“Cinque anni in fumo” di Alessandro Tondini

Erano già passati cinque anni da quando era andato a vivere con Maria Susanna. Cinque anni durante i quali aveva continuato a illudersi di aver trovato la musa che l’avrebbe ispirato a scrivere storie meravigliose. Non si era innamorato di lei, era stato quel bizzarro nome composto a sedurlo. Dopo che avevano fatto l’amore per la prima volta, le aveva detto che era la sua “Madonna di panna”, il suo “Sacro Dolce” che l’avrebbe nutrito di ogni più disparata fantasia. Mentre le sciorinava quegli strani complimenti non si era accorto che Maria Susanna non l’ascoltava con attenzione, ma quando Marco si infervorava non percepiva i segnali dell’ambiente, si isolava nel suo mondo sognante. Nemmeno si era reso conto, lui che odiava il fumo, che si era accesa una sigaretta. Solo quando ebbe finito la sua strana elucubrazione amorosa, un principio d’asma l’aveva riportato alla realtà. Non aveva capito che, con quella donna, si sarebbe intossicato.

Oggi, però, il suo angelo custode gli era venuto in soccorso sbattendogli in faccia la fotografia della sua condizione. Mentre guidava verso casa, una vecchia Land Rover si era immessa davanti a lui sputando un’enorme nuvola di fumo nero e, anche dopo che la sua andatura era divenuta regolare, continuava imperterrita a espellere un’orrida scia. La vettura si manteneva tutta a destra e gli lasciava un ampio margine per poterla superare, ma troppe auto provenivano nel senso opposto. Marco notò che alla guida della lenta fuoristrada c’era una ragazza. Dal finestrino sporgeva un candido braccio con una sottile mano che stringeva tra le dita una sigaretta.

Nella sua testa esplose un pensiero: ”Sta fumando mentre guida e tutto il fumo che aspira lo scarica contro di me dal tubo di scappamento! È per quello che l’auto non ha smesso di sbuffare zaffate nere. È lei la causa di quella scia puzzolente!”.

Riusciva appena a scorgere il suo profilo, bianco come il suo arto. Aveva una lunga capigliatura ondulata e corvina che svolazzava all’indietro fuoriuscendo parzialmente dal finestrino, sembrava fatta di fumo pure quella. L’auto rallentava ulteriormente e si spostava ancora più a destra, invitando chi la seguiva a superarla, ma Marco non ne aveva più voglia. Era troppo incuriosito dalla strana creatura che lo precedeva. Si era già costruito la sua fantasia: “Una ragazza fusa con la sua autovettura! Una bizzarra centaura a quattro ruote che si nutre di fumo e butta fuori fumo: l’antitesi postmoderna di una sirena ammaliatrice”.

Era fatto così. Si perdeva sempre in fantasticherie inutili e più immaginava più restava lì a respirare il veleno che lo avvolgeva. L’auto che lo procedeva e lo affumicava era la sua storia con Maria Susanna. Una storia di fumo e incomprensione. Avrebbe dovuto capirlo, l’aveva capito?

Decise di superare. Affiancò la creatura fumante sicuro che i loro occhi si sarebbero incrociati. Lei continuava a fumare con lo sguardo fisso alla strada e non lo degnò di uno sguardo. Marco era passato avanti e continuava a osservarla attraverso il retrovisore. Aveva notato che il volto di quella strana ragazza era privo di espressione, era come quello di un manichino, senza emozione.

Per forza. Non è un essere umano!”, si convinse Marco, “Appena arrivo a casa devo mettermi a scrivere qualcosa!”, era ormai rapito dall’idea di comporre una storia fantastica.

Il suo angioletto si era ormai rassegnato: “Ho fallito, non riesce a capire”.

Poco prima di giungere a casa venne inspiegabilmente attratto dall’insegna del tabaccaio. Accostò, parcheggiò l’auto e rimase fermo al volante: “Non ci avevo mai fatto caso”, disse ad alta voce, “MS, le iniziali di Maria Susanna, è un marchio di sigarette”.

Si sentiva confuso, capiva che stava ricevendo un’informazione, ma faceva fatica a decifrarla. Il suo angelo custode, incredulo, si era ridestato: ”Forse il ragazzo ha capito!”.

Marco scese dall’auto ed entrò dal tabaccaio: “Un pacchetto di MS per favore”.

Quando uscì, il cielo si era fatto tutto nero. Corse in auto e, poco dopo essere partito un tuono esplose in tutto il suo fragore. Insieme alla pioggia, si riversarono in terra migliaia di piume bianche.

 

 

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“Il mare lo odio” di Alessandro Tondini

Quando ero bambino, finita la scuola, i miei genitori mi spedivano in una colonia estiva gestita dalle suore, così avrei fortificato la mia salute grazie alle fantastiche proprietà dello iodio. Io non riuscivo a capire cosa fosse questo iodio e, forse grazie anche a quello strano nome, cresceva in me sempre più l’avversione verso quella pseudo salutare vacanza cattolico-marina. Non si andava a Cattolica bensì nella più quieta e rassicurante Pinarella di Cervia. A Cattolica ci sarei andato anni dopo, da adolescente, alla ricerca spasmodica dei riti di iniziazione sessual-balneare, ma questa è un’altra storia.

Per arrivare a Pinarella si doveva affrontare un estenuante viaggio in pullman. La partenza era il momento più straziante: i bimbi piccoli erano tutti in lacrime e pure qualche genitore lo era. Non dimenticherò mai una giovane mamma che non riusciva a smettere di piangere. Aveva i capelli rossi ed era pallidissima, con le borse sotto gli occhi teneva un fazzoletto davanti al viso e indossava uno sguardo tristissimo e dolcissimo insieme. Mentre la osservavo non riuscivo proprio a capire perché si ostinasse a soffrire anziché riprendersi il figlioletto e tornarsene indietro. Ero un bambino, non capivo lo iodio, figuriamoci quello che aveva in testa una mamma giovane e sconsolata.

Io ero un piccolo duro, non piangevo. Nemmeno i miei davano segni di commozione, anzi, loro sorridevano convinti che il loro atteggiamento mi avrebbe aiutato in quel momento sconfortante. Quello che contava era che sarei tornato a casa con una salute di ferro. Mi ritrovavo dentro a un pullman già troppo caldo e circondato da frotte di bimbi urlanti e piangenti. Seduto senza battere ciglio pensavo che star via così tanto tempo non mi avrebbe fatto bene alla salute. Mare, sole, salute, iodio erano parole prive di senso, per me l’unico termine che avesse un valore era: casa. Mentre i miei continuavano a sorridermi si sedette al mio fianco un bimbo sconosciuto:

Ciao, io sono Daniele”, disse tendendomi la mano.

Ciao, io sono Alessio”, risposi affascinato. Daniele aveva la voce già quasi da ragazzo e un aspetto angelico. Era biondo e riccioluto e, soprattutto, aveva una maglietta con disegnati i super eroi della Marvel con in primo piano il mio preferito: Capitan America.

Wow, i Vendicatori!”, esclamai tutto entusiasta.

Forti vero?”, mi rispose facendomi l’occhiolino. Tirò fuori da una borsetta una copia dell’ultimo numero di Thor e, magicamente, in me si dissolse tutta l’angoscia e la tristezza di quell’afosa mattina d’estate. Non ero più solo, avevo trovato un amico.

Da quel momento io e Daniele fummo inseparabili. Eravamo nati nello stesso anno, ma lui a gennaio e io a dicembre, dunque era molto più grande di me. Con me si trovava bene, forse perché ero uno dei pochi bimbi che, alla partenza, non piangeva e lui, che era uno tosto, probabilmente mi aveva apprezzato proprio per quello.

Durante il soggiorno balneare formammo una banda di teppistelli. Daniele, ovviamente, era il capo, ma io ero il suo braccio destro. Il nostro gioco preferito era distruggere le sculture di sabbia che gli altri bambini modellavano con tanta cura. Eravamo la banda degli “Stukas”: planavamo rapidi e senza pietà, riducendo in briciole i capolavori artistici creati dai nostri coetanei o dai bimbi più piccoli. Le suore non tardarono ad agire: ci catturarono e ci castigarono imponendoci il divieto di fare il bagno per una settimana.

Daniele, però, non si diede per vinto: “Domani scappo via dalle suore, corro sul molo di cemento e mi tuffo in acqua”, fu la sua promessa.

L’indomani, all’ora del bagno, Daniele mantenne la sua parola. La suora ci aveva condotti lontano dalla riva, vicino alle cabine e ci aveva costretti a sedere in terra buoni buoni. Improvvisamente il nostro capo scattò in piedi e si mise a correre come un razzo, inseguito dalle urla isteriche di Suor Cecilia. Lo vedemmo arrampicarsi sul molo e proseguire la sua corsa sul cemento fino a giungere alla sua estremità per poi lanciarsi in mare. Da quel giorno non lo vidi più. Passammo intere settimane a pregare gli angioletti affinché lo riaccompagnassero con gioia al Padreterno.

Nel frattempo io mi ammalai, tornai a casa con quaranta di febbre e una bella broncopolmonite. Lo iodio mi aveva fatto proprio bene. È per questo che il mare lo odio.

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“La signorina del gatto nero” di Alessandro Tondini

Silva non soffriva di solitudine, era costantemente sola. Dentro di lei c’era il vuoto, una voragine senza fine. Eppure, quando usciva dall’albergo, mia madre era in compagnia. Dietro ai passi di quella ragazza sempre un po’ triste c’era il suo gatto nero, con la coda dritta e vibrante. Gli abitanti della zona che vedevano la scena, consideravano quel gatto una specie di cane, ma Milionario, quando seguiva mia madre, non si comportava come un cane, si comportava come gli pareva e basta. La compagnia di mia madre gli era molto gradita e, quando la vedeva allontanarsi, non disdegnava seguirla nei suoi spostamenti. Fatto sta che i ragazzi dei dintorni scorgevano frequentemente una ragazza dallo sguardo un po’ triste seguita da un gatto nero. Del resto, pensavano, se si è sempre un po’ tristi il gatto che ti segue non può che essere nero.

Mia madre, quando camminava, aveva un incedere un po’ oscillante. Cercava di camminare lentamente per mascherare il suo difetto, ma era ben visibile a tutti che zoppicasse. Da bambina aveva avuto la poliomelite, ma grazie al compagno di sua mamma, che aveva i soldi, era stata curata abbastanza bene. La malattia le aveva comunque lasciato una gamba un poco più magra e più corta dell’altra. Mia madre, senza un padre, con una madre che faceva la tenutaria di bordelli, con una gamba un poco più corta dell’altra e per questo claudicante, aveva sempre lo sguardo un po’ triste ed il gatto che la seguiva era nero. Ma mia madre era una ragazza carina, i ragazzi la osservavano e le sorridevano. Anche lei sorrideva, sebbene il suo sorriso fosse sempre un po’ triste. Sorrideva perché, mentre camminava, c’era il suo gatto che la seguiva.

L’avevano soprannominata “la signorina del gatto nero”. Lei sapeva che la chiamavano così e le piaceva. Si sentiva come se fosse un tutt’uno col suo micio. Un unico essere vivente, un po’ umano ed un po’ felino, uno dei pochi momenti in cui la sua infelicità cronica si stemperava. L’affetto che provava, ricambiata, per il suo animaletto le alleviava quel senso di distacco totale. Insieme al suo gatto, magicamente, non si sentiva più abbandonata. Perché un gatto non è un cane, e non è nemmeno un animale qualsiasi, è una creatura particolare. Non ha bisogno di un umano; se stabilisce di vivere con gli uomini lo fa per libera scelta e perché ha una missione da compiere. Il gatto è come un angelo custode e si affeziona a chi ha bisogno di lui. Mia madre non lo percepiva, ma quella bestiola nera e morbida era lì per lei, per aiutarla a non farsi annientare dal dolore, dalla sua tristezza infinita. Le stava vicino per allargarle il cuore, perché chi non ha ricevuto amore non riuscirà con facilità a darne. Grazie alla presenza di Milionario, mia madre riusciva a mantenere un equilibrio psicofisico discreto e teneva lontana la depressione.

Il felino sciamano un dì scomparve. Non se ne seppe più nulla. Probabilmente aveva finito la sua missione perché, proprio quel giorno, la signorina del gatto nero scoprì di aspettare un bambino.

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“Vita o non vita” di Alessandro Tondini

Marco abitava in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Dal suo soggiorno vedeva solo i tetti degli altri edifici e nessun essere umano, aveva scelto di trasferirsi lì solo per quello. Quando tornava a casa si sedeva accanto alla finestra e stava ore a osservare quel paesaggio abitato solo da uccelli e da qualche sporadico gatto. Un mondo privo di frenesia, quieto e rassicurante. Era la sua medicina. Quella mattina però il rimedio non bastava più. Aveva oltrepassato il limite della sopportazione e l’odio verso se stesso si era fatto definitivo. Gli mancava solo una briciola di coraggio per farla finita e nel cupo interludio tra l’essere e il non essere gli venne in mente la conversazione del giorno prima con Rita.

Hai mai pensato di fare un salto di qualità?”

Cosa vuoi dire Marco?”

Dai che hai capito, un salto nel vuoto, un volo nell’aldilà”

Sì avevo capito, ma speravo di no”

Andarsene finalmente da qui e smettere di soffrire, è per questo che lo chiamo salto di qualità”

E se poi non è veramente finita? Se ti tocca soffrire ancora o di più? Magari l’inferno esiste veramente, chi può dirlo”

Ahahah, l’inferno. Vivere è l’inferno. Morire può essere solo la liberazione”

Senti Marco, non mi piacciono questi discorsi, dovresti farti aiutare da qualcuno, perché non torni dallo psicologo?”

Perché non mi è servito a niente e perché nessuno mi può aiutare, ormai”

Tu non hai mai provato a chiedere aiuto. Nemmeno a me. Ti limiti solo a fare oscuri ragionamenti. Provaci una volta e vedrai che la risposta ti arriverà. A me è successo, lo sai”

Sì, quella storia dell’angelo. Me la ricordo, ma io non credo agli angeli, non credo a niente”

Dammi retta Marco, fai un tentativo. Io ti voglio bene e non ti voglio perdere”

Grazie Rita, ma la mia pazienza è finita. Ho sopportato me stesso fino ad oggi, non credo di poter reggere altri giorni insieme a me”

Marco, ti chiedo solo di fare un tentativo”

Ciao Rita, adesso vado. Se non ci vedessimo più, sappi che sei l’unica persona alla quale ho voluto un po’ di bene”.

Chiedere aiuto”, pensò, mentre osservava il fumo di un comignolo che veniva disintegrato dalle folate di vento, “ormai non posso più andare avanti così. Ho la bottiglietta di sonnifero ancora intera, me la scolo tutta insieme al cognac che mi è rimasto e via. Mi ubriaco e muoio, così magari arrivo dall’altra parte tutto allegro”, nonostante la sua disperazione riusciva ancora a fare dello humour.

“E va bene, facciamo una prova”, prese il boccale per la birra, ci versò il sonnifero e mezza bottiglia di Vecchia Romagna. Rimase a guardare l’intruglio letale e si decise.

Ho bisogno d’aiuto, se qualcuno mi sente mi dia un segnale, faccia qualcosa!”, disse a voce alta, Aspetto mezz’ora, poi me lo bevo tutto”.

Si sedette sulla poltrona e si mise a fissare la porta d’entrata con uno sguardo pieno di sfida e disperazione. Sulla parete l’orologio segnava le undici. Ore undici e cinque, niente. Undici e dieci, niente. Undici e quindici, niente. Marco si girò rassegnato a guardare il boccale. Alle undici e diciassette lo squillo del campanello lo fece trasalire.

“Ma chi può essere!”, si avventò sul citofono, “Chi è?”, pronunciò con un grido tremolante.

Sono Sartori.”

Sì, un attimo”, era sconvolto, giù di sotto c’era Angelo Sartori, il suo padrone di casa. Era venuto a pretendere i sei mesi di affitto che Marco non gli aveva ancora pagato. L’ultima volta glielo aveva detto: “Ancora un mese e perdo la pazienza!”.

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“Blank page” di Alessandro Tondini

L’altra sera ero seduto davanti a un foglio bianco, un banalissimo foglio A4. I fogli sono sempre bianchi prima di essere riempiti, ma quello che avevo davanti era più bianco del solito. Così l’ho preso in mano e l’ho esaminato da vicino sperando di scorgervi un’ombra, un’increspatura, qualche piccolissima imperfezione che interrompesse la sua candida superficie.

Perché ce l’ha con me?”, mi chiedevo, “Perché rifiuta di collaborare? Non gli voglio fargli male: non voglio appallottolarlo e tirarlo al gatto, non voglio bruciarlo, non voglio nemmeno mortificarlo scrivendoci sopra semplici appunti o disegnandoci stupidi scarabocchi”.

Ero sconfortato, mi rendevo conto che quella pagina sarebbe rimasta vuota ancora a lungo. Mi sono arreso, mi sono alzato e mi sono sdraiato sul divano. Ho chiuso gli occhi e, dopo qualche istante, sono sprofondato in uno strano sogno.

Mi è apparsa l’immagine di una immensa landa desolata. Una pianura ricoperta dalla neve, senz’alberi, senza alcun punto di riferimento: un deserto di ghiaccio.

Sembrava un luogo remoto dell’Antartide dove nemmeno i pinguini imperatore avrebbero osato inoltrarsi. Tutto intorno a me il ghiaccio e il nulla. A un certo punto è calata una nebbiolina lattiginosa che mi ha avvolto e paralizzato: ho capito che stavo scomparendo.

Ho provato a reagire e ho gridato: “No, non è possibile!” e, in un istante, la nebbia si è dissolta e nel cielo è apparso uno stormo di uccelli. All’orizzonte si è delineato il profilo di una catena montuosa e davanti a me è comparso un sentiero. Non c’erano più solo ghiaccio e neve, c’erano pietre, tracce di una motoslitta e, poco più in là, una foresta di abeti. Non ero più in Antartide, stavo camminando nella taiga finlandese. Faceva sempre un freddo cane, tutto era bianco, ma il posto era un po’ meno inospitale. Di colpo ho scorto una mandria di renne.

Allora sono in Lapponia, prima o poi arriverò ad un villaggio di pastori!”

Mi sono messo a correre, il mio fiato formava delle nubi dorate composte da minuscoli cristalli di ghiaccio illuminati dal sole, acquistavo sempre più velocità e, dopo un centinaio di metri mi è apparsa in lontananza la sagoma di una tenda. Correvo come un pazzo e, finalmente, ecco un essere umano.

Dio ti ringrazio, ce l’ho fatta, ora sono salvo!”

Tre, quattro individui mi sono corsi incontro mentre cadevo esausto. Poco dopo mi sono ritrovato all’interno di un ambiente in penombra in cui faceva caldissimo e, attorno a me, vi erano decine di occhi che mi osservavano: gli abitanti del villaggio erano venuti a esaminare un pazzo sconosciuto avventuratosi nelle loro terre. Sembravano divertiti, parlavano e ridacchiavano; probabilmente mi prendevano in giro. Che importanza aveva? Ero vivo.

Poco dopo le persone che mi circondavano si sono lentamente allontanate e, in mezzo a loro, è apparso un uomo anziano vestito con strani abiti colorati. Mi si è avvicinato e ha cominciato a parlarmi con un idioma incomprensibile.

Non riesco a capire, non parlo la tua lingua”, provavo a dirgli.

Lui intanto continuava ad articolare parole come se stesse recitando una nenia e, con un piccolo tamburello, manteneva un ritmo regolare.

Tumtutmtutmtumtutmtum – la cadenza dello strumento creava una specie di campo ipnotico e mi sembrava di essere entrato in un’altra dimensione. Incredibilmente ora capivo tutto quello che mi diceva. Poco dopo, il vecchio sciamano ha preso in mano una pergamena sulla quale non c’era scritto niente. Mi ha guardato e, con un sorriso beffardo, mi ha sussurrato: “Hai capito vero? Adesso che hai imparato ad ascoltare puoi riempire tutte le pelli di renna che vuoi”.

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“Eleonora” di Alessandro Tondini

Eleonora era una ragazza per bene: ogni mattina, dal lunedì al venerdì, si incontrava con le amiche al bar per fare colazione prima di andare al lavoro. Una ventina di minuti di chiacchiere, pettegolezzi, brioche e cappuccino. Era carina, più carina della media e ne era consapevole, ma lei era orgogliosa soprattutto delle sue mani, bianche e lisce, lunghe e affusolate. Dedicava un’enorme quantità del suo tempo ad estenuanti lavori di manicure. Erano così belle ed eleganti che sua madre le diceva sempre avrebbe dovuto proporsi per qualche pubblicità di creme idratanti o cose simili. Ma a lei non interessava l’ammirazione degli altri. La sua soddisfazione doveva essere tutta per lei. Era una ragazza riservata, viveva ancora in famiglia e aveva poche amicizie vere. Ogni domenica andava a messa con sua madre e si confessava regolarmente. Trascorreva il tempo libero soprattutto leggendo e guardando dvd. Il suo unico vizio era il suo debole per i film horror. Ventisei anni, laureata in Economia con 110 e lode alla “Cattolica”, lavorava in banca ed era apprezzata da tutti: dai suoi genitori, dalle amiche, dai ragazzi, eppure non era fidanzata. Aveva avuto qualche storia, ma non si era mai sentita appagata, non era mai stata innamorata. Desiderava un uomo diverso, non sapeva bene che tipo, ma quelli che conosceva, quei bravi ragazzi, così carini e gentili, li trovava noiosi. Tutti gli altri non li considerava neppure, le sembravano dei de-evoluti, degli homo sapiens che, anziché continuare il percorso evolutivo, avevano sbagliato strada e ritornando a essere dei Neanderthal.

La routine della colazione mattutina al bar con le amiche la rilassava, l’aiutava ad affrontare il lavoro con più leggerezza. Da qualche giorno questo rito quotidiano era stato disturbato da un particolare inquietante: Eleonora aveva notato un uomo mai visto prima, alto, moro, con i capelli lunghi e la barba incolta, dallo sguardo tormentato e perso nel nulla. Ne era rimasta affascinata e spaventata. Quell’uomo era strano. Non si guardava intorno, aveva sempre lo sguardo fisso sul bancone del bar e diceva: “Un caffè”, poi il silenzio totale. Pagava e usciva. Rimaneva nel bar cinque o sei minuti, non di più. Aveva delle mani stupende, scure e forti, cariche di vene in evidenza, ma non erano mani da lavoratore manuale. Erano quelle di un pianista, di uno scrittore, di un artista. Mentre attendeva il caffè, l’uomo rimaneva immobile, lo sguardo fisso nel vuoto, con le mani appoggiate sul bancone. Aspettava fermo e le sue dita erano in posizione come se dovessero all’improvviso mettersi a suonare la Quinta di Beethoven. Eleonora era rapita da quell’immagine, le pareva un quadro. Immobile, con un cappotto grigio scuro, il bavero alzato, una sciarpa verde al collo. E quello sguardo e quelle mani. Il turbamento di Eleonora cresceva giorno dopo giorno, ma non osava avvicinarsi, non osava incrociare il suo sguardo. Eleonora era una ragazza per bene, aveva ventisei anni, quell’uomo ne avrà avuti quasi il doppio.

Ogni sera nella sua camera, Eleonora cercava di scacciare il pensiero per quello sconosciuto. Era proprio una brava ragazza, ma perché si sentiva così strana, così a disagio, quando pensava a quell’uomo? Si guardava le mani. Le sue mani, pallide e sottili e, lì vicino, vedeva quelle dello sconosciuto, quelle mani dalle vene cavernose che accarezzavano il suo corpo, che penetravano nel suo ventre. In vita sua non aveva mai raggiunto l’orgasmo. Aveva avuto qualche ragazzo, aveva fatto sesso, ma non aveva mai provato veramente piacere. Invece, quando fantasticava di fare l’amore con l’uomo misterioso, provava quella sensazione che non era mai riuscita a provare, anche se non era ancora il piacere assoluto perché lui non era lì con lei. Esisteva solo nei suoi pensieri, nell’immagine di quelle mani posate sul piano del bar. Osservava le sue mani bianche rivolte al cielo, così magre, e le immaginava intrecciate con quelle dure e nervose di lui. Si era innamorata di un uomo o delle mani di un uomo?

Una sera, appena andata a letto, le esplose nella mente quel film dell’orrore che tanto l’aveva turbata tempo prima. Non era stata la storia in sé o le immagini forti a spaventarla. Era stata sconvolta dalla scena nella quale una ragazza, che vagava sola nel bosco, era stata catturata dalle piante e violentata da un albero, ma non ne era rimasta sconvolta, no, si era eccitata terribilmente. E poi si era sentita a disagio, pensando di non essere normale. Aveva fatto di tutto per rimuovere quel ricordo, ma ecco che, adesso, ritornava fortissima quell’emozione. Una strana eccitazione l’aveva pervasa e, di colpo, aveva capito: “L’uomo del bar era come quell’albero!”. Non lo percepiva come un essere umano, per lei era come una presenza sovrannaturale. Si guardava le sue mani pallide e le vedeva come due colombe bianche che si posavano fra i rami secchi e nodosi di una pianta che, improvvisamente, si animava e le catturava. Si raffigurava lo sconosciuto nudo, lì accanto a lei, con un fisico asciutto, con i tendini e le vene in evidenza. Come se tutta la sua carne fosse un intreccio di sentieri, di strade, di percorsi infiniti, e che con forza la stringeva e poi, con delicatezza, le accarezzava ogni centimetro della sua pelle diafana. Immaginava il suo membro proprio come quelle mani che tanto l’inquietavano. Lui era un albero e lei era intrappolata fra le sue fronde e, lentamente, dolcemente, quell’albero entrava in lei e la prendeva, imprigionandola in un amplesso selvaggio. Tutto questo riusciva solo a vagheggiarlo, non aveva il coraggio di approcciare quell’uomo, dopotutto era pur sempre una brava ragazza.

Una mattina Carla la prese in disparte: “Si chiama Jorge, è argentino. È qui da poco, ma è di origini italiane. Dovresti provare a parlare con lui”.

Ma cosa dici?”, Eleonora divenne paonazza, si sentiva esplodere dalla vergogna. Carla aveva capito tutto, aveva colto ogni istante del suo disagio. Adesso era lì e cercava di aiutarla, anche se, in fondo in fondo, le stava dando delle informazioni che aveva carpito grazie al suo fiuto, un misto di sensibilità e perfidia: “È argentino, vive da solo e non è sposato!”, Carla le serviva su un vassoio l’uomo dei suoi turbamenti.

Ma come fai a saper queste cose?”, riuscì a sbottare come se avesse avuto un colpo di tosse.

Mio marito, servirà pure a qualcosa, almeno fare il carabiniere permette di ottenere informazioni riservate… ”, la guardava con un’espressione di malcelata apprensione, sembrava dicesse: “Dai dì qualcosa, fammi sapere tutto quello che provi per quel tipo, dai”.

Eleonora, dopo la deflagrazione d’imbarazzo si stava ricomponendo e, ormai scoperta, decise di dichiararsi.

Sai che non dormo più?”, mi capita di svegliarmi ogni notte alle quattro in un bagno di sudore e non riuscire più a riprendere sonno, ma non sono bagnata solo per l’agitazione… Hai capito vero?”

Carla la guardava e, nonostante fosse felice di aver colto nel segno, provava anche una vaga invidia per lo stato d’animo di Eleonora. Lei, per Luigi, non aveva mai sentito le stesse cose. Nemmeno quando lo ammirava vestito in alta uniforme, con la barba appena rasata e con quel sublime profumo di dopobarba.

Dobbiamo saperne di più. Devi conoscerlo, cazzo! Non puoi rimanere a soffrire così. Domani, quando arriva, avvicinati a lui e prova a scambiare qualche parola.”

Oddio, e come faccio?”

Come fai, come fai! Quando arriva, ti alzi, vai vicino a lui e chiedi il conto. Vedrai che, standogli attaccata, qualcosa succederà.”

Non credo di potercela fare. Ogni volta che lo vedo mi sento tremare tutta, manco avessi dodici anni. Se mi alzo, con lui presente, ho paura di non riuscire ad arrivare al bancone senza svenire.”

Ma che cazzo dici, sei scema? Domani ti avvicini e lo abbordi. Se non lo fai tu, lo faccio io.”

No! Ti prego non farlo, ti prometto che ci proverò, ma non mettermi fretta, sono troppo agitata.”

Eh! Lo vedo, ma ti ha proprio sconvolto quel tipo.”

Non so cosa dirti, è una cosa pazzesca, sono in una tale confusione che… ”

Sì, sì, sei innamorata dello sconosciuto.”

Oh, santo cielo, ma come fai a dire una cosa del genere?”

Lo sai che ho l’occhio clinico. Tu facevi finta di niente, ma io ti ho sgamata. Ogni volta che lo guardi ti si apre un poco la bocca, come se avessi visto la Madonna, ahahah!”

Sei proprio perfida”, le disse sorridendo Eleonora, “hai l’occhio lungo e la mente dell’investigatore, sei tu il vero poliziotto della famiglia.”

Ahahahah, è vero. Luigi ha sempre la testa tra le nuvole, pensa che si è messo in testa di scrivere poesie; non è un caramba, è un romanticone svitato ahahah”.

L’allegria di Carla riuscì a rilassare Eleonora, adesso non si sentiva più a disagio: “Ti prego Carla, mantieni il segreto, non dire niente a nessuno, mi vergogno troppo”.

Tranquilla baby, sarò muta come una tomba.”

Il giorno dopo l’uomo misterioso non si vide, e neppure nei giorni seguenti: era sparito. Dopo un mese di assenza, Eleonora non ce la faceva più, doveva sapere dove fosse finito.

Una sera ricevette una telefonata da Carla: “Ciao Ely, ci dobbiamo vedere, ho informazioni su Jorge”.

Ti prego Carla, vediamoci subito, non ne posso più.”

Abbi pazienza, ci vediamo tra un’ora al bar dell’angolo.”

Va bene, mio Dio, spero che tu abbia buone notizie vero?”

A dopo, ti spiego tutto con calma.”

Eleonora era agitatissima, il cuore le scoppiava in gola, si sentiva soffocare. Corse a vestirsi e, dopo cinque minuti, era già in auto diretta al bar, decisa ad aspettare l’amica in macchina.

Dopo tre quarti d’ora vide arrivare l’auto di Carla: “Oddio, cos’hai scoperto?”, disse con la voce strozzata correndole incontro.

Si sedettero in un angolo appartato, lo sguardo di Carla non era per niente rassicurante: “Il fatto è che, secondo me, è una buona notizia anche se per te sarà il contrario”, esordì Carla.

Eleonora si sentiva quasi svenire.

Il tuo Jorge è ricercato per omicidio, è per quello che non si vede più. È scappato.”

Com’è possibile?”, riuscì a sussurrare Eleonora.

In Argentina ha ucciso una donna, pare per gelosia. L’omicidio risale a quindici anni fa, ma da pochissimo la polizia argentina ha risolto il caso. È stato spiccato un mandato internazionale, forse lui ne ha avuto notizia da qualcuno, laggiù in Sud-America, e così è fuggito prima che potessero arrestarlo. Mio marito dice che, comunque, lo prenderanno presto.”

Mio Dio, Carla, non ci posso credere, ma com’è possibile, com’è possibile? Dio Dio Dio…”

Vedila così: ti è andata bene. Pensa se riuscivi a conoscerlo: t’innamoravi, magari pensavi di sposarlo e poi…patatrac. E poi pensa se, per qualche motivo, fosse stato geloso di te. Ti avrebbe ammazzato come quell’altra.”

Ma, ma io sono già innamorata di lui”, Eleonora si mise a singhiozzare come una bambina.

Carla la guardava esterrefatta. Va bene idealizzare qualcuno, ma innamorarsene così, senza nemmeno averlo conosciuto, le sembrava una cosa da fuori di testa.

E adesso cosa faccio?”, esclamò Eleonora, tra un singhiozzo e l’altro.

Ma cosa vuoi fare? Te ne torni a casa, ti fai una camomilla e vai a dormire. Domani incomincerai a pensare di trovarti un vero innamorato.”

Non puoi capire Carla, ormai Jorge è entrato dentro di me, non potrò mai dimenticarlo.”

Che sciocchezze! Manco gli hai rivolto la parola!”

Eleonora si alzò all’improvviso: “Jorge non è un essere umano come gli altri, è qualcosa di completamente diverso e io lo amo”, poi uscì di corsa dal bar.

Scappò a casa e si rifugiò sotto le coperte. Stava malissimo, ma si sentiva anche eccitata. Viveva un turbine di emozioni che la stavano stordendo. Non l’avrebbe più rivisto, ed era un assassino! Il desiderio per quell’uomo si era acuito ancora di più. Saperlo un criminale, anziché inorridirla, l’aveva affascinata enormemente. Era sconvolta, triste, sovraeccitata, si sentiva in balia di forze sconosciute. Aveva la sensazione di aver capito la sua vera natura: “Altro che brava ragazza, sono una depravata!”, e scoppiò in un pianto disperato e lungo quanto la notte.

All’alba ricevette un messaggio da Carla: “L’hanno preso al confine. Il tuo bel tenebroso è ormai in manette!”. Eleonora si sentì sollevata, pensò fosse arrivato il momento di conoscerlo. Con ogni probabilità sarebbe stato estradato in Argentina, ma non aveva importanza. Decise che gli avrebbe scritto, che gli avrebbe raccontato tutto quello che provava per lui e che, un giorno, sarebbe andata a trovarlo in prigione. Si sentiva un’altra persona. Aveva finalmente compreso la sua vera natura e provava gratitudine per tutta questa strana vicenda. Jorge l’aveva risvegliata, le aveva fatto affiorare tutta la sua essenza ricoperta fino ad allora da uno spesso strato di conformismo e perbenismo. La sua vita sarebbe cambiata in modo radicale, se ne sarebbe andata via di casa, avrebbe affittato un appartamento. D’ora in avanti avrebbe fatto solo quello che le andava di fare, bello o brutto che fosse. Però in lei era latente il senso di colpa, dopotutto era sempre stata così una brava ragazza. Oltretutto era cattolica, sapeva di aver commesso un grave peccato. Andò a farsi una doccia e, mentre si lavava, pensò che per pulirsi davvero si sarebbe dovuta confessare, solo così avrebbe potuto cominciare una nuova esistenza.

Erano le sei del mattino: si vestì e, senza fare rumore, uscì di casa veloce. Si precipitò in chiesa. Entrò e vide che c’era un’anziana seduta al confessionale: “Per fortuna c’è un prete”, pensò sollevata. Aspettò che la signora avesse finito di liberarsi dai peccati e si diresse al confessionale.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, attaccò il prete. Eleonora rimase colpita da quella voce profonda, non l’aveva mai sentita, forse era un prete nuovo. Piano piano cominciò a raccontargli la sua strana storia e, mentre parlava, sentiva crescere il desiderio di vedere la faccia del suo confessore. La sua voce, il suo tono, l’avevano incuriosita, ma non riusciva a vedere niente. Ogni tanto si sporgeva, cercando di cogliere qualcosa. Poi si accorse che dal confessionale si era scostata un poco la tendina e ne era uscita una mano. Eleonora si sentì ghiacciare: era una mano bellissima!

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“Bianco e nero” di Alessandro Tondini

Cosa fai? Torna dentro, che fa freddo!”

Arrivo, stavo guardando la luna.”

Non devi star fuori con quest’aria gelida, lo sai che sei un po’ debole.”

Certo mamma, lo so bene.”

Vai a vedere un po’ di televisione che è più divertente della luna.”

Che pietosa bugia. Mia madre odia la tv, forse odia anche la luna e forse odia un po’ anche me. Fossi un bimbo sano avrebbe qualche pensiero in meno, povera mamma, sempre preoccupata per tutto.

Stasera danno quel programma che ti piace tanto, com’è che si chiama?”

Scacciapensieri.”

Ah, già…”

Proprio quello che servirebbe a mia madre. Via i pensieri, via le preoccupazioni, via tutto. Quasi quasi me ne vado via. Ma dove potrei andare? Sono sempre malato. Se stessi bene potrei partire e mettermi a cercare mio padre. L’ultima volta che la mamma me ne ha parlato ha detto che si era imbarcato su un mercantile.

Guarda che comincia, ti perdi l’inizio.”

Eccomi.”

E adesso dov’eri finito? Stavi ancora guardando fuori?”

Sì, oggi c’è la luna piena.”

La signorina della TV annuncia un altro programma, non fanno più quello che mi piace.

Ah, che peccato!”

Mia madre sembra veramente dispiaciuta: “Fanno un film, magari è bello, lo guardiamo insieme?”.

Sì, mamma.”

Il film inizia, ma non credo le piacerà, si svolge su una nave.

Vado a leggere i fumetti.”

Non stai qui con me?”

No, non mi piace questo film, è vecchio”, mi rifugio nella mia cameretta. Mi affaccio alla finestra e guardo la luna. Ormai è alta nel cielo e fa una luce fortissima. Quando c’è la luna piena è come essere davanti alla TV, si vede tutto in bianco e nero. Sento mia madre che lava i piatti, ha già smesso di guardare il film. Apro un poco la porta e la spio. La vedo di spalle, leggermente curva in avanti. Indossa sempre abiti scurissimi, ha le maniche tirate su oltre il gomito, la sua pelle è bianchissima, sembra latte. Richiudo la porta e mi siedo sul letto. Prendo in mano un Tex e mi metto a leggere.

Quando ero piccolo avevo un libro pieno di disegni colorati, non sapevo leggere e rimanevo ore incantato a guardare le figure. Un giorno, mentre sfogliavo il libro, sentii mia madre piangere, poco dopo mi disse che mio padre non sarebbe più tornato a casa.

Nel mio fumetto ci sono i buoni e i cattivi, i bianchi e i neri, proprio come la TV e come stasera con la luna piena. Peccato, domani mattina ci sarà il sole e tutto tornerà a essere molto più triste e colorato.

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