“Fantasmi a luci rosse” (parte prima) di Alessandro Tondini

Paolo era arrivato nel parcheggio condominiale e aveva infilato la sua Golf nell’unico spazio libero. Per fortuna ho affittato anche il box, e io che credevo di aver lasciato alle spalle anche i problemi di parcheggio, pensò. Il trasloco era ormai completo, quella notte avrebbe dormito nel nuovo appartamento. Scese dall’auto, aprì il portellone del bagagliaio e ne estrasse una grossa valigia, l’ultima. Con la coda dell’occhio scorse, al di là dei vetri dell’auto, la faccia di un ometto anziano che lo scrutava curioso. Pensò fosse un vicino di casa e lo salutò d’istinto: «Buongiorno».

«Buongiorno a lei», rispose con prontezza l’uomo, «fa frescolino oggi».

«Ma veramente qui il clima mi sembra sempre mite», disse Paolo.

«È appena arrivato, vero? Viene da Brescia?»

Alla faccia, già informatissimo”, pensò Paolo e rispose «Sì, ma sono di qui. La mia famiglia si era trasferita in città quand’ero piccolo».

«E come mai è tornato?»

Paolo avrebbe voluto tanto rispondergli “fatti un po’ i cazzi tuoi”, ma il suo interlocutore era un vecchietto troppo carino: un omino ovale, vestito con una salopette arancione, la cui testolina tutta bianca sporgeva a malapena oltre il tettuccio della Panda.

«Perché ero stufo della confusione. Volevo tornare a vivere in tranquillità.»

«Quando saremo morti ce ne avremo di tempo da stare in pace. Lei mica è tornato per star tranquillo, avrà avuto altri motivi eeeh?»

Paolo era seccato, sei un vecchietto grazioso, ma sei pure un impiccione: «Mi creda, vivere qui è un’altra cosa. La vita che conducevo era troppo stressante».

«See, see, tutti a dir così, poi si rimpiange quel che si faceva prima, comunque io sono Alcide e abito al primo piano.»

«Piacere, Paolo. Io sto al secondo.»

Paolo allungò la mano destra per stringergli la mano, ma l’ometto allontanò il braccio sbuffando: «Io saluto a voce: le auguro buona giornata e buona permanenza».

Alcide si diresse lungo la discesa che andava verso il centro del paese. Paolo rimase a osservarlo. L’ometto era manchevole della mano destra e camminava con un bastone poiché la gamba sinistra era rigida come un tronco. Piccolo, ovale, monco, con gamba offesa e inoltre ficcanaso, pensò Paolo sorridendo, chissà se aver conosciuto per primo uno così porta fortuna o sfiga nera? Sollevò la valigia e si diresse all’entrata del condominio, una grande porta a vetri con un cartello che raccomandava: “Accompagnare la porta, la molla è rotta, il vetro rischia di rompersi se sbatte!”.

Da questa venne fuori un tipo di mezza età coi capelli lunghi e grigi che indossava una felpa violacea con la scritta Pink Floyd, un paio di jeans slavati e pieni di strappi che gli strizzavano le gambette da ranocchio e, ai piedi, delle scarpe da ginnastica usurate e inguardabili. La faccia era da foto segnaletica con un tocco di grottesco tormento. Paolo gli fece un gentile sorriso e aggiunse: «Salve». Il tizio lo guardò con aria sorpresa mista a disgusto: «’Ngiorno», bofonchiò rauco. Lasciò che la porta si richiudesse da sola con forza e s’incamminò con andatura barcollante. Simpatico il soggetto, si disse Paolo. Prima di infilare la chiave per riaprire la porta, si soffermò sui cognomi indicati sui campanelli: Brigante, Carapelli, Gravina, al piano primo; Gorreri, Sangiacomo, al secondo. Mancava Berto, il suo. Questo qui sarà stato il Brigante, ridacchiò.

Entrato nell’ingresso lo accolse un secondo cartello appiccicato alla porta dell’ascensore: “GUASTO”. Ne fu sorpreso: ma come? Ieri funzionava! Vabbe’ pazienza, son solo due piani. Due piani, ma con un bel po’ di gradini e una valigia pesante da trasportare. Giunto in cima era a corto di fiato e già sudaticcio. Stava infilando la chiave nella toppa quando sentì aprirsi la porta dell’appartamento di fronte al suo. Apparvero due donne, più o meno.

«Lei dev’essere quello nuovo», esclamò quella che all’apparenza era la più vecchia.

«Nuovo, ma non più giovane, ahimè!», rispose Paolo, aggiungendo una leggera risata.

C’era poco da fare gli spiritosi, la più matura lo scrutava arcigna e, quella che forse era la più giovane non si capiva bene dove guardasse: un occhio era puntato sul soffitto mentre l’altro sparava sulle scale. Entrambe indossavano una vestaglia beige e delle ciabatte paffute che avvolgevano dei cortissimi calzini bianchi.

«Piacere, Berto», Paolo si avvicinò alle due.

La più giovane si ritrasse in un istante dietro alla porta, mentre la più matura gli rispose con una smorfia seccata: «Noi siamo le sorelle Sangiacomo, questo è un posto tranquillo, spero che lei sia un tipo a modo», e fece un passo all’indietro. Paolo si fermò nel mezzo del pianerottolo.

«Potete stare tranquille, ormai mi è passata la voglia di far festa», buttò lì sperando che la bisbetica cogliesse il doppio senso.

«Mi fa piacere. La saluto», gli rispose scomparendo all’interno.

«Arrivederci», anche no magari , si disse.

Entrato nel suo appartamento non poté non riflettere sui suoi nuovi vicini.

Per adesso non ce n’è uno normale – sospirò – speriamo in bene nei restanti.

Passò la giornata a sistemare le sue cose e per cena si fece portare una pizza d’asporto. Mentre sorseggiava una birra iniziò a sentire una leggera vibrazione che dalla nuca si irradiava al resto del corpo: aveva finito di tenere la mente impegnata, cominciavano i pensieri. Non aveva alcun ripensamento, era convinto della sua decisione. Uscire dalla società e trasferirsi sul Lago di Garda era stata un’ottima idea. Aveva passato una vita a sbattersi di lavoro, ma adesso, a cinquantacinque anni, doveva mollare. Il lavoro gli aveva dato soddisfazioni e anche parecchi soldi, ma la sua salute era più importante. Aveva bisogno di riposo e di una vita tranquilla: Al diavolo il denaro e la carriera! Se non mi fermavo ci lasciavo le penne. C’era una cosa però che non poteva non rodergli dentro: Bianca. Era passato già un anno da quando se n’era andata. Lui aveva capito, accettato, ma in fondo subìto la sua decisione. Era solo e doveva ricostruirsi una vita. La stanchezza era tanta e sedimentata da tempo, le sue riflessioni sul passato non avevano la forza di tenerlo in piedi. Si sdraiò sul nuovo giaciglio e, in pochi istanti, dormiva della grossa.

Si svegliò di soprassalto. Guardò la sveglia sul comodino: le 00:20. Erano passate più di due ore da quando si era addormentato, qualcosa aveva disturbato il suo sonno. Dalla finestra penetrava il chiarore dei lampioni stradali, ma non era stato quello il motivo del suo risveglio. Da qualche parte del condominio provenivano dei gemiti. Paolo credette che qualcuno dei vicini fosse intento in un amplesso carnale, ma ripensando a quelli che aveva conosciuto l’ipotesi non lo persuadeva del tutto. I mugolii di piacere si facevano sempre più insistenti, ma non riusciva a individuarne la provenienza, gli sembrava venissero dal piano di sotto, o forse, dalla tromba delle scale. Le voci umane, che sembravano appartenere a una o più donne, dapprima sommesse, poi sempre più alte, si tramutarono d’improvviso in grida di dolore, urla piene di paura, strepiti di atroce sofferenza. Paolo era sorpreso e impaurito: ma che cazzo succede? Staranno mica ammazzando qualcuno?

Si alzò dal letto per andare alla porta, ma dopo pochi istanti tutto ripiombò nel silenzio.

(to be continued)

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“Davanti a lei” di Alessandro Tondini

L’amavo alla follia, come in una canzone vecchio stile. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei, mi sarei anche ucciso, forse. Lei mi amava, può darsi, ma non era pazza di me.

«Ti voglio bene, ma non sei un tipo dinamico come vorrei. Sei troppo immobile, sei una certezza, ma non sei quello che cerco», diceva la tr…, diceva Annalisa.

È finita dopo due mesi o poco più e io non mi sono più ripreso.

Prima il trauma, poi l’ossessione. La seguivo, la pedinavo, le telefonavo solo per sentirla rispondere, poi mettevo giù. Stavo diventando uno stalker, la mia vita non aveva più senso e tutto ruotava attorno al mio amore perduto. Forse è perché sono un uomo buono o solo pavido o, più o meno, civilizzato, ma non ho mai pensato di ucciderla e poi uccidermi come va molto di moda. Ma non ce la facevo più. Era finita, finita, finita.

Dimagrivo, piangevo, bevevo, niente droga perché non conoscevo un pusher simpatico. Ero ridotto maluccio, ma non ancora ai minimi termini e a quel punto della storia si riesce a svoltare oppure si cade nell’abisso. Io trovai una terza via.

Lei abitava in una villetta a schiera lungo un viale alberato. Davanti al cancello d’ingresso si ergeva un maestoso tiglio dal tronco rugoso e possente che con le sue fronde faceva ombra al nero asfalto e pure a un pezzo del tetto della sua casa. Era un albero gentile: la proteggeva dal feroce sole estivo e d’inverno si metteva a nudo per permetterle di osservare tutto il viale.

In una notte di luna piena mi avvicinai alla sua abitazione. Mi appoggiai con la schiena al tiglio e rimasi fermo a guardare la luce che usciva dalla finestra della sua stanza. Poco prima di mezzanotte la tapparella venne abbassata. La notte era ventosa e io rimanevo lì, appiccicato a quel tronco conficcato nella terra, inamovibile. Pensai che per sradicare una pianta simile sarebbe servito un uragano oppure un uomo dalla forza erculea, tipo Obelix. Risi. Dato che dalle nostre parti gli uragani sono un evento alquanto improbabile e Obelix è un personaggio di fantasia, realizzai che quel tiglio sarebbe durato a lungo, molto a lungo. Ecco, l’idea che quell’albero potesse stare lì davanti ad Annalisa ogni santo giorno mi sconquassò dentro. La luna diventava sempre più grande e luminosa e il vento aumentava la sua irruenza. L’aria, violenta e fresca, mi sussurrava: «Svegliati, riprenditi, torna sui tuoi passi e ricomincia a vivere». Io non ne volevo sapere, volevo lei, solo lei, nient’altro che lei e, benché fossi consapevole del mio pietoso stato melodrammatico, presi una decisione: non mi sarei più mosso da lì!

Accadde qualcosa: mi sentii sprofondare nel legno del tronco, ruvide scariche elettriche lacerarono la mia pelle, le mie ossa vennero frantumate fino a essere ridotte in polvere, una centrifuga furiosa risucchiò e triturò i miei organi interni. Rimaneva di me solo una parte della mia mente. Non sentivo dolore, solo stordimento, finché persi conoscenza. Mi risvegliai con i primi vagiti dell’alba. Nei miei capelli si era insinuato un uccelletto nero che emetteva monotoni richiami, le mie gambe non rispondevano più, erano pietrificate. Eppure, dentro di me, sentivo una forza inaudita, un’energia incredibile. Avrei voluto urlare, ma non riuscivo a emettere alcun tipo di suono. Percepivo ogni vibrazione, ogni minima variazione di temperatura e di umidità. Mi sentivo come una stazione meteorologica, ma non ero diventato un androide. Ero stato inglobato dall’albero, ero diventato io stesso l’albero. Ero attonito, frastornato, ma felice. Ero lì dove volevo essere, davanti alla sua casa, davanti a lei.

Avevo tutto il tempo del mondo per poterla aspettare, per vedere cosa faceva, quando usciva, quando rientrava, come si vestiva, come stava. Io ero lì e nulla poteva sfuggire al mio controllo. La nuova situazione comportava dei vantaggi e qualche fastidio. La possibilità di stare lì giorno e notte e aspettare il momento propizio per scorgerla era, ahimè, l’unico vantaggio. I fastidi erano di vario tipo: ero esposto al tempo atmosferico, dovevo sopportare le suppliche per il cibo dei pargoli di una merla che aveva nidificato in mezzo ai miei rami e, infine, ogni mattina e sera il mio bel tronco veniva oltraggiato dalle minzioni di Oliver, il simpaticissimo cane bastardo dei vicini di Annalisa. Purtroppo un bastardo di altra fattura divenne ben presto il mio unico problema. Una grossa Audi nera aveva iniziato a fermarsi davanti al cancello di Annalisa. Neri erano anche i vetri e così non riuscivo a vedere chi fosse alla guida. Lei usciva di casa tutta ben vestita e si precipitava all’interno della vettura emettendo graziosi versetti di contentezza. Avrei voluto estirparmi e crollare su quell’auto tamarra riducendola in miseri brandelli di lamiera, ma ero un albero e non potevo fare un bel niente.

Passai tutta l’estate, definita dai cronisti la più calda e siccitosa del secolo, a tentare di scagliare qualcosa contro quella macchina, ma a parte far svolazzare una manciata di foglie ed espellere micro-goccioline di liquido appiccicoso non riuscii a combinare un bel niente. Dopo l’estate dovetti affrontare l’autunno più piovoso degli ultimi trent’anni in cui le mie lacrime si confondevano con la pioggia battente. Il Natale mi regalò la dipartita dell’Audi nera. Annalisa, invece, non se n’era andata e quando usciva non si metteva più in ghingheri. In compenso iniziarono picchi di gelo da record che culminarono in una nevicata epocale. I primi giorni di marzo portarono un poco di tepore e una Porsche Cayenne color canna di fucile che si sistemava proprio al mio fianco. Da questa fuoriusciva un tipo alto, muscoloso, abbronzato e sempre vestito con camicia bianca attillata e jeans sdruciti ancor più aderenti.

«Ecco la mia meraviglia!», sbraitava il ganzo tutte le volte che Annalisa faceva capolino.

Mi sentivo umiliato, frustrato e letteralmente schiaffeggiato, complice la primavera più ventosa di sempre. Dopo un anno ero ancora lì, davanti a lei, ma non ce la facevo più. Era stato un anno difficile, per il morale e… per il meteo. Quando sorse la luna piena, grandiosa e splendente come quella di un anno prima, la supplicai di farmi tornare quello che ero.

Il mattino dopo mi ritrovai ai piedi del tiglio. Accovacciato in posizione fetale, con i vestiti logori, sporco, la barba lunga e i capelli tutti appiccicati. Mi sollevai a fatica e tentai qualche passo sghembo, ma perdetti l’equilibrio e dovetti appoggiarmi al cancello. Annalisa uscì proprio in quel mentre.

Con un misto di stupore, ribrezzo e paura mi guardò e, dopo alcuni istanti, disse: «Oddio, ma Gianfranco, sei tu?»

Guardandola in faccia ringhiai deciso: «No, mai più». Mi voltai e mossi i primi passi sicuri. Non ero più davanti a lei, ma avevo tutta la vita davanti.

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“Tre amici” di Alessandro Tondini

«Forza Pucci, sbrigati a salutare la mammina!»

«Dai Carlo, non fargli pesare sempre ‘sta storia, io ti avrei già tirato un cartone in ghigna.»

«Ma a te, Enrico, non ti prenderei mai per il culo perché me lo faresti tu! Eccolo che esce… e dietro la madre. Niente da fare, Guido non se ne libererà mai.»

«Invece, secondo me, caro il mio Carletto, il nostro peluche, tra non molto, ci sorprenderà.»

«See, figurati se il panda mannaro si sbriga a darsi una mossa. Ma cosa te lo fa pensare?»

«È da stamattina che mi frulla questo pensiero. Ho fatto un sogno incasinatissimo e, quando mi son svegliato, l’unica cosa che ricordavo era Guido che viaggiava su un’astronave color smeraldo, tutto felice.»

«Fai dei sogni da minchione. Nei miei ci son solo donne, tutte nude.»

«E infatti, povero pirla, te le sogni e basta. Dai sposta le borse e fai entrare il Pucci.»

«Ciao ragazzi, fa un bel freddino vero?»

«La mammina non ti ha fatto mettere la maglietta di lana?»

«Santo Cielo Carlo, sei sempre il solito!»

«Non dargli retta Guido, la mamma di Carlo l’ha tirato su a ceffoni.»

«Dai Enrico, fai partire ‘sta carretta di macchina, che oggi si gela per davvero e, se il Pucci ha la maglia di lana, io ci ho le mutande di cotone e il mio di dietro si sta ibernando.»

«Santo Cielo, vedi che fa davvero freddo?»

«Carlo, ringrazia la carretta che ti porta all’università. Preferivi farti un bel viaggetto col trenino a gasolio? Partenza alle due, arrivo a Parma alle otto?»

«No, per carità. Meglio due ore in macchina col pucci. Almeno mi diverto a sfotterti un po’, Guiduccio mio.»

«Santo Cielo, che ci posso fare se mia madre mi chiama così?»

«Be’, stavolta Carlo non ha tutti i torti, non sei più un bambino… »

I tre amici erano partiti dal lago di Garda e si stavano inoltrando nella “bassa”.

«Santo Cielo, com’è densa la nebbia oggi, sembra di viaggiare immersi nella schiuma da barba.»

«Enrico ci vedi bene? Non è che si rischia di finire in qualche fosso?»

«Tranquillo Carletto, oltre che molesto sei pure un cagasotto. Guarda il Pucci, lui non fa una piega, ma… cos’è stato?»

«Cos’è stato cosa?»

«Ma non hai visto Carlo? Ci ha attraversato la strada una roba stranissima, alla velocità della luce.»

«Santo Cielo, da qui dietro ho visto un’ombra, però era bella grossa.»

«Un’ombra? Sarà stato un cane.»

«See, un cane. Era grande almeno come un cavallo, sei proprio orbo Carlo, io mi fermo a vedere.»

«Non fare stronzate, è pericoloso, tira dritto Enrico.»

«Santo Cielo Carlo, sei proprio un fifone Carluccio mio… »

«Dai Guido, lasciamo perdere, sennò ‘sto qui me la fa sul sedile.»

«Sfottetemi pure, io non rischio e poi fa un freddo boia, c’è ‘sta nebbia lattiginosa del cazzo e sta venendo buio.»

«Carletto sei una lagna. La nebbia di stasera è incredibile, sembra uscita dalla cucina di un mago.»

«Santo Cielo, è come panna montata.»

«È vero Guido, ma il nostro Carletto non è un tipo poetico.»

«Invece di sparare cazzate vediamo di fermarci al primo locale che troviamo, così ci beviamo qualcosa di caldo.»

«Ma sì dai», annuì Enrico, «è una buona idea, prima del ponte sull’Oglio c’è una specie di bar trattoria.»

Mentre i minuti passavano le tenebre consumavano senza fretta quel che restava del pomeriggio. La nebbia, intanto, sempre più corposa, si mangiava quel poco che era rimasto visibile.

«Eccoci arrivati. Per fortuna è aperto, c’è l’insegna accesa: Stargate? Ma come? Non si chiamava Il canneto

«Che ti frega del nome Enrico, parcheggia lì e andiamo dentro.»

«Avran cambiato gestione, Santo Cielo.»

Scesi dall’auto furono avvolti da una stretta intrisa di ghiaccio bagnato. Si catapultarono nel locale rotolandoci dentro.

«Cosa prendi Enrico? Io mi faccio un punch.»

«No, niente alcol, mi berrò un cappuccino bollente, e tu Guido cosa vuoi?»

«Non so, vado prima in bagno.»

Dietro al bancone, una ragazza dai capelli ramati e con la pelle del viso color porcellana li osservava sorridendo mentre un bambino biondo platino girovagava, fra l’ingresso e il corridoio, su una biciclettina con le rotelle.

A un tavolino era seduto un omone col cappello in testa e con un bicchiere di vino rosso in mano: «Visitatori, benvenuti nel nostro mondo!», esclamò con voce biascicata alzando il bicchiere.

La ragazza ridendo chiese: «Da dove venite? Da molto lontano?»

Enrico e Carlo si guardarono perplessi.

«Veniamo dal Garda. Non è così lontano», disse Enrico aggiungendo una smorfia ironica.

«Qui viene solo gente del posto, è difficile vedere facce nuove», rispose gentile la ragazza.

L’omone si tolse il cappello e, dopo aver trangugiato il suo rosso, borbottò: «Gli unici clienti sono i fantasmi della nebbia».

«Ma com’è possibile?», intervenne Carlo, «Il bar è sulla strada principale, non si ferma mai nessuno?»

La ragazza spalancò i suoi grandi occhi scuri e allargò ancora di più il suo sorriso: «Strada principale? Qui siamo in mezzo ai campi».

Enrico rimase di stucco: «Ecco perché il nome del locale non mi quadrava».

«Bravo Enrico, la prossima volta è meglio se guido io… a proposito, dov’è finito il Pucci

«Non starà mica male? Dai Carlo andiamo a vedere.»

Seguiti dagli sguardi incuriositi dell’uomo e della barista, i due si diressero ai bagni. In fondo al corridoio il bambino pedalava verso di loro imitando il rumore di una motocicletta.

Giunti alla porta della toilette la trovarono aperta: non c’era nessuno.

«Hey tu,» si rivolse Carlo al bambino, «hai visto uscire qualcuno?»

Il bimbo lo guardava divertito muovendo la testa a destra e sinistra.

«Sei sicuro?», aggiunse Enrico, «Prima è passato di qui un ragazzo, vero?»

«No», rispose il piccolo ciclista, «ma ho sentito una voce».

Enrico e Carlo restarono allibiti.

«Come una voce?», chiese Enrico.

«Non so», spiegò il piccoletto, «parlava del cielo».

Carlo e Enrico si fiondarono fuori dal locale. La nebbia era svanita e la campagna luccicava di gelida umidità. In lontananza notarono delle sagome scure che parevano rincorrersi. Non si udiva il minimo rumore e i due si lanciarono un’occhiata smarrita.

Nella notte, appena illuminata da miliardi di puntini tremolanti, una gigantesca meteora verde attraversò l’intera arcata celeste. Enrico venne invaso da un senso di serenità, a Carlo si riempirono gli occhi di lacrime. I due amici avevano capito e, a bassa voce, sussurrarono: «Santo Cielo, se n’è andato!»

 

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“L’uomo che corre (elogio del runner)” di Alessandro Tondini

Non ha mai camminato. Lui corre. Sempre.

Tutti sanno chi sia. Se si prova a chiedere in giro «Chi è quel tipo?», la risposta è sempre la stessa: «L’uomo che corre». Pochissimi conoscono il suo nome e si dice che non abbia amici. Troppo introverso, troppo impegnato a dispiegare il suo talento. La sua figura scarna e nervosa sfugge nelle vie del paese senza cambiare mai ritmo. Il suo passo regolare è una certezza, come l’alba e il tramonto. Non c’è stagione in cui non lo si possa vedere lungo le strade che si intrecciano fra le case e in mezzo ai sentieri che si perdono negli orti. Poco dopo il sorgere del sole si muove, da est verso ovest, costeggiando le rive del lago, alternando i tratti asfaltati agli sterrati ghiaiosi che delimitano la terra dall’acqua. Arriva al torrente che segna il confine del paese e riprende la sua corsa in senso contrario. All’imbrunire discende lieve dalle colline spinto dalla brezza di monte.

D’estate corre anche con l’oscurità mentre d’inverno solo finché c’è luce. Se piove corre lo stesso. Non so se corra quando nevica, ma tanto qui non nevica mai.

Ha un fisico asciutto, di un magro triste, tenuto insieme da una pelle liscia e pallida. La sua espressione è seria e indecifrabile. Non puoi capire quando fa fatica, se si sta sforzando o se lascia solo muovere le gambe. Lui corre sempre uguale. I capelli lunghi e ricci lo accompagnano con eleganza e non si scompigliano troppo, tengono il suo ritmo e danzano con lui contornandogli lo sguardo fisso e preciso. Quando fa caldo indossa una stretta maglietta bianca e dei pantaloncini da mezzofondista anni settanta. Ai piedi ha delle scarpette da ginnastica consunte dalle quali crescono dei calzini cortissimi e scuri che non gli arrivano al polpaccio. Se la temperatura è più fresca sopra la maglietta mette una felpa con la zip, sempre aderente. Non si copre le gambe, ma le calze aumentano di lunghezza e arrivano sotto il ginocchio. Se fa freddo non suda, ma anche d’estate la sua maglia non è mai bagnata.

Al mattino, quando vado a lavorare, lo vedo appuntare il passo sulla riva del lago. Quando torno di sera mi accompagna per un tratto lungo il marciapiedi della strada principale.

Un sabato mattina l’ho incontrato sul lungolago. L’ho visto arrivare da lontano, la sua sagoma si avvicinava con grazia discreta e ho potuto osservarlo con tutta calma. Era perfetto, come se si muovesse su una rotaia. Il suo avanzare, benché fosse fatto di passi veloci che si staccavano da terra, manteneva la sua figura sempre alla stessa altezza. Solo i capelli si sollevavano e abbassavano, ma di poco. Mentre si avvicinava riuscivo a cogliere la sua espressione dura, ma serena. Le mascelle erano serrate e gli zigomi delineavano la geometrica incoerenza di un viso ovale e squadrato. Gli occhi, piccoli e tondi, inquadravano con precisione il terreno davanti a lui. Non sollevava mai lo sguardo.

Quando ci siamo trovati a una decina di metri l’ho salutato: «Ciao», e mi sono avvicinato a lui sorridendo. L’ho visto piegare appena la testa verso di me e allargare di poco gli occhi. Non ha aperto bocca e si è limitato a sollevare la mano sinistra.

«Buona corsa!», ho aggiunto tanto per dire qualcosa e, poco prima che mi sfilasse di fianco, si è insinuata in me la tentazione di provare a fermarlo con la scusa di fargli qualche domanda. Non ne ho avuto il coraggio.

L’ho seguito con lo sguardo e ho visto che la sua chioma è ormai diventata tutta grigia. Ho così compreso che il mio sciocco tentativo di farlo rallentare sarebbe stata una mancanza di rispetto, un atto sacrilego. Sono rimasto fermo a guardarlo svanire in controluce, come se fosse stata la scena finale di un film. Questo è successo sabato.

Oggi è mercoledì pomeriggio e sono a casa. Sono tutti a casa, anche l’uomo che corre. È un mercoledì quindici di un mese che ha già dimenticato cosa sia il freddo. Non è ancora estate, ma la primavera è già pronta per trasformarsi nella sua rovente collega. Fa caldo e il cielo esplode di azzurra bellezza. Tutto è immobile. Non si odono voci, rumori di auto o di attività umane. Sono presenti solo il cinguettio dei passerotti e il gracchiare delle cornacchie. Una tortora tuba con discrezione sul ramo di un albero. Sembra tutto sospeso e, in effetti, è così. Almeno per noi, cosiddetti Sapiens. Siamo in attesa che tutto passi. Che tutto ricominci come prima. Anche se prima si stava peggio e domani non è detto che andrà meglio. La vita, come la conosciamo, ha cambiato ritmo. Ci siamo dovuti fermare per lasciar passare un’invisibile esserino che ha osato farci dubitare di noi.

Sono momenti pigri anche per l’uomo che corre.

Trovo inconcepibile che lo abbiano obbligato a non muoversi. Lui che col suo procedere inesorabile cadenza lo scorrere delle giornate. L’uomo che corre non è un podista qualsiasi. In lui non c’è alcun desiderio di tenersi in forma, di esibire un fisico atletico o di ostentare improbabili completini colorati. Ogni suo passo è un’unità temporale, il segno dell’ineluttabilità. La sua corsa è regolare, non fa scatti e non l’ho mai visto fare una pausa. Esce di casa e corre, smette solo di fronte al suo uscio. È una sicurezza, come certo è il trascorrere dei mesi, dei giorni e dei minuti e il suo incanutimento è il segnale che, anche se tutto sembra uguale, il tempo non passa indolore. Tutto si trasforma e lui, prima scuro, poi grigio, domani sarà bianco e, chissà, un giorno non avrà più capelli. Fino al giorno in cui non lo vedrò più e capirò che anche il mio tempo è trascorso.

Gli illusi hanno obbligato l’uomo che corre a starsene fermo, credendo che sia possibile modificare o addirittura impedire la successione degli eventi. Non hanno capito nulla.

L’uomo che corre riprenderà a breve la sua strada come sempre, di corsa. Così potrò osservarlo di nuovo, alle volte in modo distratto, altre con molta attenzione e, finché lo vedrò scivolare tranquillamente, col suo passo costante, saprò che il tempo passa, ma ce n’è ancora abbastanza.

 

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“Gita d’Agosto (biotopo transgenico)” di Alessandro Tondini

Andare in gita in una domenica d’agosto è un atto sconsiderato, ma dato che nella mia personalità dimorano due esseri agli antipodi, decisi comunque di intraprendere un viaggetto in una tranquilla località montana. Caricai la mountain bike sull’auto e, in meno di due ore, giunsi nei pressi di un lago alpino: luogo adatto ai turisti di ogni genere quali famiglie, pensionati, sportivi e villeggianti di medio-lungo periodo, nonché punto d’arrivo dell’assalto di chi può solo permettersi una toccata e fuga domenicale. Ero consapevole che sarei incappato in una vastissima varietà di fauna umana, ma ormai il dado era tratto e mi unii anch’io al rito della scampagnata del dì di festa.

Una volta parcheggiato, scaricai la bicicletta e mi misi a pedalare lungo una serie di precise e ordinate piste ciclabili. Dopo aver percorso qualche chilometro di saliscendi notai un cartello che indicava la presenza di un “biotopo”. Pensai che, pur ritenendomi discretamente istruito, conoscevo a malapena il significato di quella strana parola che, nell’immediatezza, mi faceva venire in mente soltanto un ratto allevato con metodi naturali. Con determinazione mi involai nella direzione indicata. Giunto sul posto mi si aprì alla vista uno splendido e piccolissimo specchio d’acqua ricoperto di canneti e fiori acquatici. Tutt’intorno spiccava il verde di campi e pinete e il cielo che ricopriva la vegetazione era di un azzurro accecante.

Era una cartolina perfetta: la fotografia di una natura intatta con, qua e là, dei masi alpini che guarnivano l’immagine con dettagli di presenza umana per niente invasiva. Chiusi gli occhi e mi lasciai accarezzare il viso da un venticello tiepido che sembrava volesse scherzare con me facendomi un delicato solletico. Quando li riaprii notai che, alla mia destra, vi era un pannello che spiegava il significato di quel bizzarro termine. Scoprii che “biotopo” indicava una zona umida, comprendente il laghetto e le aree paludose circostanti, nella quale dimoravano una serie di simpatici animaletti e una notevole varietà di fiori e pianticelle. Un ecosistema in cui il ruolo dell’uomo si limitava alla preservazione dell’area da qualsiasi intervento artificiale che potesse romperne l’incanto. Mentre leggevo pensavo a quanto fossi fortunato a essere lì in perfetta solitudine, ma si sa, non vi può essere pace a lungo in una domenica d’agosto.

Sentii due voci umane in lontananza che, progressivamente e prepotentemente, si alzavano di tono. Capii che quei versi appartenevano a una specie ben precisa di maschio bianco caucasico: il piccolo imprenditore delle valli bresciane!

Il mio rilassamento da poesia pastorale era ormai compromesso. La scena che stavo andando a inquadrare però, pur costituendo l’antitesi dei momenti appena trascorsi, si sarebbe rivelata estremamente interessante per il Mister Hide che alberga dentro di me. Le parole sgraziate e baritonali dei due uomini avevano, fino a quel momento, reso impercettibili altre due voci dai toni meno invasivi. Dopo un breve istante, appena coperte dal canneto, apparvero due strane coppie di esseri umani: due maschi di mezza età e di bassa statura, tozzi e squadrati, indossanti mocassini senza calze, bermuda color sabbia lunghi fin sotto il ginocchio e polo Lacoste, una color giallo canarino e una rosa shocking. Anche le loro facce erano piuttosto scioccanti: uno di essi aveva la pelle del viso del colore di una grigliata, un artistico riporto di saggina e delle sopracciglia scure e foltissime. Il tutto incastonato da un ghigno che, nel mio immaginario, era la precisa riproduzione dell’espressione primordiale dell’homo erectus o di qualche altro homo in corso di evoluzione. Quell’altro inforcava degli occhiali Ray Ban a specchio che gli coprivano parzialmente il volto butterato. La sua pettinatura sembrava quella del Little Tony anni settanta e quel che si poteva intuire della sua espressione era in perfetta simmetria con quella dell’amico troglodita.

I due improbabili maschi alfa erano accompagnati da due donnone appariscenti che camminavano come se stessero facendo un defilé in una sagra paesana di “Miss qualcosa”. Capii ben presto che non di donne si trattava, bensì di due atletici trans. Quello coi capelli lunghi biondo platino indossava una minigonna fucsia attillatissima e una canottiera bianca che serviva a ricoprire appena il seno, ovviamente esplosivo, dalla quale fuoriuscivano lateralmente due braccia da lanciatore di giavellotto. Ai piedi aveva due zeppe argentate che lo facevano diventare ancora più mastodontico. L’altro era molto scuro di pelle e aveva in testa una capigliatura riccia, nera e luccicante a la “Jackson Five”. Portava un abito celeste lungo fino alle caviglie, che sarebbe stato anche elegante se non avesse avuto un’enorme scollatura a V che metteva in esposizione un reggiseno verde contenente due rotondissime palle da bowling senza fori. Entrambi erano muniti di sproporzionati occhialoni neri e sulle loro bocche fiorivano pompatissime labbra ricoperte da lucidi rossetti. Anche se mi fossi fatto di acido lisergico non sarei stato in grado di concepire una visione così grottesca.

I due maschi mi passarono a fianco senza degnarmi di uno sguardo. I variopinti trans, invece, sfilarono sinuosamente lanciandomi degli enormi sorrisi e salutandomi all’unisono: il biondo con un caldissimo “Ciao” con tonalità simil “Barry White”, il moro emettendo uno squillante “Buonsciorno” dalla “g” strascicante. Così risposi anch’io con un largo sorriso e un compiaciuto “Buonsciorno”, incurante delle eventuali reazioni che avrei potuto suscitare con il mio provocatorio saluto. Non vi fu alcun malinteso. La doppia coppia proseguì per qualche metro e tutti e quattro si piazzarono appoggiati alla palizzata di legno che impediva l’accesso all’acqua.

Dato che la brezza spirava dal lago alla riva, mi trovavo nella posizione perfetta per poter ascoltare quello che dicevano. I due uomini regolari, per un po’, non aprirono bocca, mentre gli altri due emettevano mormorii di ammirazione tipo: “Che belo, è un paradisso”, “Guarda che bei fioori”. Andò avanti così per qualche minuto, finché quello con la polo canarino sentenziò: “Sarà aca bel, ma vot mèter el làc de garda”.

Eeeh ma quelo è ggraandee, questo è picolino”, lo riprese lo scuro.

Il tizio con la polo shocking intervenne: “Quate nèdre, ma a me le me pias mia tat”.

Nià a me, i usilì iè mei, e po’ te pode mia fa le spiè de nedra”, confermò la polo gialla.

Dopo i commenti culinari seguirono attimi di silenzio, interrotti bruscamente da un colpo di tosse di quello col riporto, seguito da uno sputacchio che arrivò a colpire in pieno un ignaro fiore di loto.

See, po pensa de sta che tot l’an”, aggiunse disgustato il portatore di Ray Ban. “Dopo du de te ghe né sa piè i cojoni”.

E’ un posto per ripossare, per fare nniente, pensi sempre a lavvoraare”, disse quello con la minigonna.

Grassie al me laurà, encò t’et mangià en den posto de lusso, enculàt”, e i due trogloditi esplosero in una risata così fragorosa da sembrare lo scoppio di un raudo.

Le povere paperelle, che sguazzavano serene fra le canne, si alzarono in volo sgambettando e sbattendo le ali come se un predatore si fosse avventato su di loro. Riflettei: se ‘sti due stessero qua un paio di giorni trasformerebbero il biotopo in una cava di ghiaia e tutt’intorno spunterebbero come funghi orrendi residence con piscina.

Daii, fasscciamo una fottooo”, gridò pieno d’entusiasmo il mulatto. Estrasse il cellulare e si mise a scattare a cazzo verso il laghetto, per poi inquadrare l’amico trans e i due ricchi bifolchi.

Sorrissoo”, gridò con la voce sempre più acuta.

Il trans bianco si mise in posa facendo tracimare tutto il suo silicone, mentre gli altri, con due facce espressive da film sovietico, gli si strinsero attorno: Addesso un ssellffiii”, e anche il mulatto si unì al gruppo.

Osservando il risultato dell’autoritratto non sembrarono troppo soddisfatti. Immaginai che il riporto di saggina non fosse venuto perfettamente a fuoco.

Con un sussulto d’imbarazzo vidi l’esuberante trans venirmi incontro di corsa: “Ci fa una footto per favvoree”.

Certamente”, risposi vagamente intimorito.

Presi in mano l’I-phone e inquadrai la scenetta. Per un istante ebbi l’istinto di scattare un bel primo piano del riporto, ma mi limitai a dire: ”Ecco, un attimo, uno”, e nel pronunciarlo notai, con una certa inquietudine, che il tipo della polo gialla si era tolto i ray ban, svelando uno sguardo da “Banda della Magliana”, “Due e tree”, e scattai. Seguirono due secondi di “uuuuuh” con applauso e un calorosissimo “Grrazzieee” da parte del moro, mentre i biechi coi mocassini si girarono indifferenti verso l’acqua. Il siparietto surreale proseguì ancora per qualche istante poiché le drag queen mi chiesero di fare un selfie insieme a loro. Passammo qualche minuto a scattarci le foto, mentre gli altri due se ne restavano in disparte.

Poco dopo quello col riporto blaterò: “Dai nom, som stet ché aca trop, turnòm a la machina”, e così i maschi regolari si mossero per andar via. Mi passarono a fianco cagandomi zero. Per fortuna le mie nuove amiche mi salutarono calorosamente, stampandomi sulle guance due bacioni a ventosa. Rimasto solo osservai attentamente il laghetto e capii che la mia gitarella si era rivelata istruttiva. Un pensiero sarcastico esplose nella mia testa: “Il biotopo era ormai diventato transgenico!”

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“Cappuccio e Brioche” di Alessandro Tondini

Ogni tanto mi piace uscire in mountain bike e arrampicarmi sulle strade di collina che circondano il mio paesello. Durante le gite in bicicletta mi capita d’incrociare persone che fanno running, altri bikers molto più atletici del sottoscritto e normali individui che passeggiano. Il tipo che più frequentemente incontro è l’umano col cane. Non mi sono mai imbattuto in persone accompagnate da altri animali, sempre che non si tenga conto che certi soggetti potrebbero essere inseriti a pieno diritto nella peggior fauna del pianeta. L’altro ieri ho assistito a un episodio che mi ha profondamente colpito.

Mentre faticavo su un percorso ripido e pieno di sassi, ho udito delle voci festanti provenire da una stradina parallela e sottostante a quella che stavo percorrendo. Pochi istanti dopo ho scorto due donne con al seguito due bambini e un candido cane Maltese, munito di fiocchetto azzurro sulla testolina. Da dove mi trovavo li potevo scorgere benissimo, ci separava soltanto un piccolo strapiombo ripieno di boscaglia.

Nella stessa strada percorsa dal gruppetto, un centinaio di metri più avanti, riuscivo a distinguere due figure piuttosto tonde che camminavano a fatica e un cane, arrotondato anch’esso, che trotterellava precedendole. Improvvisamente la bestiola adiposa si è messa a correre in direzione del Maltese. Una delle mamme, accorgendosi dell’avvicinamento del cane sconosciuto, si è posta prontamente davanti ai bimbi e al bianco cagnolino, a difesa della propria prole. Nel mentre, il cane che avanzava, oltre a correre si è messo anche a ringhiare. Quando è stato abbastanza vicino si è rivelato essere un Beagle obeso e ben determinato a far valere la sua stazza contro il Maltese immacolato. La mamma coraggiosa ha iniziato a gridare contro il bulletto sovrappeso sperando di intimorirlo, mentre i due bimbi e l’altra mamma si sono raggruppati stretti stretti tutti insieme. Il Maltese, benché peso piuma e, apparentemente docile e indifeso, si è divincolato dalla presa di uno dei bimbi, ha superato la mamma urlante e si è messo a fronteggiare coraggiosamente l’aggressore. Nel frattempo le due larghe figure che seguivano il Beagle si son messe a richiamarlo a gran voce: “Brioche, Brioche, vieni qui!”.

Ho pensato: “Cane pingue con due donne obese al seguito non poteva avere nome migliore”.

Brioche, infischiandosene altamente del richiamo, si è piazzato con fare smargiasso di fronte al latteo pupazzino col fiocco azzurro. Quel che ne è seguito è stato un trambusto piuttosto teatrale. Il più piccolo dei bimbi si è messo a gridare terrorizzato il nome del suo cagnetto: “Cappuccio, Cappuccio!” e il Maltese si è lanciato addosso alla Brioche. La mamma coraggiosa s’è messa in mezzo ai due contendenti rimediando un morso dalla Brioche e uno dal Cappuccio. L’altra mamma ha abbracciato singhiozzante e stile chioccia i bimbi, mentre le due adipose, urlando a squarciagola il nome del Beagle assalitore, hanno tentato invano uno scatto da centometrista.

Io avrei voluto intervenire, ma ero fisicamente impossibilitato dall’argine ripido e boscoso. Poiché la scena si stava facendo sempre più drammatica, ho provato ugualmente a farmi strada tra i rovi cercando di aggrapparmi ai rami più spessi, ma dopo un metro o poco più, mi sono ritrovato a terra, impigliato dappertutto. Mentre proseguivano le urla umane e canine, le due femmine appesantite sono finalmente riuscite a raggiungere il loro cane e, con fatica, l’hanno staccato dall’altro, che d’immacolato non aveva quasi più niente. A quel punto il trambusto si è quietato, i due cani sono stati separati e la mamma azzannata si è abbracciata al resto dell’affranta compagnia. Le ciccione si sono scusate per il cattivo carattere della loro Brioche, le mamme hanno accettato le scuse, i bimbi hanno continuato a piangere e io sono rimasto impigliato nei rovi come un insetto nella tela del ragno.

Nessuno dei due gruppetti si è minimamente accorto di me. Io, per non creare ulteriore tensione ai già lacrimevoli momenti appena trascorsi, me ne sono stato zitto e, pian piano son riuscito a tirarmi fuori dai rovi, con braccia e gambe graffiate e sanguinanti. L’ultima scena che ho distinto è stata l’immagine delle due brioche umane che, molto lentamente, si allontanavano nella direzione opposta al gruppo di mamme e figli, mentre i due cani avevano ripreso a zampettare come se niente fosse accaduto.

Intanto che cercavo di pulirmi dalle ferite ho pensato: “Tutto ‘sto casino per un cappuccio e una brioche! Non è che di psicologia ci capisca granché, ma sarà meglio che i due bimbi, per un po’, a colazione si mangino solo yogurt e fiocchi di granturco!”.

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“Cinque anni in fumo” di Alessandro Tondini

Erano già passati cinque anni da quando era andato a vivere con Maria Susanna. Cinque anni durante i quali aveva continuato a illudersi di aver trovato la musa che l’avrebbe ispirato a scrivere storie meravigliose. Non si era innamorato di lei, era stato quel bizzarro nome composto a sedurlo. Dopo che avevano fatto l’amore per la prima volta, le aveva detto che era la sua “Madonna di panna”, il suo “Sacro Dolce” che l’avrebbe nutrito di ogni più disparata fantasia. Mentre le sciorinava quegli strani complimenti non si era accorto che Maria Susanna non l’ascoltava con attenzione, ma quando Marco si infervorava non percepiva i segnali dell’ambiente, si isolava nel suo mondo sognante. Nemmeno si era reso conto, lui che odiava il fumo, che si era accesa una sigaretta. Solo quando ebbe finito la sua strana elucubrazione amorosa, un principio d’asma l’aveva riportato alla realtà. Non aveva capito che, con quella donna, si sarebbe intossicato.

Oggi, però, il suo angelo custode gli era venuto in soccorso sbattendogli in faccia la fotografia della sua condizione. Mentre guidava verso casa, una vecchia Land Rover si era immessa davanti a lui sputando un’enorme nuvola di fumo nero e, anche dopo che la sua andatura era divenuta regolare, continuava imperterrita a espellere un’orrida scia. La vettura si manteneva tutta a destra e gli lasciava un ampio margine per poterla superare, ma troppe auto provenivano nel senso opposto. Marco notò che alla guida della lenta fuoristrada c’era una ragazza. Dal finestrino sporgeva un candido braccio con una sottile mano che stringeva tra le dita una sigaretta.

Nella sua testa esplose un pensiero: ”Sta fumando mentre guida e tutto il fumo che aspira lo scarica contro di me dal tubo di scappamento! È per quello che l’auto non ha smesso di sbuffare zaffate nere. È lei la causa di quella scia puzzolente!”.

Riusciva appena a scorgere il suo profilo, bianco come il suo arto. Aveva una lunga capigliatura ondulata e corvina che svolazzava all’indietro fuoriuscendo parzialmente dal finestrino, sembrava fatta di fumo pure quella. L’auto rallentava ulteriormente e si spostava ancora più a destra, invitando chi la seguiva a superarla, ma Marco non ne aveva più voglia. Era troppo incuriosito dalla strana creatura che lo precedeva. Si era già costruito la sua fantasia: “Una ragazza fusa con la sua autovettura! Una bizzarra centaura a quattro ruote che si nutre di fumo e butta fuori fumo: l’antitesi postmoderna di una sirena ammaliatrice”.

Era fatto così. Si perdeva sempre in fantasticherie inutili e più immaginava più restava lì a respirare il veleno che lo avvolgeva. L’auto che lo procedeva e lo affumicava era la sua storia con Maria Susanna. Una storia di fumo e incomprensione. Avrebbe dovuto capirlo, l’aveva capito?

Decise di superare. Affiancò la creatura fumante sicuro che i loro occhi si sarebbero incrociati. Lei continuava a fumare con lo sguardo fisso alla strada e non lo degnò di uno sguardo. Marco era passato avanti e continuava a osservarla attraverso il retrovisore. Aveva notato che il volto di quella strana ragazza era privo di espressione, era come quello di un manichino, senza emozione.

Per forza. Non è un essere umano!”, si convinse Marco, “Appena arrivo a casa devo mettermi a scrivere qualcosa!”, era ormai rapito dall’idea di comporre una storia fantastica.

Il suo angioletto si era ormai rassegnato: “Ho fallito, non riesce a capire”.

Poco prima di giungere a casa venne inspiegabilmente attratto dall’insegna del tabaccaio. Accostò, parcheggiò l’auto e rimase fermo al volante: “Non ci avevo mai fatto caso”, disse ad alta voce, “MS, le iniziali di Maria Susanna, è un marchio di sigarette”.

Si sentiva confuso, capiva che stava ricevendo un’informazione, ma faceva fatica a decifrarla. Il suo angelo custode, incredulo, si era ridestato: ”Forse il ragazzo ha capito!”.

Marco scese dall’auto ed entrò dal tabaccaio: “Un pacchetto di MS per favore”.

Quando uscì, il cielo si era fatto tutto nero. Corse in auto e, poco dopo essere partito un tuono esplose in tutto il suo fragore. Insieme alla pioggia, si riversarono in terra migliaia di piume bianche.

 

 

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“Il mare lo odio” di Alessandro Tondini

Quando ero bambino, finita la scuola, i miei genitori mi spedivano in una colonia estiva gestita dalle suore, così avrei fortificato la mia salute grazie alle fantastiche proprietà dello iodio. Io non riuscivo a capire cosa fosse questo iodio e, forse grazie anche a quello strano nome, cresceva in me sempre più l’avversione verso quella pseudo salutare vacanza cattolico-marina. Non si andava a Cattolica bensì nella più quieta e rassicurante Pinarella di Cervia. A Cattolica ci sarei andato anni dopo, da adolescente, alla ricerca spasmodica dei riti di iniziazione sessual-balneare, ma questa è un’altra storia.

Per arrivare a Pinarella si doveva affrontare un estenuante viaggio in pullman. La partenza era il momento più straziante: i bimbi piccoli erano tutti in lacrime e pure qualche genitore lo era. Non dimenticherò mai una giovane mamma che non riusciva a smettere di piangere. Aveva i capelli rossi ed era pallidissima, con le borse sotto gli occhi teneva un fazzoletto davanti al viso e indossava uno sguardo tristissimo e dolcissimo insieme. Mentre la osservavo non riuscivo proprio a capire perché si ostinasse a soffrire anziché riprendersi il figlioletto e tornarsene indietro. Ero un bambino, non capivo lo iodio, figuriamoci quello che aveva in testa una mamma giovane e sconsolata.

Io ero un piccolo duro, non piangevo. Nemmeno i miei davano segni di commozione, anzi, loro sorridevano convinti che il loro atteggiamento mi avrebbe aiutato in quel momento sconfortante. Quello che contava era che sarei tornato a casa con una salute di ferro. Mi ritrovavo dentro a un pullman già troppo caldo e circondato da frotte di bimbi urlanti e piangenti. Seduto senza battere ciglio pensavo che star via così tanto tempo non mi avrebbe fatto bene alla salute. Mare, sole, salute, iodio erano parole prive di senso, per me l’unico termine che avesse un valore era: casa. Mentre i miei continuavano a sorridermi si sedette al mio fianco un bimbo sconosciuto:

Ciao, io sono Daniele”, disse tendendomi la mano.

Ciao, io sono Alessio”, risposi affascinato. Daniele aveva la voce già quasi da ragazzo e un aspetto angelico. Era biondo e riccioluto e, soprattutto, aveva una maglietta con disegnati i super eroi della Marvel con in primo piano il mio preferito: Capitan America.

Wow, i Vendicatori!”, esclamai tutto entusiasta.

Forti vero?”, mi rispose facendomi l’occhiolino. Tirò fuori da una borsetta una copia dell’ultimo numero di Thor e, magicamente, in me si dissolse tutta l’angoscia e la tristezza di quell’afosa mattina d’estate. Non ero più solo, avevo trovato un amico.

Da quel momento io e Daniele fummo inseparabili. Eravamo nati nello stesso anno, ma lui a gennaio e io a dicembre, dunque era molto più grande di me. Con me si trovava bene, forse perché ero uno dei pochi bimbi che, alla partenza, non piangeva e lui, che era uno tosto, probabilmente mi aveva apprezzato proprio per quello.

Durante il soggiorno balneare formammo una banda di teppistelli. Daniele, ovviamente, era il capo, ma io ero il suo braccio destro. Il nostro gioco preferito era distruggere le sculture di sabbia che gli altri bambini modellavano con tanta cura. Eravamo la banda degli “Stukas”: planavamo rapidi e senza pietà, riducendo in briciole i capolavori artistici creati dai nostri coetanei o dai bimbi più piccoli. Le suore non tardarono ad agire: ci catturarono e ci castigarono imponendoci il divieto di fare il bagno per una settimana.

Daniele, però, non si diede per vinto: “Domani scappo via dalle suore, corro sul molo di cemento e mi tuffo in acqua”, fu la sua promessa.

L’indomani, all’ora del bagno, Daniele mantenne la sua parola. La suora ci aveva condotti lontano dalla riva, vicino alle cabine e ci aveva costretti a sedere in terra buoni buoni. Improvvisamente il nostro capo scattò in piedi e si mise a correre come un razzo, inseguito dalle urla isteriche di Suor Cecilia. Lo vedemmo arrampicarsi sul molo e proseguire la sua corsa sul cemento fino a giungere alla sua estremità per poi lanciarsi in mare. Da quel giorno non lo vidi più. Passammo intere settimane a pregare gli angioletti affinché lo riaccompagnassero con gioia al Padreterno.

Nel frattempo io mi ammalai, tornai a casa con quaranta di febbre e una bella broncopolmonite. Lo iodio mi aveva fatto proprio bene. È per questo che il mare lo odio.

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“La signorina del gatto nero” di Alessandro Tondini

Silva non soffriva di solitudine, era costantemente sola. Dentro di lei c’era il vuoto, una voragine senza fine. Eppure, quando usciva dall’albergo, mia madre era in compagnia. Dietro ai passi di quella ragazza sempre un po’ triste c’era il suo gatto nero, con la coda dritta e vibrante. Gli abitanti della zona che vedevano la scena, consideravano quel gatto una specie di cane, ma Milionario, quando seguiva mia madre, non si comportava come un cane, si comportava come gli pareva e basta. La compagnia di mia madre gli era molto gradita e, quando la vedeva allontanarsi, non disdegnava seguirla nei suoi spostamenti. Fatto sta che i ragazzi dei dintorni scorgevano frequentemente una ragazza dallo sguardo un po’ triste seguita da un gatto nero. Del resto, pensavano, se si è sempre un po’ tristi il gatto che ti segue non può che essere nero.

Mia madre, quando camminava, aveva un incedere un po’ oscillante. Cercava di camminare lentamente per mascherare il suo difetto, ma era ben visibile a tutti che zoppicasse. Da bambina aveva avuto la poliomelite, ma grazie al compagno di sua mamma, che aveva i soldi, era stata curata abbastanza bene. La malattia le aveva comunque lasciato una gamba un poco più magra e più corta dell’altra. Mia madre, senza un padre, con una madre che faceva la tenutaria di bordelli, con una gamba un poco più corta dell’altra e per questo claudicante, aveva sempre lo sguardo un po’ triste ed il gatto che la seguiva era nero. Ma mia madre era una ragazza carina, i ragazzi la osservavano e le sorridevano. Anche lei sorrideva, sebbene il suo sorriso fosse sempre un po’ triste. Sorrideva perché, mentre camminava, c’era il suo gatto che la seguiva.

L’avevano soprannominata “la signorina del gatto nero”. Lei sapeva che la chiamavano così e le piaceva. Si sentiva come se fosse un tutt’uno col suo micio. Un unico essere vivente, un po’ umano ed un po’ felino, uno dei pochi momenti in cui la sua infelicità cronica si stemperava. L’affetto che provava, ricambiata, per il suo animaletto le alleviava quel senso di distacco totale. Insieme al suo gatto, magicamente, non si sentiva più abbandonata. Perché un gatto non è un cane, e non è nemmeno un animale qualsiasi, è una creatura particolare. Non ha bisogno di un umano; se stabilisce di vivere con gli uomini lo fa per libera scelta e perché ha una missione da compiere. Il gatto è come un angelo custode e si affeziona a chi ha bisogno di lui. Mia madre non lo percepiva, ma quella bestiola nera e morbida era lì per lei, per aiutarla a non farsi annientare dal dolore, dalla sua tristezza infinita. Le stava vicino per allargarle il cuore, perché chi non ha ricevuto amore non riuscirà con facilità a darne. Grazie alla presenza di Milionario, mia madre riusciva a mantenere un equilibrio psicofisico discreto e teneva lontana la depressione.

Il felino sciamano un dì scomparve. Non se ne seppe più nulla. Probabilmente aveva finito la sua missione perché, proprio quel giorno, la signorina del gatto nero scoprì di aspettare un bambino.

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“Vita o non vita” di Alessandro Tondini

Marco abitava in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Dal suo soggiorno vedeva solo i tetti degli altri edifici e nessun essere umano, aveva scelto di trasferirsi lì solo per quello. Quando tornava a casa si sedeva accanto alla finestra e stava ore a osservare quel paesaggio abitato solo da uccelli e da qualche sporadico gatto. Un mondo privo di frenesia, quieto e rassicurante. Era la sua medicina. Quella mattina però il rimedio non bastava più. Aveva oltrepassato il limite della sopportazione e l’odio verso se stesso si era fatto definitivo. Gli mancava solo una briciola di coraggio per farla finita e nel cupo interludio tra l’essere e il non essere gli venne in mente la conversazione del giorno prima con Rita.

Hai mai pensato di fare un salto di qualità?”

Cosa vuoi dire Marco?”

Dai che hai capito, un salto nel vuoto, un volo nell’aldilà”

Sì avevo capito, ma speravo di no”

Andarsene finalmente da qui e smettere di soffrire, è per questo che lo chiamo salto di qualità”

E se poi non è veramente finita? Se ti tocca soffrire ancora o di più? Magari l’inferno esiste veramente, chi può dirlo”

Ahahah, l’inferno. Vivere è l’inferno. Morire può essere solo la liberazione”

Senti Marco, non mi piacciono questi discorsi, dovresti farti aiutare da qualcuno, perché non torni dallo psicologo?”

Perché non mi è servito a niente e perché nessuno mi può aiutare, ormai”

Tu non hai mai provato a chiedere aiuto. Nemmeno a me. Ti limiti solo a fare oscuri ragionamenti. Provaci una volta e vedrai che la risposta ti arriverà. A me è successo, lo sai”

Sì, quella storia dell’angelo. Me la ricordo, ma io non credo agli angeli, non credo a niente”

Dammi retta Marco, fai un tentativo. Io ti voglio bene e non ti voglio perdere”

Grazie Rita, ma la mia pazienza è finita. Ho sopportato me stesso fino ad oggi, non credo di poter reggere altri giorni insieme a me”

Marco, ti chiedo solo di fare un tentativo”

Ciao Rita, adesso vado. Se non ci vedessimo più, sappi che sei l’unica persona alla quale ho voluto un po’ di bene”.

Chiedere aiuto”, pensò, mentre osservava il fumo di un comignolo che veniva disintegrato dalle folate di vento, “ormai non posso più andare avanti così. Ho la bottiglietta di sonnifero ancora intera, me la scolo tutta insieme al cognac che mi è rimasto e via. Mi ubriaco e muoio, così magari arrivo dall’altra parte tutto allegro”, nonostante la sua disperazione riusciva ancora a fare dello humour.

“E va bene, facciamo una prova”, prese il boccale per la birra, ci versò il sonnifero e mezza bottiglia di Vecchia Romagna. Rimase a guardare l’intruglio letale e si decise.

Ho bisogno d’aiuto, se qualcuno mi sente mi dia un segnale, faccia qualcosa!”, disse a voce alta, Aspetto mezz’ora, poi me lo bevo tutto”.

Si sedette sulla poltrona e si mise a fissare la porta d’entrata con uno sguardo pieno di sfida e disperazione. Sulla parete l’orologio segnava le undici. Ore undici e cinque, niente. Undici e dieci, niente. Undici e quindici, niente. Marco si girò rassegnato a guardare il boccale. Alle undici e diciassette lo squillo del campanello lo fece trasalire.

“Ma chi può essere!”, si avventò sul citofono, “Chi è?”, pronunciò con un grido tremolante.

Sono Sartori.”

Sì, un attimo”, era sconvolto, giù di sotto c’era Angelo Sartori, il suo padrone di casa. Era venuto a pretendere i sei mesi di affitto che Marco non gli aveva ancora pagato. L’ultima volta glielo aveva detto: “Ancora un mese e perdo la pazienza!”.

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