre proseguivano le urla umane e canine, le due femmine appesantite sono finalmente riuscite a raggiungere il loro cane e, con fatica, l’hanno staccato dall’altro, che d’immacolato non aveva quasi più niente. A quel punto il trambusto si è quietato, i due cani sono stati separati e la mamma azzannata si è abbracciata al resto dell’affranta compagnia. Le ciccione si sono scusate per il cattivo carattere della loro Brioche, le mamme hanno accettato le scuse, i bimbi hanno continuato a piangere e io sono rimasto impigliato nei rovi come un insetto nella tela del ragno.

Nessuno dei due gruppetti si è minimamente accorto di me. Io, per non creare ulteriore tensione ai già lacrimevoli momenti appena trascorsi, me ne sono stato zitto e, pian piano son riuscito a tirarmi fuori dai rovi, con braccia e gambe graffiate e sanguinanti. L’ultima scena che ho distinto è stata l’immagine delle due brioche umane che, molto lentamente, si allontanavano nella direzione opposta al gruppo di mamme e figli, mentre i due cani avevano ripreso a zampettare come se niente fosse accaduto.

Intanto che cercavo di pulirmi dalle ferite ho pensato: “Tutto ‘sto casino per un cappuccio e una brioche! Non è che di psicologia ci capisca granché, ma sarà meglio che i due bimbi, per un po’, a colazione si mangino solo yogurt e fiocchi di granturco!”.

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“Cinque anni in fumo” di Alessandro Tondini

Erano già passati cinque anni da quando era andato a vivere con Maria Susanna. Cinque anni durante i quali aveva continuato a illudersi di aver trovato la musa che l’avrebbe ispirato a scrivere storie meravigliose. Non si era innamorato di lei, era stato quel bizzarro nome composto a sedurlo. Dopo che avevano fatto l’amore per la prima volta, le aveva detto che era la sua “Madonna di panna”, il suo “Sacro Dolce” che l’avrebbe nutrito di ogni più disparata fantasia. Mentre le sciorinava quegli strani complimenti non si era accorto che Maria Susanna non l’ascoltava con attenzione, ma quando Marco si infervorava non percepiva i segnali dell’ambiente, si isolava nel suo mondo sognante. Nemmeno si era reso conto, lui che odiava il fumo, che si era accesa una sigaretta. Solo quando ebbe finito la sua strana elucubrazione amorosa, un principio d’asma l’aveva riportato alla realtà. Non aveva capito che, con quella donna, si sarebbe intossicato.

Oggi, però, il suo angelo custode gli era venuto in soccorso sbattendogli in faccia la fotografia della sua condizione. Mentre guidava verso casa, una vecchia Land Rover si era immessa davanti a lui sputando un’enorme nuvola di fumo nero e, anche dopo che la sua andatura era divenuta regolare, continuava imperterrita a espellere un’orrida scia. La vettura si manteneva tutta a destra e gli lasciava un ampio margine per poterla superare, ma troppe auto provenivano nel senso opposto. Marco notò che alla guida della lenta fuoristrada c’era una ragazza. Dal finestrino sporgeva un candido braccio con una sottile mano che stringeva tra le dita una sigaretta.

Nella sua testa esplose un pensiero: ”Sta fumando mentre guida e tutto il fumo che aspira lo scarica contro di me dal tubo di scappamento! È per quello che l’auto non ha smesso di sbuffare zaffate nere. È lei la causa di quella scia puzzolente!”.

Riusciva appena a scorgere il suo profilo, bianco come il suo arto. Aveva una lunga capigliatura ondulata e corvina che svolazzava all’indietro fuoriuscendo parzialmente dal finestrino, sembrava fatta di fumo pure quella. L’auto rallentava ulteriormente e si spostava ancora più a destra, invitando chi la seguiva a superarla, ma Marco non ne aveva più voglia. Era troppo incuriosito dalla strana creatura che lo precedeva. Si era già costruito la sua fantasia: “Una ragazza fusa con la sua autovettura! Una bizzarra centaura a quattro ruote che si nutre di fumo e butta fuori fumo: l’antitesi postmoderna di una sirena ammaliatrice”.

Era fatto così. Si perdeva sempre in fantasticherie inutili e più immaginava più restava lì a respirare il veleno che lo avvolgeva. L’auto che lo procedeva e lo affumicava era la sua storia con Maria Susanna. Una storia di fumo e incomprensione. Avrebbe dovuto capirlo, l’aveva capito?

Decise di superare. Affiancò la creatura fumante sicuro che i loro occhi si sarebbero incrociati. Lei continuava a fumare con lo sguardo fisso alla strada e non lo degnò di uno sguardo. Marco era passato avanti e continuava a osservarla attraverso il retrovisore. Aveva notato che il volto di quella strana ragazza era privo di espressione, era come quello di un manichino, senza emozione.

Per forza. Non è un essere umano!”, si convinse Marco, “Appena arrivo a casa devo mettermi a scrivere qualcosa!”, era ormai rapito dall’idea di comporre una storia fantastica.

Il suo angioletto si era ormai rassegnato: “Ho fallito, non riesce a capire”.

Poco prima di giungere a casa venne inspiegabilmente attratto dall’insegna del tabaccaio. Accostò, parcheggiò l’auto e rimase fermo al volante: “Non ci avevo mai fatto caso”, disse ad alta voce, “MS, le iniziali di Maria Susanna, è un marchio di sigarette”.

Si sentiva confuso, capiva che stava ricevendo un’informazione, ma faceva fatica a decifrarla. Il suo angelo custode, incredulo, si era ridestato: ”Forse il ragazzo ha capito!”.

Marco scese dall’auto ed entrò dal tabaccaio: “Un pacchetto di MS per favore”.

Quando uscì, il cielo si era fatto tutto nero. Corse in auto e, poco dopo essere partito un tuono esplose in tutto il suo fragore. Insieme alla pioggia, si riversarono in terra migliaia di piume bianche.

 

 

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“Il mare lo odio” di Alessandro Tondini

Quando ero bambino, finita la scuola, i miei genitori mi spedivano in una colonia estiva gestita dalle suore, così avrei fortificato la mia salute grazie alle fantastiche proprietà dello iodio. Io non riuscivo a capire cosa fosse questo iodio e, forse grazie anche a quello strano nome, cresceva in me sempre più l’avversione verso quella pseudo salutare vacanza cattolico-marina. Non si andava a Cattolica bensì nella più quieta e rassicurante Pinarella di Cervia. A Cattolica ci sarei andato anni dopo, da adolescente, alla ricerca spasmodica dei riti di iniziazione sessual-balneare, ma questa è un’altra storia.

Per arrivare a Pinarella si doveva affrontare un estenuante viaggio in pullman. La partenza era il momento più straziante: i bimbi piccoli erano tutti in lacrime e pure qualche genitore lo era. Non dimenticherò mai una giovane mamma che non riusciva a smettere di piangere. Aveva i capelli rossi ed era pallidissima, con le borse sotto gli occhi teneva un fazzoletto davanti al viso e indossava uno sguardo tristissimo e dolcissimo insieme. Mentre la osservavo non riuscivo proprio a capire perché si ostinasse a soffrire anziché riprendersi il figlioletto e tornarsene indietro. Ero un bambino, non capivo lo iodio, figuriamoci quello che aveva in testa una mamma giovane e sconsolata.

Io ero un piccolo duro, non piangevo. Nemmeno i miei davano segni di commozione, anzi, loro sorridevano convinti che il loro atteggiamento mi avrebbe aiutato in quel momento sconfortante. Quello che contava era che sarei tornato a casa con una salute di ferro. Mi ritrovavo dentro a un pullman già troppo caldo e circondato da frotte di bimbi urlanti e piangenti. Seduto senza battere ciglio pensavo che star via così tanto tempo non mi avrebbe fatto bene alla salute. Mare, sole, salute, iodio erano parole prive di senso, per me l’unico termine che avesse un valore era: casa. Mentre i miei continuavano a sorridermi si sedette al mio fianco un bimbo sconosciuto:

Ciao, io sono Daniele”, disse tendendomi la mano.

Ciao, io sono Alessio”, risposi affascinato. Daniele aveva la voce già quasi da ragazzo e un aspetto angelico. Era biondo e riccioluto e, soprattutto, aveva una maglietta con disegnati i super eroi della Marvel con in primo piano il mio preferito: Capitan America.

Wow, i Vendicatori!”, esclamai tutto entusiasta.

Forti vero?”, mi rispose facendomi l’occhiolino. Tirò fuori da una borsetta una copia dell’ultimo numero di Thor e, magicamente, in me si dissolse tutta l’angoscia e la tristezza di quell’afosa mattina d’estate. Non ero più solo, avevo trovato un amico.

Da quel momento io e Daniele fummo inseparabili. Eravamo nati nello stesso anno, ma lui a gennaio e io a dicembre, dunque era molto più grande di me. Con me si trovava bene, forse perché ero uno dei pochi bimbi che, alla partenza, non piangeva e lui, che era uno tosto, probabilmente mi aveva apprezzato proprio per quello.

Durante il soggiorno balneare formammo una banda di teppistelli. Daniele, ovviamente, era il capo, ma io ero il suo braccio destro. Il nostro gioco preferito era distruggere le sculture di sabbia che gli altri bambini modellavano con tanta cura. Eravamo la banda degli “Stukas”: planavamo rapidi e senza pietà, riducendo in briciole i capolavori artistici creati dai nostri coetanei o dai bimbi più piccoli. Le suore non tardarono ad agire: ci catturarono e ci castigarono imponendoci il divieto di fare il bagno per una settimana.

Daniele, però, non si diede per vinto: “Domani scappo via dalle suore, corro sul molo di cemento e mi tuffo in acqua”, fu la sua promessa.

L’indomani, all’ora del bagno, Daniele mantenne la sua parola. La suora ci aveva condotti lontano dalla riva, vicino alle cabine e ci aveva costretti a sedere in terra buoni buoni. Improvvisamente il nostro capo scattò in piedi e si mise a correre come un razzo, inseguito dalle urla isteriche di Suor Cecilia. Lo vedemmo arrampicarsi sul molo e proseguire la sua corsa sul cemento fino a giungere alla sua estremità per poi lanciarsi in mare. Da quel giorno non lo vidi più. Passammo intere settimane a pregare gli angioletti affinché lo riaccompagnassero con gioia al Padreterno.

Nel frattempo io mi ammalai, tornai a casa con quaranta di febbre e una bella broncopolmonite. Lo iodio mi aveva fatto proprio bene. È per questo che il mare lo odio.

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“La signorina del gatto nero” di Alessandro Tondini

Silva non soffriva di solitudine, era costantemente sola. Dentro di lei c’era il vuoto, una voragine senza fine. Eppure, quando usciva dall’albergo, mia madre era in compagnia. Dietro ai passi di quella ragazza sempre un po’ triste c’era il suo gatto nero, con la coda dritta e vibrante. Gli abitanti della zona che vedevano la scena, consideravano quel gatto una specie di cane, ma Milionario, quando seguiva mia madre, non si comportava come un cane, si comportava come gli pareva e basta. La compagnia di mia madre gli era molto gradita e, quando la vedeva allontanarsi, non disdegnava seguirla nei suoi spostamenti. Fatto sta che i ragazzi dei dintorni scorgevano frequentemente una ragazza dallo sguardo un po’ triste seguita da un gatto nero. Del resto, pensavano, se si è sempre un po’ tristi il gatto che ti segue non può che essere nero.

Mia madre, quando camminava, aveva un incedere un po’ oscillante. Cercava di camminare lentamente per mascherare il suo difetto, ma era ben visibile a tutti che zoppicasse. Da bambina aveva avuto la poliomelite, ma grazie al compagno di sua mamma, che aveva i soldi, era stata curata abbastanza bene. La malattia le aveva comunque lasciato una gamba un poco più magra e più corta dell’altra. Mia madre, senza un padre, con una madre che faceva la tenutaria di bordelli, con una gamba un poco più corta dell’altra e per questo claudicante, aveva sempre lo sguardo un po’ triste ed il gatto che la seguiva era nero. Ma mia madre era una ragazza carina, i ragazzi la osservavano e le sorridevano. Anche lei sorrideva, sebbene il suo sorriso fosse sempre un po’ triste. Sorrideva perché, mentre camminava, c’era il suo gatto che la seguiva.

L’avevano soprannominata “la signorina del gatto nero”. Lei sapeva che la chiamavano così e le piaceva. Si sentiva come se fosse un tutt’uno col suo micio. Un unico essere vivente, un po’ umano ed un po’ felino, uno dei pochi momenti in cui la sua infelicità cronica si stemperava. L’affetto che provava, ricambiata, per il suo animaletto le alleviava quel senso di distacco totale. Insieme al suo gatto, magicamente, non si sentiva più abbandonata. Perché un gatto non è un cane, e non è nemmeno un animale qualsiasi, è una creatura particolare. Non ha bisogno di un umano; se stabilisce di vivere con gli uomini lo fa per libera scelta e perché ha una missione da compiere. Il gatto è come un angelo custode e si affeziona a chi ha bisogno di lui. Mia madre non lo percepiva, ma quella bestiola nera e morbida era lì per lei, per aiutarla a non farsi annientare dal dolore, dalla sua tristezza infinita. Le stava vicino per allargarle il cuore, perché chi non ha ricevuto amore non riuscirà con facilità a darne. Grazie alla presenza di Milionario, mia madre riusciva a mantenere un equilibrio psicofisico discreto e teneva lontana la depressione.

Il felino sciamano un dì scomparve. Non se ne seppe più nulla. Probabilmente aveva finito la sua missione perché, proprio quel giorno, la signorina del gatto nero scoprì di aspettare un bambino.

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“Vita o non vita” di Alessandro Tondini

Marco abitava in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Dal suo soggiorno vedeva solo i tetti degli altri edifici e nessun essere umano, aveva scelto di trasferirsi lì solo per quello. Quando tornava a casa si sedeva accanto alla finestra e stava ore a osservare quel paesaggio abitato solo da uccelli e da qualche sporadico gatto. Un mondo privo di frenesia, quieto e rassicurante. Era la sua medicina. Quella mattina però il rimedio non bastava più. Aveva oltrepassato il limite della sopportazione e l’odio verso se stesso si era fatto definitivo. Gli mancava solo una briciola di coraggio per farla finita e nel cupo interludio tra l’essere e il non essere gli venne in mente la conversazione del giorno prima con Rita.

Hai mai pensato di fare un salto di qualità?”

Cosa vuoi dire Marco?”

Dai che hai capito, un salto nel vuoto, un volo nell’aldilà”

Sì avevo capito, ma speravo di no”

Andarsene finalmente da qui e smettere di soffrire, è per questo che lo chiamo salto di qualità”

E se poi non è veramente finita? Se ti tocca soffrire ancora o di più? Magari l’inferno esiste veramente, chi può dirlo”

Ahahah, l’inferno. Vivere è l’inferno. Morire può essere solo la liberazione”

Senti Marco, non mi piacciono questi discorsi, dovresti farti aiutare da qualcuno, perché non torni dallo psicologo?”

Perché non mi è servito a niente e perché nessuno mi può aiutare, ormai”

Tu non hai mai provato a chiedere aiuto. Nemmeno a me. Ti limiti solo a fare oscuri ragionamenti. Provaci una volta e vedrai che la risposta ti arriverà. A me è successo, lo sai”

Sì, quella storia dell’angelo. Me la ricordo, ma io non credo agli angeli, non credo a niente”

Dammi retta Marco, fai un tentativo. Io ti voglio bene e non ti voglio perdere”

Grazie Rita, ma la mia pazienza è finita. Ho sopportato me stesso fino ad oggi, non credo di poter reggere altri giorni insieme a me”

Marco, ti chiedo solo di fare un tentativo”

Ciao Rita, adesso vado. Se non ci vedessimo più, sappi che sei l’unica persona alla quale ho voluto un po’ di bene”.

Chiedere aiuto”, pensò, mentre osservava il fumo di un comignolo che veniva disintegrato dalle folate di vento, “ormai non posso più andare avanti così. Ho la bottiglietta di sonnifero ancora intera, me la scolo tutta insieme al cognac che mi è rimasto e via. Mi ubriaco e muoio, così magari arrivo dall’altra parte tutto allegro”, nonostante la sua disperazione riusciva ancora a fare dello humour.

“E va bene, facciamo una prova”, prese il boccale per la birra, ci versò il sonnifero e mezza bottiglia di Vecchia Romagna. Rimase a guardare l’intruglio letale e si decise.

Ho bisogno d’aiuto, se qualcuno mi sente mi dia un segnale, faccia qualcosa!”, disse a voce alta, Aspetto mezz’ora, poi me lo bevo tutto”.

Si sedette sulla poltrona e si mise a fissare la porta d’entrata con uno sguardo pieno di sfida e disperazione. Sulla parete l’orologio segnava le undici. Ore undici e cinque, niente. Undici e dieci, niente. Undici e quindici, niente. Marco si girò rassegnato a guardare il boccale. Alle undici e diciassette lo squillo del campanello lo fece trasalire.

“Ma chi può essere!”, si avventò sul citofono, “Chi è?”, pronunciò con un grido tremolante.

Sono Sartori.”

Sì, un attimo”, era sconvolto, giù di sotto c’era Angelo Sartori, il suo padrone di casa. Era venuto a pretendere i sei mesi di affitto che Marco non gli aveva ancora pagato. L’ultima volta glielo aveva detto: “Ancora un mese e perdo la pazienza!”.

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“Blank page” di Alessandro Tondini

L’altra sera ero seduto davanti a un foglio bianco, un banalissimo foglio A4. I fogli sono sempre bianchi prima di essere riempiti, ma quello che avevo davanti era più bianco del solito. Così l’ho preso in mano e l’ho esaminato da vicino sperando di scorgervi un’ombra, un’increspatura, qualche piccolissima imperfezione che interrompesse la sua candida superficie.

Perché ce l’ha con me?”, mi chiedevo, “Perché rifiuta di collaborare? Non gli voglio fargli male: non voglio appallottolarlo e tirarlo al gatto, non voglio bruciarlo, non voglio nemmeno mortificarlo scrivendoci sopra semplici appunti o disegnandoci stupidi scarabocchi”.

Ero sconfortato, mi rendevo conto che quella pagina sarebbe rimasta vuota ancora a lungo. Mi sono arreso, mi sono alzato e mi sono sdraiato sul divano. Ho chiuso gli occhi e, dopo qualche istante, sono sprofondato in uno strano sogno.

Mi è apparsa l’immagine di una immensa landa desolata. Una pianura ricoperta dalla neve, senz’alberi, senza alcun punto di riferimento: un deserto di ghiaccio.

Sembrava un luogo remoto dell’Antartide dove nemmeno i pinguini imperatore avrebbero osato inoltrarsi. Tutto intorno a me il ghiaccio e il nulla. A un certo punto è calata una nebbiolina lattiginosa che mi ha avvolto e paralizzato: ho capito che stavo scomparendo.

Ho provato a reagire e ho gridato: “No, non è possibile!” e, in un istante, la nebbia si è dissolta e nel cielo è apparso uno stormo di uccelli. All’orizzonte si è delineato il profilo di una catena montuosa e davanti a me è comparso un sentiero. Non c’erano più solo ghiaccio e neve, c’erano pietre, tracce di una motoslitta e, poco più in là, una foresta di abeti. Non ero più in Antartide, stavo camminando nella taiga finlandese. Faceva sempre un freddo cane, tutto era bianco, ma il posto era un po’ meno inospitale. Di colpo ho scorto una mandria di renne.

Allora sono in Lapponia, prima o poi arriverò ad un villaggio di pastori!”

Mi sono messo a correre, il mio fiato formava delle nubi dorate composte da minuscoli cristalli di ghiaccio illuminati dal sole, acquistavo sempre più velocità e, dopo un centinaio di metri mi è apparsa in lontananza la sagoma di una tenda. Correvo come un pazzo e, finalmente, ecco un essere umano.

Dio ti ringrazio, ce l’ho fatta, ora sono salvo!”

Tre, quattro individui mi sono corsi incontro mentre cadevo esausto. Poco dopo mi sono ritrovato all’interno di un ambiente in penombra in cui faceva caldissimo e, attorno a me, vi erano decine di occhi che mi osservavano: gli abitanti del villaggio erano venuti a esaminare un pazzo sconosciuto avventuratosi nelle loro terre. Sembravano divertiti, parlavano e ridacchiavano; probabilmente mi prendevano in giro. Che importanza aveva? Ero vivo.

Poco dopo le persone che mi circondavano si sono lentamente allontanate e, in mezzo a loro, è apparso un uomo anziano vestito con strani abiti colorati. Mi si è avvicinato e ha cominciato a parlarmi con un idioma incomprensibile.

Non riesco a capire, non parlo la tua lingua”, provavo a dirgli.

Lui intanto continuava ad articolare parole come se stesse recitando una nenia e, con un piccolo tamburello, manteneva un ritmo regolare.

Tumtutmtutmtumtutmtum – la cadenza dello strumento creava una specie di campo ipnotico e mi sembrava di essere entrato in un’altra dimensione. Incredibilmente ora capivo tutto quello che mi diceva. Poco dopo, il vecchio sciamano ha preso in mano una pergamena sulla quale non c’era scritto niente. Mi ha guardato e, con un sorriso beffardo, mi ha sussurrato: “Hai capito vero? Adesso che hai imparato ad ascoltare puoi riempire tutte le pelli di renna che vuoi”.

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